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L’infinito di Vecchioni, mentre nel mondo piove

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vecchioni
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Che a volte l’immenso può contenere poco, e si guardano le pieghe che cadono sul frontale e alcune macerie che poi sono i semi della pace e della guerra. Che poi si tirano le coperte per tenersi stretti, mentre nel mondo piove e si tengono nel pugno tutti i sogni.

Vecchioni vuole adesso il tumulto dalla nostra vita arida, dopo averla a lungo urlata. Ci piazza davanti a un suo cammino, e ci vuole cavalieri e sorgenti, sorgenti di fiamma sparsa nella vita. Ci vuole al di qua delle vetrate, finalmente con la testa e i piedi nel cielo, come esseri liberi.

E non si rassegna, e vuole capirci di più. E ci mette ai ferri corti, ci tiene sospesi, ci tormenta; si infila dentro alla nostra pelle e ci spia, ci copia la grande tristezza.

L’infinito è un pozzo, un poema che fa eco come fosse stato soffiato nelle canne delle nostre gole; è l’annunziatore, la tigre d’acciaio che ci strappa dalle carni l’anima.

Vecchioni ci parla con il cuore che spaventa, come potesse pulirci il futuro, come volesse farci risuonare d’amore in questa cassa sorda che è la vita.

E si rivela un uccello che trema, in attesa di qualche suono che non lo uccida. E mette un’altra posta in gioco, un buon augurio che lo faccia saltare di gioia, fuori dalle tenaglie del tempo; fuori dalle sue memorie, dai suoi dolori.

L’infinito è incandescente, quanto un sentimento antico. Quanto Napoli, che ha sempre i fiammiferi accesi sotto il cuore. Quanto quei tre raffinati mandolini che straziano, e massacrano.

E Vecchioni canta e apre il suo spasimo; che a sentirlo diventa infrenabile come un mare che perde tutta l’acqua.

L’infinito è l’immagine tesa dell’infanzia, la crudeltà umana; la vita dei pollastri che si fanno svuotare la testa.

Vecchioni vuole incantarci, come se la nostra vita fosse una roba da bambini.

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