Home Parole e Poesia A Giancarlo Bigazzi, che ha fatto a nuovo i nostri cuori

A Giancarlo Bigazzi, che ha fatto a nuovo i nostri cuori

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di Michele Caccamo

Fioccano i vocaboli a coriandoli, come fossero girandole; come fossero stati messi sull’asse della porta per aprirci il giorno buono. E con la mente piena usciamo nel quotidiano, verso la gioia e la gloria. E siamo grati alla bellezza dell’amore, ai cantori che ce la fanno ricordare. E sappiamo di averne bisogno. E la memoria va a quelle “rose rosse” struggenti e pronte per un cuore fatto a nuovo.

A ricordarlo, Giancarlo Bigazzi, aveva la voce dell’innocente e una vena sempre limpida. Faceva fiorire la musica con i suoi versi.

“Se bruciasse la città” è stata testimone della continuità coniugale, e delle mani che non sanno allontanarsi.

E ci ha allettati con la sua esplodente “eternità”, ci ha contaminati, tanto che avevamo voglia di aprire le braccia per raccogliere il vento. E non ci faceva confondere con i falsi miti della contestazione, piuttosto ci riportava all’essenza dell’uomo.

Così nei “vent’anni” restituiva tutto ai fiori infiammati dalla felicità, e si sentiva raggiante come fosse lui stesso uno dei colori dell’iride. E ancora quella grande necessità di allargare le braccia.

Giancarlo Bigazzi aveva negli sguardi un senso romantico, la delicatezza dei grani che spuntano al mattino. Era il disegnatore bucolico della nostra vita: pitturava “montagne verdi” con l’intenzione di farne stanza ospitale per il suo amore. Ma ne rimaneva anche ferito: come chiunque abbia tanto amato aspettava la morte. “Non si può morire dentro” come davvero fosse possibile riuscire a dimenticare, e a liberarsi.

Ma era davvero lui quel fiore celeste che proclamava l’amore: con “Ti amo” diventava il padre dell’universo, di quel sicuro avamposto che sa infiammare la mente gli occhi il cuore, che “ci vorrebbe il mare” per poterlo spegnere.

E si sapeva denunciare, perché “gli uomini non cambiano” quando vogliono abusare di qualsiasi sensibilità; perché fanno commedie, tutti terribili sembianti del lupo, per portare avanti il furto, per portare le donne nelle loro piacevoli grotte.

Giancarlo Bigazzi ha messo nelle corde della chitarra il convinto candore di “Cyrano”, e le fibre della sua solitudine. Ha cercato nel palato del destino la sua salvezza, la sua insurrezione.

E continuando a ribellarsi e ha voluto dare la voce a un Marco Pantani morto, ha voluto essere contro quel mondo cieco che non poteva sopportare un campione. E lo ha portato alle stelle, lontano da quel veleno di rospo che fino alla fine gli ha contornato la vita.

E infine ha scritto “un’apertura d’ali”. Di quelle promesse spose del carcere.

E lui non lo sapeva, ma avrebbe riguardato una mia amica: dolorosamente vista in quell’ambiente funesto, in quel tempio distruggente senza la luce del diritto. Anche lei, come lui come me, innocente.

A te con amore, Giancarlo Bigazzi, anche a nome di quelle detenute che per un giorno hanno avuto le ali.
E ancora si sente quella grande necessità di allargare le braccia.

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