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Musica da depressione

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di Martino Corti
Non c’è niente da fare, quando siamo “depressi”, giù di morale, quando sembra che tutto vada storto, abbiamo voglia di farci ancora più male.
Per questo, in coda in macchina con lacrimuccia facile, rientrati a casa da soli (così è ancora più triste), in una camera d’albergo a chilometri e chilometri dalla felicità, la nostra playlist è di una tristezza che rasenta il baratro, il punto di non ritorno, l’oblio.

Dal momento che al male, al buio, alla tristezza non c’è mai fine, è stato difficilissimo scegliere per non mettervi 1000 canzoni. Spero apprezzerete le mie scelte dopo tutti i ri-ascolti che mi hanno portato vicino al salutarvi per sempre.

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Questa la mia playlist..Se volete aspetto nei commenti la vostra:

Partiamo quindi con una favolosa quanto devastante “Streets of Philadelphia” (Bruce Springsteen; premio Oscar per il film capolavoro “Philadelphia”, 1993). Ricordate che per me quello che fa appartenere una canzone ad una playlist piuttosto che ad un’altra è il mood? Bene, qui c’è tutto: mood, musica e testo.
Un capolavoro, una tragedia greca moderna, una melodia semplice ma potentissima che con il testo e la voce di quel signore lì, il Born in the U.S.A, uno dei Re della musica mondiale, ti spiattella di fronte un’amara realtà: la vita (e, se sei un cantante, anche un’altra realtà, ovvero che un pezzo così cazzuto molto probabilmente non lo scriverai mai..!)
Le immagini descritte nel testo si mischiano alle immagini di Tom Hanks che combatte la sua malattia e il mix non lascia scampo. “Ero malridotto e non riuscivo a capire cosa sentivo. Non riuscivo a riconoscermi. Vedevo il mio riflesso in una vetrina e non riconoscevo la mia stessa faccia…Ho camminato mille miglia solo per sfuggire a questa pelle”
Mio Dio che testo. Se ci mettete che in inglese suona tutto meglio, più bello.
Non ce la faccio, mi verso un altro bicchiere e cambio canzone. Voglio andare più giù…

Quale metto? Dai c’era quella che canticchiava sempre mio nonno (un altro depresso come me) con quel nome strano. Com’è che si chiamava?… che con quella mi devasto (anche perché è in italiano, quindi capisco tutto!).
Ah si! “La canzone di Marinella” (Fabrizio de Andrè, 1964). Beh qui non è che ci sia molto da dire: “Questa di Marinella è la storia vera che scivolò nel fiume a primavera”… ecco tutto il resto in confronto è noia. Anche perché se è scivolata per davvero la storia è ancora più triste, se l’ha deciso lei mi crea più inquietudine…sono comunque fottuto, che bello!
Ascolto ancora qualche strofa e cambio canzone…

Prima ho scritto una roba che mi ha ricordato un bel pezzo da spararmi nei coglion*, perfetto per l’occasione.
Tutto il resto è noia” (Franco Califano, 1977. Secondo Rolling Stones tra i primi 100 album italiani più belli di sempre).
Il nostro Franco aveva una voce che solo con quella viene voglia di piangere e di lasciarti andare al buio totale:  “No, non ho detto gioia ma noia noia noiaaaaaaaaaaaaaaa” …ma figurati Franco, come avremmo fatto solo a pensare “gioia”???

Il picco della disperazione si può toccare, paradossalmente, cercando conforto in una canzone capolavoro che dovrebbe aiutare a “tenere duro”, a “non gettare la spugna”, perché parla ad uno ridotto peggio di te. Il problema è che tra testo, melodia e voce, l’effetto è esattamente il contrario. Ti arriva come “molla tutto” e “getta la spugna”. Sto parlando di “Everybody hurts” (R.E.M, “Automatic for the people” 1992). Davvero fantastica e perfetta per farti inghiottire dalla disperazione.

Provo la risalita con un pezzo che sta bene in questa playlist, ma dà un po’ di speranza. E’ un “mio” pezzo (ho messo mio tra virgolette perché siamo 6 autori …e a giudicare dal risultato ci siamo incastrati bene!): “Piove con il sole”.
Un titolo che mi sembrava geniale, bellissimo, nuovo, fino a quando, caricando il video su YouTube, ho scoperto che esisteva già una canzone con questo titolo, peraltro dello Zecchino d’oro! Potete ascoltarlo e guardare il video, bellissimo, qui sotto.

Sto per riprendermi, mi è venuta voglia di uscire, di respirare, di tornare a vivere, quando il mio i-Phone, che a volte sembra vivere di vita propria, mi dimostra di stargli sui coglion*, perché fa partire a tutto volume “La sedia di lillà” (Album “Alberto Fortis”, 1979… peraltro prodotto dal “nostroAlberto Salerno…e anche questo posizionato tra i primi 100 dischi italiani più belli di sempre, secondo Rolling Stones). Sono letteralmente spacciato, finito, il buio si è impossessato di me.
Già dal “la li a li a la” iniziale si capisce che c’è qualcosa di devastante che sta per essere raccontato. Fortis, in una delle interpretazioni più belle e struggenti che abbia ascoltato, ci racconta (distrutto a sua volta) una storia t-r-i-s-t-i-s-s-i-m-a.
Mi sento subito parte di quella storia, come se fosse un po’ mia, come se a vedere “quell’ombra appesa dondolare” fossi proprio io. Alla fine della canzone si è dispiaciuti come se il protagonista della storia fosse stato un nostro caro amico.

Bene, dopo queste “perle di tristezza” è arrivato il punto di fare una scelta: vasca da bagno, acqua bollente e biglietto sul comodino, oppure un bel vaffancul* seguito da un fantastico VIVA TUTTO!
Spero che il mio i-Phone non faccia altri scherzi, ma soprattutto che gli autori e gli interpreti di queste canzoni meravigliose possano perdonare la mia ironia. Ma del resto, senza qualche sana e stupida risata, si rischierebbe davvero di rimanere sul fondo!
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VIDEO: Martino Corti- Piove con il sole
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