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La mia finestra sul mondo

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di Martino Corti

Come faccio a spiegarvi che quando guardo fuori dalla finestra sto lavorando?

Cami e Mirtilla sono uscite a fare un giretto ed io sono rimasto qui a casa, a guardare fuori dalla finestra. A lavorare. Perché è così difficile far capire alla gente che fare canzoni, scrivere spettacoli e portarli in scena è un lavoro? Ma soprattutto perché sento il bisogno che la gente lo capisca? Comunque, stavo guardando fuori dalla finestra…Cosa scrivo? Cosa scrivo?

Penso penso penso e ho iniziato a pensare ai teatri. Che figata i teatri, pieni! Ci sono belle notizie anche nel teatro. Per esempio ho letto recentemente che gli abbonamenti del Piccolo hanno superato gli abbonamenti di Milan e Inter. Ecco, chi ha visto quest’ultimo derby può facilmente capire il perché. A cosa penso? A cosa penso? Cosa vedo da questa finestra? Un sacco di radio. Sento anche la musica che passano. La mia non c’è, ma chissenefrega. Voglio dire, artisti, se i network non ci passano possiamo passare noi dai network. Prendiamo la chitarra e passiamo lì sotto cantando le nostre canzoni. Che sbarbatello che ero ai miei primi passaggi (vedi video sopra).

Cosa vedo ancora? I locali. Cazzo i locali. A sentir parlare voi che avete vissuto i bei tempi, Milano era una fucina di locali dove poter ascoltare musica dal vivo. Sempre, a qualsiasi ora del giorno e della notte. Oggi se ti va di culo trovi il posto che fa suonare ad un giovane la propria musica, ma sei disturbato dai dementi che chiedono quelle di Battisti, “tutte tranne quelle tristi” come direbbe il mio amico e artista Emil! Ogni tanto sogno uno di questi ragazzi che appoggia la chitarra, si avvicina al gruppo da dove provengono le urla, fa un bellissimo sorriso, poi prende la bottiglia di birra e la spacca in testa al primo per poi iniziare una rissa alla Once were warriors. Ma non succede mai. Il ragazzo va sempre avanti, a volte credendoci davvero, a volte con la morte negli occhi e una domanda che si legge nella nuvoletta di fianco a lui: “Ma che cazzo ci faccio qui?”.

Allora da questa finestra vedo teatri, radio, locali…oh cazzo la SIAE, vedo anche quella. Non so perché ma la SIAE crea negli artisti le stesse reazioni di quando per strada vediamo un vigile. Fa paura un vigile, paradossalmente fa paura anche se non hai fatto nulla di male…Oh cazzo, un vigile. Oh cazzo, la SIAE (così, senza motivo). Io non ce l’ho con la SIAE, anzi, perché dovrei avercela con chi prova a tutelarmi? Oh mio Dio, ma tutelarmi da chi, da cosa? Ho già l’ansia, meno male che c’è la SIAE! Ecco, è solo che preferirei guardare per ore un cane pisciare piuttosto che guardare i miei rendiconti della SIAE. Del resto passo dai network ma i network non mi passano, faccio poche serate, perché mi dovrebbero pagare? Per l’impegno? Magari…

Dal momento che sto guardando dalla mia finestra e quindi mi sto immaginando tutto, mi immagino anche un dialogo con questa entità, la SIAE, cosa che nella realtà non può avvenire perché, stando sui coglioni a tutti, chi ci lavora si relaziona al pubblico in modo da facilitare questo processo: “te lo do io un motivo per odiare la SIAE”.

In un minuto di dialogo con uno preso a caso nella SIAE di via Arco o si salta il bancone alla “Un giorno di ordinaria follia” o non si fanno più domande alle quali non si possono ricevere risposte educate. Quindi ogni volta che ci vado di persona per organizzare una nostra serata finisco con il chiedere: “Ok, quant’è?”, come un automa. Ma adesso che ho quest’entità davanti ai miei occhi, pronta ad ascoltarmi, posso fare la mia domanda:

Signora SIAE, innanzitutto buongiorno e grazie per il suo tempo. Senta un po’, ma perché un artista che, oltre ad aver scritto musiche e monologhi del proprio spettacolo, si organizza la serata e quindi viene a pagare Lei, non può decidere di abbassare il minimo da pagare? Può alzarlo volendo, ma non può abbassare questo minimo deciso da Lei. Capisce SIAE quanto sia paradossale questa situazione? Le canzoni sono mie, lo spettacolo è mio, tra un po’ probabilmente sarà mio anche il teatro. Ma dico, non può dirmi quanto va a Lei, SIAE, in modo da pagare solo quello? E’ tutto MIO. Pago Lei che dovrà ridare a me i soldi fra sei mesi.

Niente, non risponde…E sti cazzi, speriamo venga pubblico a vedere lo spettacolo, altrimenti pago più di SIAE di quanto incassi.

Ora, attenzione, non vorrei passare per quello che sta dalla parte degli artisti (o presunti tali) a priori. Ho girato tanto per locali, piccoli teatri, spazi di ogni genere e ve lo dico io qual’è il problema fondamentale: è pieno di merda. Merda. Merda. Merda. Merda. Merda e Merda. La merda tanto amata e augurata in teatro…Ah,vi butto lì per chi non lo sapesse, perché si dice “merda!”: una volta quando i teatri erano pieni, fuori era pieno di cavalli, e quindi di merda. Augurare tanta merda significa augurare di avere il teatro pieno. E’ stato augurato così tante volte che la merda ha riempito e sotterrato i teatri, gli spettatori, gli attori, tutti, tutti, tutti pieni di merda. Bisognerebbe augurare “Merda, ma non troppa!

Quello che voglio dire è che dobbiamo prestare attenzione a dare la colpa alle radio, alla SIAE, ai teatri, ai locali, al pubblico che non capisce, perché magari facciamo merda e non ce ne rendiamo conto. Giuro che a volte ci penso seriamente.

Se è vero che un talento può essere riconosciuto tale solo dagli altri (pochi o tantissimi che siano.. finché sei tu l’unico a pensare di avere talento figlio mio è meglio che te dai na sveiata!)…Insomma, perché ad oggi sono ancora “trasparente”?

Allora chiedo anche a Cami, le dico “amore ma magari quello che faccio non è così forte (non riesco a dire “è una merda”) e magari tu perdi tempo, energie, sprechi il tuo talento nel seguire il nostro progetto”. Sono momenti passeggeri perché poi mi ricordo (nei peggiori dei casi me lo ricorda Cami) di essere un fottuto romantico e sognatore, convinto che continuando a muovere la nostra energia prima o poi verremo riconosciuti. Il nostro lavoro verrà riconosciuto. E’ come la questione del positivo e del negativo: se alimenti il positivo, il negativo perderà energia fino a scomparire. Ecco, alimentando il bello e muovendo energia la merda scomparirà… E’ logica: se uno che fa merda vede tanta merda in giro è ovvio che pensi “beh con tutta questa merda io vado più che bene!

Ma se uno che fa merda vede e sente solo qualità è più probabile che si renda conto di fare merda e magari che smetta anche di prendersi il venerdì sera per suonare e cantare di merda per 50 euro e una birra. Ho esagerato? Chiedo scusa. Torno serio e positivo!

Quello che vorrei chiedere a tutti noi artisti trasparenti è se siamo sicuri di aver dato tutto. Perché la cosa che più mi spaventa non è pensarmi tra 20 anni chiuso in un ufficio o mentre bestemmio sul mio camioncino perché sono in ritardo con la settima consegna. La cosa che più mi spaventa è avere rimpianti. Avere la sensazione di non aver dato tutto me stesso. E facciamo attenzione, siamo sinceri con noi stessi, ce lo dobbiamo dopo tutto il culo che ci stiamo facendo…Perché è molto più facile continuare a crogiolarci nel nostro dolore pensando che le radio facciano schifo e che non diano spazio, che sono tutti delle merde, che non ci capiscono, che tutto quello che c’è in giro fa schifo e che noi siamo molto meglio, piuttosto che provarci fino in fondo. E fino in fondo vuol dire toccarlo quel fondo, capire dove sbagliamo, come migliorare, ascoltare i consigli dei grandi (meglio parlarci di persona ma vanno bene anche i libri).

E poi, soprattutto, scovare le storie belle e riempire i nostri pensieri con queste storie. Ve ne dico un paio così, al volo? Allora, intanto ho scoperto che c’è un sito che si chiama buonenotizie.it dove potete trovare tutti i giorni delle buone notizie. Io ho appena comprato il libro che racconta l’anno appena passato elencando tutto ciò che di bello è successo e che chiaramente non è stato approfondito da giornali, radio e tv “perché è il male che ci rende spettatori” purtroppo.

Ci sono ragazzi che vogliono cambiare le cose, qui, adesso. Nel mondo, come per esempio questo genio di un ragazzino, Bojan Slat, che a 17 anni ha inventato un modo per salvare gli oceani dalla plastica. Oggi ne ha 20 e, dopo aver trovato una cosa come due milioni di fondi, stanno per partire con il primo progetto realizzato. Nel mondo è pieno di storie pazzesche, ma anche qui. E delle storie possono essere pazzesche pur essendo “piccole”: La compagnia “Fucina culturale Machiavelli” di Verona, creata da una decina di ragazzi tra i 25 e i 30 anni, ci ha appena voluto per inaugurare la prima stagione teatrale gestita da loro. Che bello! La compagnia Oyes, un gruppo di ragazzi e attori formidabili che abbiamo avuto il piacere di conoscere e vedere a teatro, stanno riempiendo tutti i teatri in cui vanno e, passo dopo passo, stanno crescendo e ottenendo ottimi risultati. Noi di Cimice non molliamo e anzi, stiamo progettando e pianificando il nostro prossimo passo, una figata pazzesca!

E voi cosa mi raccontate ragazzi? Che cosa state facendo per farcela qui e adesso? Non so cosa accadrà; quello che so di per certo è che quando una sera tra un po’ di anni tornerò “finalmente a casa” dopo un tour di mesi o dopo una giornataccia di lavoro passata nel traffico, non guarderò fuori da questa finestra con astio o malinconia, anzi, sarò felice di mostrare a nostra figlia Mirtilla quante cose belle si possono vedere, anche da qui.

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