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STREAMING: LA PRATICA DEGLI ASCOLTI TRUCCATI DELLE CANZONI

Non stupisce più di tanto quindi che da tempo siano in corso falsificazioni delle riproduzioni in streaming volte a incrementare i guadagni

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Photo by Thomas Trutschel/Photothek via Getty Images
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Negli ultimi anni, com’è noto, le riproduzioni in streaming delle canzoni su Spotify, Apple Music, Deezer e servizi affini stanno fruttando a artisti e case discografiche guadagni crescenti, tanto da essere ormai divenute il parametro con cui valutare la fama di un artista, surclassando le tradizionali classifiche dei dischi fisici più venduti.

Non stupisce più di tanto quindi che da tempo siano in corso falsificazioni delle riproduzioni in streaming volte a incrementare i guadagni e “gonfiare” il  successo degli artisti.

Per ottenere molti ascolti una canzone, specie se realizzata da un cantante famoso, può giovarsi di una serie di strategie commerciali che vanno dal semplice passaparola all’inserimento in una particolare playlist; si tratta di operazioni di marketing analoghe a quelle che i discografici adottavano ai tempi in cui i dischi si vendevano davvero.

Le case discografiche non hanno però alcun controllo diretto sulla quantità di riproduzioni di una canzone, che resta un’esclusiva dell’utente che decide chi e cosa ascoltare. E che, volendo, può dar vita a falsi account sui servizi di streaming per riprodurre continuamente un brano così da farlo salire nella classifica dei più ascoltati.

L’anno scorso due playlist bulgare di canzoni di artisti semisconosciuti raggiunsero i primi posti dei pezzi più ascoltati nel mondo; studiandone i dati ci si rese conto che ogni pezzo era stato ascoltato da circa 1200 persone al mese, una cifra assai bassa. Qualcuno in Bulgaria aveva creato tanti account falsi di Spotify per riprodurre in continuazione i brani. Impossibile dire se dietro tali account si muovessero persone fisiche o software collegati a migliaia di dispositivi.

Questo delle “fabbriche di bot” è un fenomeno sempre più esteso, cui non sembrano essere immuni nemmeno personaggi noti a livello mondiale.

Sempre nel 2018, Tidal, di proprietà del rapper americano Jay-Z fu pubblicamente accusato di aver gonfiato gli ascolti di Lemonade di Beyoncé e The Life of Pablo di Kanye West.

Proprio la settimana scorsa il tema è stato affrontato nel corso della Indie Week di New York, che coinvolge le etichette discografiche indipendenti. Secondo il Financial Times, durante le conferenze è emerso che il numero degli streaming illeciti ammonterebbe oggi al 3-4 per cento del totale.

Mentre Posen, fondatore della Hopeless Records, faceva notare il totale di «300 milioni di dollari (circa 265 milioni di euro) di potenziali entrate perse ogni anno», si è rilevato che molti manager del settore acquistano ascolti illegali tramite bot, «per cercare di aiutare i loro artisti a iniziare bene [la carriera]. Alcune aziende lo considerano come una spesa di marketing».

Basta digitare su Google “Come acquistare ascolti/stream/play su Spotify” per trovare centinaia di siti che vendono servizi volti a incrementare il numero di ascolti per una canzone, con prezzi che vanno da pochi euro a migliaia.

«Qualcosa dev’essere fatto», ha detto il direttore della Federazione Internazionale degli Editori Musicali (ICMB), John Phelan a Rolling Stone: «la manipolazione degli streaming è diventata una piaga per tutto il settore negli ultimi anni, portando a un flusso di entrate completamente distorto e a modelli di ascolto completamente distorti».

E così ben 24 società tra cui le case discografiche Sony, Warner e Universal e i servizi di streaming Amazon, Deezer e Spotify hanno annunciato la volontà di sottoscrivere un codice di condotta comune per contrastare la falsificazione degli ascolti in streaming.

La stessa Spotify avrebbe in effetti ameno una colpa: alcuni manager accusano il servizio di non aver voluto contrastare con forza il fenomeno tramite appositi investimenti nella tecnologia necessaria a bloccare per tempo i bot.

Spotify  ha più volte sottolineato di conoscere la portata del problema, ma di non poter intervenire per rimuovere gli utenti falsi a causa di insormontabili «limitazioni nella capacità di identificare gli account».

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Veronica Ventavoli
Pistoiese di nascita, prima di laurearmi in Storia medievale all’Università di Siena e poi in Storia contemporanea a La Sapienza di Roma, ho lavorato per oltre dieci anni come cantante solista e in vari gruppi di cover toscani. In tale veste, vincendo quella che al tempo si chiamava Accademia della Canzone di Sanremo, ho avuto l’opportunità di partecipare all’omonimo Festival del 2005 classificandomi al terzo posto nella categoria Giovani. I primi ricordi nitidi che ho mi vedono impegnata a inventare e disegnare cartoni che non si sono mai animati, a imitare nei cortili parenti e personaggi famosi, a consumare i tanti 45 e 33 giri ricevuti in regalo da zii, cugini, vicini di casa: fra le sigle di Fantastico e il prog italiano degli anni Settanta, tra Pupo e i Beatles, anche se priva di fratelli e sorelle non mi sono mai sentita sola! Gli amici mi chiamano “scimmietta” perché sono tuttora curiosissima di conoscere canzoni, libri e film. Sono – da sempre, mi pare – devotamente innamorata di gatti, pastasciutte, David Bowie, Anna Marchesini e “Cipì” di Mario Lodi.

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