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SANREMO 2022: qualche nota a margine punto per punto -SECONDA SERATA

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Ecco, no, stamani non mi andrebbe di parlare di Sanremo. Sarà che la noia ha prevalso su qualsiasi altra emozione, sarà che la curiosità del primo giorno è stata sepolta, ora dopo ora, sotto quintali di stonature e autopromozioni Rai, ma oggi mi sento in difficoltà ad esprimere qualsiasi giudizio.

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Che poi, cosa vuoi giudicare e soprattutto, da quale pulpito? Infatti, mi limito a esprimere un punto di vista, il mio, e a prendermene la responsabilità, nella consapevolezza di potermi ritrovare dalla parte del torto.

Ma andiamo al punto: ho detto che non mi andrebbe di parlare di Sanremo, ma di fatto, lo sto facendo. Sono già in contraddizione senza avere ancora detto niente.

Il punto è che, ogni anno, dopo l’iniziale entusiasmo, l’aspettativa, il senso della tradizione, mi spengo come una candelina sputazzata.

La colpa è mia, lo so e me ne faccio carico, ma d’altronde, nella vita, o sei uno accomodante, o sei un rompicoglioni; io sono un accomodante rompicoglion*.

Ecco perché, sfogliando le varie testate giornalistiche, quando mi imbatto nell’insufficienza marcata assegnata a Truppi, mi sgonfio e mi innervosisco nello stesso tempo. Non credo quasi più alla buona fede e questo è senza dubbio, un mio limite, e le evidenze troppo marcate tendono a destarmi sospetto. Esagerata tendenza al giovanilismo? Potrebbe essere, visto che Sangiovanni, al contrario, viene trattato benevolmente, così come Tananai e Highsnob. Oppure, ignoranza, o cattiveria. Non saprei, in ogni caso, qualcosa nella teoria evoluzionista è andato storto.

Ma veniamo a noi:

Punto Primo:
Dicevamo di Giovanni Truppi. Una canotta e una chitarra, sì, ma anche una quintalata di talento. Ecco, quando si parla di costruzione di canzone, di struttura, di forma, non bisogna pensare a lui, eppure quanto è meravigliosa la rottura degli schemi, quanto è bella la complessità della libertà. Per me, la sua canzone è il capolavoro del Festival senza se e senza ma. Sono boomer, lui è giovane. Prendete il mio punto di vista per quello che è e al massimo, cestinatelo. Ne riparleremo tra qualche anno, quando riascolteremo le canzoni da salvare.

Punto Secondo:
Il brano della Rettore e Ditonellapiaga è godibilissimo, orecchiabile, divertente. La Rettore si fa aiutare da un’interprete più fragile di lei, ma propone un pezzo che mi piacerà ascoltare nei prossimi mesi. Per me, pur palesemente ispirata da Donna Summer, il brano più radiofonico dell’anno.

Punto Terzo:
Elisa. Brava, anche se con Elisa mi ritrovo sempre nella stessa situazione: mi piace ma non ho voglia di riascoltarla. Boh, chissà perché, c’è talmente tanta bella musica in giro, che faccio a meno di cercarmi una risposta.

Punto Quarto:
Tutti gli altri: pesco a casaccio come si fa quando si tirano su i numeri della tombola.

– Irama, bella voce, forse anche la canzone. Non so, boh, sì, si vedrà.

– Tananai, canzone carina, orecchiabile, ma a causa sua, mi sono strappato le orecchie e adesso non riesco a riattaccarle. Non chiedetemi di essere magnanimo.

– Iva Zanicchi, brava, dirompente, estrosa, esagerata. Anche troppo. Con un vibrato fastidioso che neanche mia nonna (che, tra l’altro, cantava benissimo), ma anche con un graffiato bellissimo.

-… boh, degli altri non so che dire e forse è meglio così. Magari, riascoltandoli li troverò piacevoli. Per ora, mi hanno lasciato il gusto in bocca del reflusso gastrico.

Ma il punto è che, ogni volta, da Sanremo mi aspetto quel qualcos’altro che sta tra il professionismo e il talento e ogni santa volta vedo le mie speranze disilluse. Perché sì, l’orchestra, il coro, lì il professionismo c’è, è bella anche a vedersi quella qualità lì e non ci sono mascherine che possano turbarne il fascino, ma cavolo, è usata il minimo indispensabile, in un processo di sottrazione continuo dove la vittima predestinata è la musica.

Cioè, la festeggiata è sempre quella che manca e non c’è anno in cui questo processo di disgregazione, di annullamento, non venga progettato in maniera più incisiva. Ma d’altronde, Sanremo è un programma Rai e la Rai non fa musica, fa TV e il mestiere della tv non è il mestiere del musicista o del discografico. I responsabili di questo lungo processo di sfinimento sono altri. Io non li conosco, ma ci sono, stanno altrove e probabilmente, si sentono pure bravi nel fare il proprio lavoro. Probabilmente lo sono davvero, solo che, allora, il loro ambito non è la musica.

Ecco, non volevo parlarne e mi sono lasciato prendere la mano. Prendete queste righe per quelle che sono: uno sfogo, una specie di intossicazione dovuta a un pasto pesante.

E mi fermo qua, strattonato dalla tentazione di sputare un po’ di veleno sui miei idoli californiani, che fino ad oggi non hanno speso una virgola per denunciare la mancanza di rispetto nei confronti degli autori da parte di Spotify e oggi abbandonano il portale con lo spirito rivoluzionario dei tempi migliori per cause non inerenti la musica (massimo rispetto per il loro punto di vista, ma non sopporto più l’ipocrisia) e la necessità di svegliare mia figlia, che oggi è in festa perché il mio paese festeggia il santo patrono e vederla sorridere con i suoi meravigliosi occhi annacquati nel sonno.
Vince mia figlia. Tanti cari saluti di buon proseguimento.

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