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Aretha, la donna rossa

Aretha, in questa sua prima notte da morta, verrà gettata nell’esercito della gloria: come una coperta sul riscatto degli sfruttati.

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Aretha Franklin
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Le fibre di cotone hanno un punto grezzo, che quando lo trovi non hai più il coraggio di guardarti le mani. E raschiano, come un doppio forcone, sia l’anima che la tolleranza. Noi stavamo tutti piegati a culo indietro, in un falso inchino, e raccoglievamo quei piccoli manubri di neve, allineati come se il cielo avesse spostato le nuvole. Che a volte avremmo preferito tagliarci le dita pur di non far ricavare un altro anello che brilla ai padroni. Ma gli schiavi sono una mercanzia hanno il nero tinto anche nei polmoni e hanno tutte le gravidanze putride e fanno nascere soltanto altri schiavi. Smettiamola tutti quanti di suonare, tanto Dio è ignaro.

Aretha l’avrebbe stracciata questa mia immaginazione. Avrebbe battuto le mani per richiamare prima uno poi i restanti venuti ad ascoltarla.

La Chiesa battista in quegli anni l’aveva tutta nelle braccia e la sua voce aveva una tonalità cromatica che finanche Dio si sarebbe avvicinato e si sarebbe fermato a ogni nota, fosse solo per comprendere il miracolo che era riuscito a fare, creando quella voce. Lei lo sapeva e lo osannava facendolo fiorire nella gioia degli occhi. E avrebbe cancellato oltre la metà delle parole dette per la giustizia tra gli uomini, perché così era cominciato e la prepotenza non sarebbe cambiata. E allora cantava, per invadere i cuori di pace. E pregava e bestemmiava e voleva torcere il collo a chiunque mancasse di rispetto.

Aretha era una donna rossa, insanguinata nel petto dalle catene; come una pazza afferrava la gentaglia per le orecchie e urlava dentro che Cristo, cazzo Cristo, è stato ucciso perché voleva essere nudo senza drappi né fortune e non si aspettava risposte dagli uomini, e che ci sarebbe stata un’altra vita questa volta immutabile e giusta.

La sua anima era inaccessibile e molti l’hanno condannata al macello del pop, della canzonetta.

Aretha, in questa sua prima notte da morta, verrà gettata nell’esercito della gloria: come una coperta sul riscatto degli sfruttati. E qualcuno alzerà il pugno contro l’impostura e il malato germe umano. E a qualcuno brucerà ancora la pelle, come fosse davvero nei campi.

Aretha adesso parlaci con il nemico, con la tua voce infallibile. Diglielo mentre dorme che l’ingiustizia è un pasto del diavolo, che noi siamo i vergini migliori che siamo la fonte e l’altare maggiore di Dio. Diglielo Aretha, che non abbiamo più paura, perché tu ci hai svegliati.

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Michele Caccamo
Poeta drammaturgo e scrittore. Pubblicato e tradotto all'estero, conosciuto nel mondo arabo come il Poeta della fratellanza: per la sua attenzione all'integrazione e il suo impegno letterario nell'incontro tra popoli e religioni. È anche autore di testi di canzoni. Ha pubblicato finora sedici volumi di narrativa e poesia

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