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giovedì, Aprile 2, 2020

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Il Grosso Grasso (?) Matrimonio con il Vinile (e con la Musicassetta)

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Vinile, musicassetta, ritornano di moda, ma attenti ai dati di vendita, perchè vanno interpretati e capiti.

Circola da un po’ di anni con tanti articoli, news, segnalazioni e post carichi di entusiasmo la notizia che in Italia (e non solo) c’è il boom del vinile. Un dato certamente degno di nota, che segnala una grande attenzione al prodotto culturale musicale e al suo essere comunque legato, un po’ come il libro nel rapporto con l’e-book anche se con risultati opposti, per una parte di pubblico, ancora per fortuna ben connesso ai negozi di dischi, al supporto fisico, a un prodotto che si tocca insomma con mano.
Ma c’è un altro aspetto che viene messo meno in risalto.

Proviamo a dare qualche dato.

In Italia il mercato della vendita dei prodotti musicali, ci dicono gli ultimi dati del 2017, è di circa 154 milioni di euro di fatturato. Di questi il 54% è legato al supporto fisico, cioè sostanzialmente ancora al compact-disc, per una cifra quindi che si aggira intorno agli 84 milioni di euro, mentre il digitale si aggira intorno ai 70 milioni di euro dei quali la metà, cioè circa 35 milioni sono dedicati agli abbonamenti gratuiti in forte crescita e si dice destinati a sostituire le radio così come YouTube ha sostituito le tv musicali, mentre si dice “il vinile sorprende con il 6% circa del mercato” cioè circa 9 milioni di euro degli 84 milioni del supporto fisico. Una bella news non c’è che dire, ma che resta lì.

E giù invece a fioccare con titoli e supertitoli sul vinile che esplode, sul fatto che tornano in pista le linee che stampano il vinile, che si rimettono sul mercato i vecchi giradischi tirati a lucido e così via. Torna la gente alle mostre del disco e si fanno film e mostre sul vinile e le copertine, per fortuna, dico io, perche’ così aumenta il valore culturale della musica grazie al vinile.

Per un mercato in Italia di 9 milioni di euro che è pari al fatturato che fanno singolarmente tantissime piccole imprese italiane, però. Insomma, un mercato interessante e di gusto e di classe, ma tutto sommato di ultranicchia e marginale in termini economici, che certo ha avuto il pregio, soprattutto grazie alle migliaia di piccole indies, autoproduzioni e crowdfunding, di fare venire alla luce qualche migliaio di titoli che altrimenti non avremmo visto, quindi di alta caratura culturale, ma che dal punto di vista economico non ha purtroppo un forte valore, se non il fatto che grazie a questa economia gli straordinari negozi di dischi ancora attivi, per ogni 10 cd riescono a piazzare anche 1 vinile. Tutta roba che fa bene comunque all’anima e al cuore degli appassionati di musica.

Sembra più però, quando a occuparsene così massicciamente sono i grandi gruppi, una sorta di “arma di distrazione di massa” per tenere lontano dai grandi business del digitale (scarsissimi riconoscimenti agli artisti per i click e le visualizzazioni, pagamenti attraverso società presenti in altri Paesi che non sono il nostro con forte potenzialità di elusione di Iva e Tasse, pagamenti ridotti, e a volte nulli, rispetto al diritto d’autore e ai diritti connessi e così via) che al contrario fa grandi fatturati e cerca di tenere per sé tutti i ricavi, condividendoli pochissimo con tutta la filiera artistica e produttiva, vera ossatura del futuro dei contenuti musicali nelle piattaforme digitali, ma che così, con sempre meno risorse a disposizione visti gli scarsi riconoscimenti economici, rischiano di venire inaridite piano piano fino alla morte. Pare questa la vera ragione. Infatti, ora si sta preparando un massiccio ritorno sul grande boom della musicassetta, si comincia a leggere. Così da arginarci proprio del tutto nella riserva indiana dei mercati musicali del Novecento, mentre le piattaforme monopoliste multinazionali e globali sbaragliano ogni concorrenza nei mercati dei Millennials.

Firmato
L’INDIPENDENTE

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