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mercoledì, Agosto 4, 2021

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Sanremo e l’involuzione della canzone italiana

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I costumi sul palcoscenico di Sanremo fanno parlare più delle voci.

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Di questi tempi scrivere per raccontare il contesto socio culturale in cui stiamo vivendo, musica compresa, rischia di apparire  un discorso tanto scontato quanto puerile. E non soltanto perché la pandemia ci sta con il fiato sul collo e sta stravolgendo le nostre vite facendoci perdere,  tutto ciò su cui potevamo contare di quasi certo , ma soprattutto perché questo tracollo apparentemente improvviso, è solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso, in quello che io definirei il processo involutivo della specie, su ogni fronte.

Amo l’arte e la rispetto, cosi come rispetto coloro che specie in un momento come questo, cercano di vivere di essa. Ma la prima puntata di questo Sanremo per me è una sorta di dejavu che si ripete all’infinito e che in certi momenti sfocia in situazioni che definirei  paradossali e a tratti imbarazzanti se penso che sono trasmessi in mondovisione.

Non ripeterò mai abbastanza che siamo stati la culla del belcanto e ancora oggi questo termine viene usato da tutti quelli che vogliono vantare una qualche tecnica canora di qualità, come una sorta di marchio D.O.C., soprattutto all’estero. E non voglio fare il solito discorso nostalgico conservatore, ma mi sembra chiaro ed evidente che siamo ormai all’impasse.

La valutazione che bisogna fare di Sanremo non deve essere solo  relativa a quest’anno, perché non definirei quello del 2020 migliore, ma solo meno peggio. E per quanto non amo contestare chi di arte vive, a questo punto non mi piace più il modo in cui stiamo tentando di portare avanti la musica in Italia, e la valutazione del meno peggio non spetta solo all’edizione di questo Sanremo, ma anche ai concorrenti in gara. Perché  diversamente dovrei fare il nome di qualcuno che mi ha folgorata per voce, musica e testo. E ahimè, non ho neanche un nome che mi abbia fatto sognare.

Sono stati bravi in questi anni, proprio bravi! Perché ci hanno insegnato a saperci accontentare, e a scambiare il migliore dei ciucci per il migliore in assoluto.

Se è vero che non possiamo vantare le voci quest’anno, almeno possiamo rifarci con i costumi. Non ho nulla da opinare sull’artista eccentrico. E’ arte! E l’arte non ha regole o non segue cliché. Ma se tutto ciò che mi ricordo di un cantante, è il suo costume, allora qualche domandina la farei… al cantante però! Avevamo tra le più belle voci del mondo, ma ad un certo punto, quando le voci hanno cominciato a scarseggiare ci siamo  detti che tanto è importante la musica, e poi che lo è il testo. E adesso? Adesso cosa diremo che ci resta? Qualche sedicente cantante malvestito?

Faccio il vocal coach di mestiere , e non posso fare a meno di chiedermi, da chi si fanno seguire vocalmente questi concorrenti e  se si fanno seguire.

Tra tutti mi ha fatto specie l’esibizione di nomi navigati nel settore come quello di Renga, che era fuori intonazione . Il suo range vocale si è abbassato notevolmente, forse per compensare una carenza tecnica. Ma abbassare la tonalità non era evidentemente la soluzione giusta. E poi c’è Arisa, che ritengo una delle cantanti più dotate vocalmente e che ancora non ci ha fatto vedere cosa può fare davvero con la voce. Il suo stile è cambiato in questi ultimi anni. C’è una voglia evidente di “spingere” sulle dinamiche, ed è questa una cosa che non  mi dispiace affatto. Ma lo sforzo che adopera nel cercare di mettere  il maggior volume, toglie alla voce quella naturale musicalità che tanto armonioso rendeva il suo modo di cantare precedente. Mi sarebbe piaciuto ascoltarla in un pezzo che mostrasse tutti i suoi colori. Un pezzo che mettesse in luce la parte agile e leggera della sua voce , e non sfiatata, insieme a quella più consistente che certamente ha, ma che attualmente sta cercando di metter fuori nel modo sbagliato.

E’ pur palese che le cose non funzionano e che abbiamo bisogno di cambiamenti radicali e sinergici. E per sinergia, non intendo favoritismi, lobby, amici , nonni e parenti alla lontana. Intendo un lavoro di cooperazione e comunicazione strategica tra i vari addetti ai lavori, che non sia volta al prevalere di un nome su un altro, ma che il buon nome di qualcuno sia il risultato del suo buon lavoro. La pandemia sta mettendo in luce cosa è diventata questa società e chi siamo noi come singoli individui e la musica ne è lo specchio. Se solo facessimo le cose per farle bene e per far star bene gli altri!
Ci vuol poco… dobbiamo solo mettere da parte noi stessi!

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