Ultimi post

Remo Bartolomei, il vocalista del Paradiso

di Michele Caccamo

C’è una mela granata, che è stata lasciata aperta nella luce del Regno. Ha un succo naturale e una bella miriade di grani sparsi nell’eterno. E scoppia e si accende nelle sue forme vocali, come fosse una matassa di paglia, o il midollo del fuoco.

È così vivace e fanciullesca la sua vita che sembra sia stata messa lì per sorridere all’uomo mortale. È al di fuori dal chiasso delle strade, dall’asfalto freddo e nero. In un luogo neutrale, lontano dal nostro cupo abisso. Remo è un granello in queste città dei cieli e anche lui è messo a guardia della nostra esistenza. Perché noi siamo ancora del tutto atroci per la Bellezza perenne.

Lui, non lo sappiamo, è appena a un passo da noi, onestamente più in alto. Mi diverte immaginarlo: pensare esista ancora con il suo corpo nell’intimo dell’universo; vederlo a volte passare come un’allodola, pesante, nel cielo. E chissà adesso a che punto sarà la sua lingua garante di bontà. Io non credo vi sia alternativa alla sua nobile chiarezza, alla sua lotta dura contro la dispersione dell’amore.

Non ci fosse stata quella sera, lo avrei ancora qui.

Credevo fosse senza senso quel suo nome stampato.

Un annuncio funebre non crea dolore, perché è un’immagine senza carne: non certifica che una permanenza.

Io avevo ancora nella testa i rumori dei suoi pollici sulla tavola: cantava suonava rideva, bevevamo. Una sera, dieci trenta anni un tempo, noi insieme cose viventi, immortali quanto lo eravamo nelle risate. Chi mai poteva pensarlo infilato nel cielo, messo a picco come un chiodo utile a rifilare il mondo.

Lui, adesso, è un corsiero smanioso in quella parità di bianco, in quella fisica estranea che dicono di spighe e ghirlande. È il vocalista dell’unica cosa umana esistente in Paradiso. Con il vantaggio di non dover contare le ore del giorno e quelle della notte.

Finalmente è la vera essenza liberata.

E ricordo quanto ci ragionava attorno al mondo che muore, alla musica messa tra i ferri, ai suoi timori che anche un pulsante avrebbe saputo cantare. E ripeteva, questo è sentimento, il resto è merce: un monocolore che risponde alla medesima domanda del mercato.

E ricordo le vene della sua gola, che si gonfiavano come corde e buttavano forza dappertutto.

Ma non è certo stato il camposanto, il marmo, la cassa a impedirgli di bussare alla mia porta di casa. Io gli ho sempre aperto, e gli ho lasciato percorrere la mia tristezza la mia malinconia. La mia tenera convinzione che nessuno alla fine veramente muore. Per questa antica serenità io l’ho sempre accolto, come fosse naturale avere la sua visione, la sua maiuscola taglia.

E lui a ridere, perché diceva che ci avrebbe fatto ritorno ancora, nella mia cura.

E mi diceva che nelle sue alte quote non esiste un vino talmente buono.

Sta sempre lì di fronte Remo, un leone nato da un incastro con la bontà. Mi ha solennemente giurato che continuerà a cantare, nonostante la morte. È un suono che mi è fresco, da trentacinque anni.

Questo brano è inserito in un album che è stato pubblicato dopo qualche mese dalla morte del cantautore (35 anni fa), prodotto da Renato Zero
[youtube id=”NXy4hfqWjeA”]

Facebook Comments

Latest Posts

I piu' letti

Resta in contatto

Per essere aggiornato con tutte le ultime notizie, offerte e annunci speciali.