Home "Il Tasso del Miele" di Michele Monina Alice Paba, maneggiare con cura

Alice Paba, maneggiare con cura

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di Michele Monina

Dice, sono anni che ti scagli con ostinazione contro il mondo dei talent, senza sconti alla cassa, anzi, spesso con una durezza addirittura eccessiva nei confronti di quelli che in fondo sono solo dei ragazzi, perché adesso stai seguendo The Voice, che dei talent è anche il solo che non ha mai prodotto nulla di interessante? Dice, con tanta musica interessante che c’è la fuori, non faresti meglio a continuare a occuparti di quella, evitando di sdoganare un programma tv che illude i partecipanti, facendo sognare loro un futuro che in realtà nessuno intende realizzare? Dice, se proprio vuoi appassionarti a un talent, non faresti meglio a farlo con X Factor, che ha quest’aura cool, molto milanese, o a Amici, che almeno ti passerebbe la paghetta?

Queste cose me le hanno chieste diverse volte, negli ultimi giorni, facendomi non poco sorridere (ridere no, perché chi mi pone queste domande, quasi sempre, ostenta di non averci capito un cazzo, e ridergli in faccia sembrerebbe poco carino). Forse è il caso che io spieghi qualcosa, e che lo faccia scandendo bene le parole, affinché non ci siano dubbi a riguardo. Dubbi che, ci tengo a sottolinearlo da subito, mi sorprende non poco ci siano, visto che tendo a non girare mai troppo intorno alle faccende, scegliendo la più diretta delle vie, anche a rischio di offendere i miei interlocutori, di bruciarmi terreno intorno, di farmi nemici.

Considero il mondo dei talent deleterio. Tutti i talent mi sembrano deleteri. Per chi vi partecipa, principalmente, ma un po’ per tutta la filiera discografica. Non sono Red Ronnie, quindi non imputo ai talent colpe che non hanno. Faccio un discorso ben diverso, e lo faccio da tempo. Ritengo che i talent siano visti da tempo come una delle poche vie percorribili dalle major. Cioè, chi dovrebbe trovare le vie percorribili ha deciso che di via percorribile ce n’era una e una soltanto, e ha stabilito che di lì si dovesse passare. Conseguentemente quella che poteva essere un’opportunità è diventata una ghigliottina. Tutti di colpo sono diventati interpreti, anche coloro che non solo non lo sono, ma non vogliono esserlo. O passi di lì o non esisti, hai voglia a parlare di fare gavetta altrove, un altrove sembra non esistere più. Quindi tutti interpreti, tutti pronti a mettersi in mano a coach, giudici e direttori artistici, che spesso non hanno la benché minima idea di chi hanno di fronte. Non ne hanno idea e non sono particolarmente interessati a scoprirlo, perché stanno in fondo facendo altro, stanno dando vita a un programma televisivo, essenzialmente, e stanno dando visibilità a se stessi. Quindi, magari, ci può pure scappare affetto per i ragazzi e le ragazze con cui entrano in contatto, ci può anche essere stima reale, ma il talento dell’artista diventa un optional, un progetto discografico impostato su quel talento l’ultimo dei pensieri. Del resto, novanta volte su cento, neanche il progetto artistico dell’artista incaricato di fare il coach è così rilevante, e lo prova come quasi nessuno pensi a tirare fuori un proprio disco durante la lunga esposizione televisiva, abc del marketing.

Comunque, tornando ai giovani, il talent diventa una ghigliottina sotto la quale passare. Se non funzioni addio, non hai futuro, se funzioni, invece, arriva la parte difficile. Perché ovviamente, metti che tu vinca o che in tutti i casi diventi un caso, vedi i Dear Jack qualche anno fa, ecco che tocca tirare fuori un album o un EP in tempi velocissimi, senza possibilità di approfondire, di progettare, di lavoraci su con la calma necessaria. Due, tre settimane e via, se si parla di album. Uno o due giorni se si tratta di singoli. Poi c’è il mercato, con la chimera del pubblico tv che dovrebbe, a questo servono i talent, diventare fruitore musicale. Anche lì, se non funzioni, addio, è stato bello. Ovviamente, in tutto questo, il progetto che l’ipotetico talento aveva in mente inizialmente è pari a zero, non viene preso in considerazione, non c’è tempo, tocca ricorrere a autori rodati, produttori rodati che usino suoni rodati, pronti via.

Quindi se perdi sei morto. Se vinci potresti essere presto morto. Fare esempi, vista la quantità di esempi disponibile, potrebbe essere cinicamente impietoso.

Quindi, tornando alle domande iniziali, non ho cambiato idea sui talent. Chiaro, andando dietro le quinte, avendo degli amici per coach, degli amici tra gli ospiti, mi sono divertito, parecchio, ma questo è un po’ l’aspetto interessante di questo lavoro che altrimenti è fatto di giornate passate in ciabatte di fronte al pc, in casa, a scrivere di gente figa che conduce esistenze fighe. Continuo a considerare i talent deleteri, tutti. E continuo a pensare che The Voice, talent che ho seguito con maggiore attenzione del solito, sia anche pensato molto male. Tutto incentrato sulla costruzione narrativa dei giudici, affatto in grado di fidelizzare il pubblico ai concorrenti, e quindi senza la possibilità che quei concorrenti, una volta che si affacceranno al mercato, avranno già pronta una utenza cui rivolgersi, vera mission dei talent (a parte gli ascolti tv, chiaro).

Detto questo, che continuo a proclamare senza ovviamante aver cambiato idea, ritengo che quest’anno, probabilmente per la legge dei grandi numeri, o forse per una strana botta di culo, tra i concorrenti di The Voice sia arrivato un talento. Un talento che, a questo punto, potrebbe davvero vincere, visto che è arrivata alla finale. E che si troverà di fronte allo scenario sopra descritto. Non certo qualcosa su cui farsi aspettative rosee. E qui arrivo a quel che sto cercando di fare, non certo perché mi ritenga in grado di cambiare il corso delle cose, ma perché ritengo che il mio lavoro sia proprio quello di cambiare il corso delle cose, o almeno di provarci. Se Alice Paba, questo il nome del talento in questione, vincerà, o anche se non dovesse vincere (ma io ritengo dovrebbe vincere), il caso di Chiara Dello Iacovo è lì come bel promemoria per tutti, credo che dovrà essere lavorato con grande cura e grande cautela, come ogni talento andrebbe approcciato. Quindi niente corse a tirare fuori un album, così come invece dovrà accadere col singolo, che dovrà vedere la luce in tempi velocissimi per poter essere pronto per lunedì, data della finale. Sarebbe il caso, chi scrive lo ha fatto, scambiare quattro chiacchiere con la diretta interessata. Parlarci, conoscere il suo mondo, quello personale e quello artistico, i suoi riferimenti, il suo immaginario. Lavorarci su. Costruire architetture. Ascoltare le sue canzoni, e da quelle partire. Poi trovarle un suono. Il suo suono. Che non significa, errore spesso commesso in passato, capire a chi potrebbe somigliare, ma trovare la strada per far emergere lei, e solo lei. Tutto questo se vincerà, ma, ripeto, anche non dovesse vincere (e io credo che dovrebbe vincere). Toccherà spiegarle di come funziona il mondo della musica, dei tanti gatti e volpi di cui in passato ci ha cantato Edoardo Bennato. Ecco, toccherebbe pure farla parlare con chi quella stessa strada l’ha percorsa in passata, metterla in condizione di apprendere il know-how del cantautore anche andando a abbeverarsi direttamente alla fonte. A questo servono i colleghi più esperti, a passare esperienza e conoscenza. Molto sta facendo Dolcenera, lì, fatele incontrare anche altri artisti, fatela confrontare, collaborare, imparare.

Quindi partire da lei per arrivare a lei, partire da Alice Paba per arrivare a Alice Paba.

Guai se la Universal, casa discografica di riferimento di The Voice, si affrettasse a sparare sul mercato il classico dischetto fatto in quattro e quattr’otto. Staremo qui per controllare, e, su questo sono un vero numero uno, rompere i coglioni. Perché si parla, e chi scrive, cioè io, lo fa da sempre con ostinazione, che i talent non sfornino talenti, ma se un talento ci passa, da un talent, sprecarlo è un vero peccato mortale.

Quindi, amici della Universal, non fatevi sfuggire un talento quando vi passa sotto il naso, nonostante una acclarata disaffezione verso un format che in effetti non è fatto per avere a cuore il talento. Maneggiate con cura Alice Paba, se vince, e nel caso malaugurato non vincesse (ma io credo debba vincere), ricordatevi di Chiara Dello Iacovo, talento che lì era e che è fiorito altrove, che continuerà a fiorire altrove.

Quanto a tutti coloro che si sono affrettati a rivolgermi domande, le domande poste in esergo di questo pezzo, e anche a tutti coloro che si sono fatti altri interrogativi su questo mio atipico endorsement, atipico perché lontano, apparentemente, da quanto detto fin qui sui talent (ma ho spiegato, credo, definitivamente come la penso in proposito) e atipico perché senza precedenti (o almeno senza precedenti non dovuti a imboccamenti e paghette), credo di aver risposto quel che c’era da rispondere. In passato mi è capitato di incappare in talenti prima di altri. Ho raccontato Mondo Marcio, Malika Ayane e in parte la stessa Chiara Dello Iacovo un secondo prima che si accendessero i riflettori. Credo che Alice Paba possa ambire a occupare un posto di rilievo nel nostro panorama musicale. Ci metto la mia faccia sopra. Ci metto il mio know-how e le mie conoscenze. Ci metto il mio nome e cognome. Per come la vedo io dovrebbe sempre funzionare così.

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