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Simone Perrone debutta in tonalità Blumosso – INTERVISTA

Intervista al giovane atista salentino Simone Perrone, in arte Blumosso, che debutta il 19 ottobre con l'album “In un baule di personalità multiple”

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Crediti Foto Laura Grasso
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Chioma folta e riccia, estensione vocale di ben tre ottave e capacità di innestare storie di vita vissuta su situazioni musicali disparate, con uno stile fortemente pop e del tutto originale. È l’identikit di Simone Perrone, il talento più promettente e bistrattato della storia dei talent show italiani. Escluso da X-Factor, The Voice of Italy e Sanremo Giovani, ha provato ad immedesimarsi nei panni della rockstar degli anni 10. Il risultato è stato “Musica di m…”, ovvero un’audace e provocatoria invettiva in musica contro il sistema discografico dell’era De Filippi per prendersi gioco dei gusti “di merda” dell’italiano medio. Oggi il cantautore, romanziere, videomaker e fotografo salentino prosegue imperturbabile la sua strada, nel pieno di una creatività multiforme. Dopo il romanzo “Spremuta d’arancia a mezzogiorno” è la volta di un nuovo progetto discografico in modalità ‘indie’ e in tonalità Blumosso. “Quella maledetta estate (mi ricordi)”, “Diverso” e “In un albergo di Milano” sono i singoli che hanno anticipato il suo album di debutto, “In un baule di personalità multiple”, in uscita venerdì 19 ottobre. I brani catturano sin dal primo ascolto per la profonda intensità d’ispirazione e per l’elegante incontro tra pop e cantautorato che nessun talent potrà mai stoppare.

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INTERVISTA a Simone Perrone

Simone come mai hai sacrificato il tuo nome e cognome per il nome d’arte Blumosso? Mi vengono in mente band di successo come TheGiornalisti, La Municipàl e DiMartino, in cui il frontmen è anche cantautore. Le mode ti influenzano?

Sono dieci anni che faccio musica a livello professionale. Con il nome Simone Perrone ho pubblicato canzoni che, testualmente e musicalmente, sono molto diverse rispetto a ciò che propongo ora con questo mio nuovo progetto. Perciò ho deciso di ripartire da zero e dare vita a “Blumosso”. Non per moda, ma per separare nettamente quello che faccio ora, da quello che ho fatto in passato.

Presenta la tua band e per ogni componente svela il tallone d’Achille e la qualità che ruberesti.

A Bemolle ruberei la capacità di suonare come sa suonare il pianoforte. A RafQu ruberei la capacità di suonare come sa suonare la chitarra. A Roberto Fedele ruberei la capacità di suonare come sa suonare la batteria. Il loro tallone d’Achille è anche il mio. La musica.

Parlaci dei tre singoli estratti dal tuo album di debutto “In un baule di personalità multiple”: “Quella maledetta estate”, “Diverso” e “In un albergo di Milano”. Chi li ha ispirati e a quale tua personalità corrispondono?

Le canzoni del disco, messe in sequenza, descrivono le varie fasi di una storia d’amore. In realtà ad ispirarmi sono state le persone che ho incontrato in questi anni, i luoghi che ho vissuto e visitato, chi è stata brava a catturare i miei sentimenti e le mie attenzioni. “Diverso” è scritta a quattro mani con RafQu, e c’è molto anche di lui in questa canzone. Dei suoi tormenti, dei suoi amori sperati.  

Il rapporto tra letteratura e musica è ancestrale. Nella tua fase creativa quanto si influenzano a vicenda e come si intrecciano? 

Dipende dai momenti e da quello che sto leggendo nel periodo in cui scrivo canzoni. Sicuramente sono molto influenzato da ciò che leggo. Ma non è un’influenza voluta e messa lì a posta. Le due cose si intrecciano attraverso citazioni, in alcuni casi, o semplicemente attraverso il trasporto di una determinata sensazione dalla lettura di un libro, alla scrittura del brano.

In “Spremuta d’arancia a mezzanotte” Carlo Barrassi è il tuo alter ego? Ci sarà anche nella tua prossima opera letteraria? Dacci qualche anticipazione.

Più che alter ego, Carlo è un eteronimo. Poi, che io e lui somigliamo, questo è evidente. Sì, ci sarà anche nel mio prossimo romanzo. Con un ruolo meno centrale però. Il lavoro è ultimato e sto solo cercando una nuova casa editrice con la quale pubblicare.

Che significato attribuisci al fatto che Mein Kampf di Hitler è tra i libri preferiti dalle nuove generazioni e come mai è anche nella tua libreria?

Che il Mein Kampf sia uno dei libri “preferiti” dalle nuove generazioni non lo sapevo e non l’ho nemmeno mai sentito dire. Quindi non parlo di quello che non conosco. Volendo citare, e modificare lievemente, Jep Gambarella: Non perdo tempo a parlare di cose di cui non mi va di parlare.  Faccio parte di una “Compagnia segreta” denominata “La setta dei lettori compulsivi spasmodici elettamente supportati dalla passione per i libri”. Siamo cinque persone e ci riuniamo una volta al mese. Durante i nostri incontri discutiamo di libri e scrittori che ci piace leggere e poi alla fine di ogni incontro uno dei componenti porta un libro che egli reputa non degno di essere stato scritto, ci mettiamo in cerchio nel giardino, e lo bruciamo. E’ una scena carina, quanto inquietante perché, mentre il libro non degno brucia, noi facciamo un giro tondo e cantiamo “Light my fire” dei Doors.  Quando sei venuto a trovarmi, era il mese in cui toccava a me portare il libro da bruciare.

C’è una causa politica per cui ti potresti esporre in prima persona e che lettura dai all’unione contrattuale tra Luigi Di Maio e Matteo Salvini e al loro exploit politico?

Mi ripeto: non perdo tempo a parlare di cose di cui non mi va di parlare.   Sono un cantautore che scrive d’amore e di gesti della vita. Cerco di espormi, farmi pubblicità per far conoscere i miei lavori ed è di questo che voglio parlare pubblicamente, non di politica. Anche perché, aldilà di quello che si può pensare su una persona, positivamente o negativamente, siamo noi che dobbiamo agire in un certo modo e fare del bene noi, nel nostro piccolo privato, a chi troviamo sulla nostra strada e a noi stessi.

Papa Francesco ha paragonato gli abortisti a «nazisti con guanti bianchi», ha lodato le donne che nel silenzio sopportano i tradimenti dei mariti e aspettano che tornino alla fedeltà, e ha screditato le famiglie arcobaleno in quanto «la famiglia a immagine di Dio è una sola: quella tra uomo e donna». Che ne pensi?

Ognuno crede in qualcosa e si batte per portare avanti la propria idea.

La Silvia di “Silvia non lo sa” è la stessa fonte di ispirazione di “Dentro” e del tuo album di debutto?

Posso rispondere a questa domanda affermando che “si dice il peccato, ma non si svela il peccatore”? Scherzo… sicuramente ho avuto una fonte di ispirazione forte, ed è altrettanto probabile che queste due canzoni siano ispirate alla stessa persona, anche se in “Silvia non lo sa” c’è spazio per l’interpretazione “padre-figlia”, che è anche quello un tema al quale sono molto legato. Di sicuro l’album non parla solo di “sentimenti” relativi all’amore. Barrassi non mi avrebbe parlato più per tutta la vita altrimenti.

“Silvia non lo sa” è anche una grande prova vocale che mette in risalto la tua bravura e le tue ampie possibilità, proprie in genere del sesso femminile. A quale grande voce proporresti un duetto o un tuo inedito?

Non mi piace parlare di “grandi prove vocali” o di “bravura vocale”; quando canto, canto, senza stare a pensare “guarda come canto bene!”. E anzi posso dirti che più passano gli anni, più ho voglia di cantare su range sempre più gravi. Crescendo impari che non è l’estensione vocale che colpisce la gente, ma quanto arriva al loro cuore quello che canti. Se dovessi comunque scegliere una voce femminile con cui duettare, puntando in alto, sceglierei la numero uno: Mina. Però ho anche un’altra voce che da un bel po’ di anni cattura la mia attenzione da ascoltatore. La voce di Meg, ex 99 posse.

Mara Maionchi e Rossana Casale bocciarono te e Giovanni Caccamo agli Home Visit di X Factor 2010. Anche per te, come per Caccamo, quel no fu formativo? Che ricordo hai di ognuno di loro?

Assolutamente sì. Tutte le porte in faccia hanno contribuito a farmi crescere e a darmi uno stimolo a lavorare su me stesso per migliorarmi. Col senno di poi, dico che quel no fu giustissimo. Non ero pronto. Di loro, chiaramente, non conservo nessun ricordo. Gli ho visti due volte, non avendo modo di intrattenere un discorso vero e proprio non posso nemmeno esprimere un giudizio personale e veritiero. Sarebbero solo supposizioni. 

Tanti artisti salentini dominano la scena discografica del momento: da Alessandra Amoroso ad Emma, dai Negramaro agli Boomdabash. Ma ce ne sono tantissimi altri, come te, che stanno provando ad uscire dalla nicchia. Chi potrebbe farcela? Ce n’è uno in particolare con cui pensi di essere legato da stima reciproca e sincera?

Non sto provando a uscire dalla nicchia. Ho tentato di inserirmi nel circuito “Che conta”, per anni, non riuscendoci, senza dubbio, ma anche acquisendo, anno dopo anno, la consapevolezza che quel circuito non era e non è adatto a me. Per cui il mio è proprio un ritorno voluto alla nicchia.

I rapper sono le rockstar di oggi? Che ne pensi della moderna trap che domina nelle classifiche di vendita?

La trap è un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio e avrà anche una fine. Come la mafia… diceva Falcone.

«La televisione è nelle mani degli idioti, la normalità è esaltata e la genialità esiliata» canti in “Musica di m…”. Quali sono i primi nomi che ti vengono in mente per ciascuna delle 3 categorie?

Non è necessario fare dei nomi specifici. Voglio però fare un esempio che qualcuno capirà, qualcun altro no. Una sera facendo zapping alla televisione, su Rai Uno davano un programma e cantava Orietta Berti; senza nulla togliere ad Orietta Berti eh. La stessa sera, sulla tv nazionale Islandese, stavano trasmettendo in diretta streaming il viaggio dei Sigur Rós che attraversavano nel giorno del solstizio d’estate la Route One, la strada circolare che percorre l’intera Islanda per 1332 km. A buon intenditor… (il nulla), a chi non capisce… (si merita i ‘Dinosauri’).

Perché in un Paese come l’Italia, che vanta un invidiabile patrimonio artistico, il fruitore medio di musica è così influenzato dai media e il sistema discografico sempre più lontano dalla qualità? 

Perché siamo ormai entrati nell’ottica che non c’è più il tempo di sbagliare, distruggere e ricominciare. Il fatto che il fruitore medio di musica sia influenzato dai media non è un “problema” attuale, e non sarebbe nemmeno un problema se il “prodotto” offerto dai media fosse di buona qualità. Bisogna capire poi cosa si intende per discografia. Io credo che stiamo vivendo un’epoca di passaggio, di grandi cambiamenti, un’epoca di riassestamento. Le grandi major stanno pian piano morendo e sta venendo fuori sempre più la dimensione indipendente, l’indie. Quindi, se per discografia si intende le multinazionali della musica, sì credo siano ormai molto lontane dalla qualità. Ma se per discografia intendiamo il tutto, le etichette indipendenti, i gruppi che non passano per radio ma che nonostante ciò fanno 200 date in un anno e vendono più dei cantanti di Amici e X-Factor, beh, credo che allora la discografia non sia poi così lontana dalla qualità. C’è gente che fa musica seria, impegnata e di spessore, e sono in tanti.

Piero Pelù, dopo averti escluso dalla sua squadra di The Voice of Italy, ha decantato, sia attraverso la carta stampata sia attraverso i canali social, le tue qualità vocali e compositive. A riflettori spenti la stima suona sincera e sembra rivelare quello che già J-Ax ha fatto trasparire. Ovvero una mancanza di autonomia nelle scelte dei vocal coach. Quali sono i tuoi bilanci su questa esperienza televisiva e che effetto ti fa sapere che i tuoi singoli, sia su iTunes sia su YouTube, hanno avuto più successo di quelli degli ultimi vincitori di The Voice?

Piero Pelù è una persona a cui io sarò sempre grato. In poco tempo è riuscito a trasmettermi tanta positività e passione per questo mestiere. The Voice, come esperienza umana, è stata sicuramente una delle più emozionanti della mia vita. Mi è servita, perché da lì è partito il progetto insieme a Michele Cammarota, Paci Ciotola e New Music International, che mi ha portato alla collaborazione con Cesko degli Après La Classe, alla pubblicazione di “Silvia non lo sa” e “Musica di m” e ora alla realizzazione del mio primo album “In un baule di personalità multiple”, prodotto per XO la factory e Cabezon Records. Francamente non sento mai le competizioni e non guardo in casa di altri, per cui, se i brani hanno avuto un discreto successo sono felice, per me, non a discapito degli altri. Tutti facciamo dei sacrifici.

Come mai non hai provato la carta di Sanremo con la nuova direzione artistica di Claudio Baglioni?

Non mi interessa, per il momento, quel genere di contenitore musicale.

Sanremo, negli ultimi anni, ha bilanciato l’offerta – artisticamente precaria – dei talent show con una nuova ondata di cantautori come Ermal Meta, Francesco Gabbani, Giovanni Caccamo, The Niro, Diodato e Renzo Rubino. Chi salvi, tra tutti, e chi, invece, butteresti giù dalla torre e perché?

Non salvo e non butto giù nessuno io. Ognuno ha il diritto di esprimere quello che sente attraverso il mezzo che ritiene opportuno, in questo caso la musica. Posso dire solo che mi piace Renzo Rubino, non mi dispiace Gabbani (perché adoro Battiato). Guardo con rispetto a Diodato e The Niro. Caccamo ed Ermal Meta hanno il loro successo considerevole, quindi tanto di cappello a loro.

Ad Antonio Maggio, vincitore di Sanremo Giovani 2013, hai regalato spessore artistico con brani come “L’Equazione” e “Stanco”. Come vi siete conosciuti e com’è nata la collaborazione? Il suo terzo album si avvarrà, come i precedenti, della tua firma?

Ci siamo conosciuti ai tempi del Liceo. La collaborazione è nata senza motivi precisi, eravamo amici, cantavamo e suonavamo entrambi, spesso insieme, e così è capitato di scrivere a quattro mani. Per il suo prossimo album non credo ci saranno delle mie canzoni, semplicemente perché negli ultimi anni io sono stato molto preso dal mio progetto solista e non c’è stato modo di fermarci e scrivere qualcosa di nuovo. Ma Antonio è un bravo cantautore, sono sicuro che il suo prossimo album sarà di spessore, al pari dei primi due.

In passato tutte le volte che ti sei proposto come cantautore per il Festival di Sanremo sei stato convocato per le audizioni. Questa di per sé è già una soddisfazione importante e dal significato inequivocabile vista la concorrenza serrata, non trovi?

Sicuramente fa piacere anche se, come nello sport, arrivare secondi non importa granché a nessuno.

Qual è il brano, tra tutti quelli con cui hai concorso, a cui sei più affezionato e quello con cui hai creduto di farcela?

Quello a cui sono più affezionato è “Scuro”, con il quale ho concorso nel 2012, perché trattava del delicato tema degli anziani, e in particolar modo parlava dei miei nonni. Mentre “Dentro” mi ha lasciato ben sperare fino all’ultimo.

“Dentro” è stato il brano per Sanremo Giovani 2016. È stato un parto dolce o doloroso? A chi è rivolta l’intensità delle liriche e dell’interpretazione?

Non c’è né dolcezza né dolore quando compongo, nemmeno quando si tratta di canzoni tristi. Mi reputo un futurista, per me ciò che conta è il momento proprio dell’atto creativo, e non il ricordo, bello o brutto, di ciò che lo genera. “Dentro” mette in luce la forza di un rapporto umano, quando si vuole bene a una persona a tal punto da voler condividere insieme a lei persino il suo dolore, che se ci pensi è la cosa più intima e preziosa che l’uomo ha nel suo bagaglio personale.

Il brano più che essere scelto da te per il Festival di Sanremo sembra essere stato scelto proprio da quest’ultimo. Pensi che la commissione artistica non si sia accorta di questa forte attrazione reciproca? Perché separarvi?

È da tanto tempo ormai che sono in questo mondo; ho imparato, negli anni, a non farmi troppe pippe mentali. La commissione artistica aveva delle scelte da fare. Spesso queste scelte sono dettate anche da meccanismi che poco c’entrano con la musica stessa o con l’atmosfera del pezzo. Per cui c’è poco da dire a riguardo. Sanremo è come sempre un bel tentativo. Se va, va, se non va… si continua a suonare, scrivere sempre e cercare nuovi modi e spazi per far arrivare le tue idee a quanta più gente possibile.

Nella scaletta dei tuoi concerti ti è capitato di inserire dei brani che hanno reso importante il Festival di Sanremo, come “Ma che Freddo Fa” di Nada e “Luce” di Elisa. “Dentro” non è riuscito a entrare nella storia di Sanremo, ma potrebbe entrare nel repertorio di qualche altro artista. Da chi vorresti venisse reinterpretato?

In primo luogo vorrei che “Dentro” possa avere il successo che merita, ma con la mia voce. Dopo qualche anno passato a dare le mie idee e le mie canzoni ad altri, ora vorrei cantare e suonare io quello che scrivo. Detto ciò, mi auguro che “Dentro” possa essere reinterpretato ogni giorno della settimana in qualsiasi posto del mondo dove si fa musica live, dalla voce di tutti i cantati possibili di qualsiasi coverBand.

In quel talent show pre-Festival era prevista anche l’esecuzione di una cover. Se fossi stato incluso nella rosa dei 12 finalisti, quale brano avresti reinterpretato per l’occasione e perché?

Avrei interpretato “Firenze (Canzone triste)” di Ivan Graziani. Ivan è uno dei miei cantautori preferiti. Mi ci sono sempre un po’ rivisto, sia nella sua voce che nella sua maniera di scrivere, catalogabile sempre nel “pop commerciale”, ma con quei tocchi di particolarità, scelta linguistica e follia che nessuno si aspetta all’interno di una canzone.

Ti propongo per “Hit Non Hit”, la mia pagina blog di Facebook, un omaggio a Riccardo Cocciante per i 20 anni del suo Notre-Dame de Paris, il musical che ha superato i 15 milioni di spettatori con oltre 4.500 repliche rappresentate in tutto il mondo. Accetti?

Va bene dai, non posso dirti di no, anche perché sono un fan del Notre-Dame.

blumoso

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