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La stella Nera di David Bowie è un CAPOLAVORO – Recensione di “Blackstar”

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di Adrien Viglierchio

Blackstar ha una durata di 45 minuti e contiene soltanto sette canzoni, nemmeno fosse un EP di presentazione artistica.

Qui parliamo del grande David Bowie che propone un disco concettuale che vuole direzionarci esattamente dove vuole lui, nella sua piena consapevolezza di saper essere il numero uno. Quelle contenute nell’album non sono proprio canzoni nel vero senso della parola, ma rappresentano piuttosto una colonna sonora a se stante, fatta di parti di 5 – 6 – 7 – 10 minuti ciascuna, uno spirito evocativo verso uno specifico mondo ultraterreno, trascendentale, scenografico, mentale, scomposto e ricomposto a nostro piacimento.

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Blackstar
è un nuovo simbolo sacro che impera in copertina con le parti della stessa stella scomposte, la moltitudine e l’unicità. Come già anticipato nella mia visione personale, recensendo il suo primo singolo omonimo, direttamente lanciato dal suo cortometraggio che racchiudeva Arte, Visuale e Regia magistrali per raccontare cosa fosse un “Blackstar”.

Il disco è stato registrato agli studi The Magic Shop di New York e David Bowie ha voluto come esecutori dei pezzi un gruppo di musicisti jazz tra i migliori della scena musicale. Vediamoli nel dettaglio.

Alla produzione l’immancabile Tony Visconti che proprio sulla sua pagina FB racconta di quanto Nate Chinen, noto critico musicale del New York Times, scriva di quanto JAZZ sia presente nel disco. “A LOT – A LOT – A LOT”. E ci parla anche del grande Donny McCaslin, straordinario sassofonista presente in molte parti dell’album. Alla chitarra Ben Monder, al basso Tim Lefebvre, alle tastiere Jason Linder, alla batteria Mark Guiliana, alle percussioni James Murphy.

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E tutto questo è stato sapientemente mixato con la sua voce unica e una ritmica surreale, condita di elettronica futurista, impossibile da non associare delle immagini mentali.

Alla data di uscita dell’album (l’8 Gennaio) lui compirà ben 69 anni e la sua voce è ancora più carezzevole e duttile di un tempo, una voce che riesce a raccontare, parlare, sonorizzare, raffreddare e scaldare un ascoltatore che accoglie attentamente questo suo disco con pazienza. Non fai in tempo a cambiare scena mentale che il suono del Sassofono di McCaslin ricompare per magia di stella nera, ricordandoti chi è David Bowie.

Ad accompagnare l’uscita del disco avevamo anticipato il secondo singolo “Lazarus”, che rappresenta anche la colonna sonora del musical omonimo sull’Uomo che cadde sulla Terra, oltre ad essere un video straordinario (come di seguito) che esce proprio oggi, il giorno prima l’uscita di Blackstar.

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Lazarus è un brano musicalmente perfetto per un associazione scenografica teatrale e abbiamo assolutamente bisogno di veder realizzato uno spettacolo davanti agli occhi perché tutto si completi. Fortunati gli statunitensi che si staranno già godendo i risultati artistici al New York Theatre. Nuovamente il sax di McCalsin si unisce alla voce di Bowie, dandoci una scossa notevole. Personalmente, essendo amante e performer di musical, rimango assetato nell’esigere lo spettacolo legato a questo brano.

Tis a Pity She Was a Whore richiama, ovviamente, la tragedia scritta da John Ford ed è un brano apparentemente difficile. Richiede attenzione e soprattutto la voglia necessaria di comprendere il testo, che riconosce la scioccante brutalità della Prima Guerra Mondiale, brano già pubblicato il 17 novembre 2014.

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Anche Sue (Or in a Season of Crime) è un brano datato 2014 e composto insieme a Bob Bhamra, Maria Schneider, e Paul Bateman, incluso nella raccolta di suoi successi Nothing Has Changed come unico singolo inedito. Il dialogo canoro con Sue tra un mix di elettrodark e jazz in lontananza.

Con Girl loves me torniamo in un contesto radicalmente nuovo e inedito di Blackstar, dove da padroni la fanno la ritmica incalzante e tenebrosa di Mark Guiliana, e la sua voglia di Jazz unitamente ai bassi di Tim Lefebvre. La voce di Bowie canta in lingua Nadsad, che non è propriamente una lingua, ma uno “Slang” con derivazioni inglesi e svariate influenze Russe.

Dollars Days apre il cuore all’istante, la ballad che non t’aspetti, con quel Sax in apertura e una ritmica asciutta e soffiata, dal suono ovattato e intimo. Piacevole la chitarra di Ben Monder che pizzica sempre al momento giusto, un brano che solo Bowie può completare in questo modo.

Crediti Foto: Jimmy King
Crediti Foto: Jimmy King

I Can’t Give Everything Away è la strada del Bowie Pop, ma con ingredienti che nessun altro potrebbe inserire in un brano musicale, finezze apparentemente disordinate ma assolutamente perfette da sentire, chitarra in predominanza, specie nell’assolo sul finale (quanto mi mancavano) e sax di sottofondo unitamente a un tappeto d’archi che suona divinamente.

Il Finale perfetto per un Opera che sa di ARTE allo stato puro e che fa venir voglia di vederla montata in uno show chiamato “Blackstar”, sinonimo di CAPOLAVORO.

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