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Le vittime dei Reality

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di Renato de Rosa
Tranquilli: i reality non li abbiamo inventati noi. Non dobbiamo sentirci in colpa se quei tre atleti sono morti per farci divertire.

Il loro sacrificio non sarà vano, morti nella nobile missione di intrattenerci saranno ripagati dalla gloria imperitura.
Gli altri sette no, gli altri sette erano stipendiati, sono da considerarsi morti sul lavoro e dunque meritevoli di poca gloria e scarsi onori, ragazzi sfortunati insomma.

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Il brivido di mettere in gioco la propria pelle per futili motivi allo scopo di suscitare l’altrui meraviglia ha origini lontanissime e si perde nella notte dei tempi.

Ricordiamone alcuni tra i tanti, solo per perpetuare ancora un poco la loro leggenda, perché il loro cadere non sia avvenuto invano.

Il gladiatore Bato, che fu fatto combattere contro tre avversari di fila e al quale fu negata la grazia.

Jean Le Meingre detto Boucicault, cavaliere e maresciallo di Francia, del quale si disse che non passò un giorno della sua vita fuori dalla battaglia o da una prigione. Fu trovato ad Azincourt ferito sotto una pila di cadaveri inglesi: a suo disonore morì in prigionia nel 1421 senza che nessuno si offrisse di riscattarlo.

Evariste Galois, il matematico, morto a vent’anni in un duello, che trascorse l’ultima notte scrivendo le sedici pagine che disegnavano la futura algebra astratta e annotando a margine la fatidica frase: “Non ho tempo”.

Jochen Rindt, il grande pilota che soffriva di mal d’auto e che da morto seppe vincere il mondiale di Formula Uno.
Karl Vallenda, precipitato a 73 anni mentre camminava su un filo da un palazzo all’altro a Puerto Rico, senza reti di protezione perché “le reti non sono altro che una serie di buchi tenuti insieme da un filo”.

Tutti costoro sarebbero morti comunque, ma la loro morte ha ammantato di gloria la loro vita.
Certo, morire per un reality appare più stupido e meno romantico che morire in battaglia o in un duello, ma ognuno deve fare tesoro di quello che passa il convento e i nostri tempi questo ci offrono.

Oggi, ironia della sorte, si può fare persino una professione mortale della stupidità, vincendo a prezzo della vita i Darwin Awards, i premi Darwin che vengono assegnati a chi morendo migliora l’evoluzione della razza umana.

Tra questi, persone che salgono in piedi su una sedia con le rotelle sul balcone del ventiquattresimo piano per nutrire gli uccelli con del becchime, persone che cercano di ubriacarsi bevendo benzina e poi vomitano nel caminetto acceso, persone che cercano di smontare una granata anticarro passandoci e ripassandoci sopra con l’automobile…

Anche loro morti per noi, per offrirci emozioni e qualcosa di cui parlare, defunti in modo da farci sorridere.

Del resto Joseph Heller osservava che quasi tutte le grandi religioni ci danno più importanza da morti che da vivi e la religione dello show business non fa eccezione.

Archiviamo dunque queste vittime nel cimitero virtuale del nostro immaginario e attendiamo le prossime vittime, sbranate dai caimani o punte dagli scorpioni.

That’s entertainment, amici miei.
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Video- momento dell’impatto degli elicotteri
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