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venerdì, Marzo 1, 2024

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“Il” Mauro: articolo singolare

di Giò Allegri

Nelle regioni del nord si usa, erroneamente, ma spesso, fare precedere il nome di una persona dall’articolo singolare (il Franco, la Paola) e, nello stesso tempo, definire una persona “un articolo” significa riconoscere la sua originalità.

Ho partecipato ad un incontro letterario con Mauro Corona e ho avuto, davanti a me, un vero articolo singolare.

Un tipo da Bar: quelli che non si fanno alcun problema, che  raccontano dettagli della loro esistenza, che ti sembra di conoscere da sempre, che esordiscono dicendo “ho bevuto una petroliera di Barbera” ridendo, oppure aggiungono “sono anni che scrivo testamenti (rif: i suoi libri) e non crepo mai”.

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Dimenticatevi le presentazioni canoniche. Il Mauro è di altra pasta. Salta da un tema all’altro, con disinvoltura, uscendo dalle premesse, perdendo il filo più volte e,  miracolosamente, riacchiappandolo in extremis. E’ quello che riconosce: “voi siete gli autori dei miei libri: se nessuno li comprasse, non sarei qui” e poi nomina, quale boutade, Macedonio Fernandez che racconta a Borges di avere parlato in un teatro deserto…dove tutti gli assenti erano presenti.

Infinite citazioni, memorie, frasi racconti. Prende in giro “50 sfumature di grigio” annunciando che vorrebbe replicare con un testo dal titolo “Tre pennellate al posto giusto”; ottiene grandi risate e molto interesse, anche dichiarando, serio, che i suoi testi sono richieste d’aiuto e che gloria e notorietà suscitano entusiasmo, non sempre ben indirizzato.

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Afferma che, se ci si mostra per come si è, si viene scartati e si è costretti a fingere. Parla delle coppie gay, dicendo che sarebbe stato meglio se fosse cresciuto con due persone equilibrate, piuttosto che con genitori canonici, come i suoi, che lo hanno ucciso non solo in senso metaforico, ma con violenze quotidiane.

Sostiene che siamo isolati nel nostro bozzolo, solitari per inclinazione, ma forzati a vivere insieme ad altri, e lui patisce molto le presenze altrui. Vede la chiave della vita nell’infanzia e dice che lasciamo tracce su neve fresca, educando i nostri figli, perciò il buon esempio è guida.

Nomina Erri De Luca, processato per una parola, e sottolinea  che le parole hanno mille significati e vanno pesate molto…”sono pallottole, e, una volta partite, non si fermano: non sono cani, che possono essere richiamati da un fischio”.

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Così, proseguendo nella sua visione d’insieme, anche la musica diventa parola: perchè ha suggestioni, (“pensate ad un film senza musica…”) ed è sostegno per l’animo. Esorta ad aiutare i giovani talenti, mostrando loro “come si fa”, in qualsiasi campo, senza essere gelosi delle proprie capacità. Genuino, autentico, esorcizza i propri fantasmi attraverso la scrittura, ma anche con scultura e scalate in solitario, in quel di Erto, suo paese d’origine. Un luogo legato alle tristi memorie del Vajont, con ricordi che affiorano nei discorsi di Corona, come spine della sua, scusate l’assonanza, personalissima ”corona”.

Così mi rendo conto che il Mauro è un artista di quelli a molte facce, che non sta su un piedistallo di spocchia, come altri fanno, ma va incontro alle persone per ciò che le persone sono; cercando un contatto umano che passa anche dal suo essere strampalato e fuori da ogni tipologia netta. E mi accorgo che, infine, del suo libro, non ha quasi parlato.

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