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Gli “streaming” da soli non sono la soluzione alla crisi discografica

Voto Autore

di Mela Giannini
Ormai la crisi discografica, in merito alle vendite di musica, è conclamata e nemmeno in America ormai si vendono dischi, tenendo conto che negli Stati Uniti la “pirateria” è un grave reato e per questo si va davvero in galera.

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Ma nonostante la severa legge, anche in America la crisi dilaga e questo fa capire, se ce ne fosse ancora bisogno, che “VIETARE” di scaricare gratis o usufruire della musica gratis, in questo marasma di era globale, non è la soluzione.

Nel 2014, in America, quasi nessun artista ha venduto più di 1 milione di album, per cui nessuno ha vinto il disco di platino.
Nel mercato statunitense si raggiunge il platino ad 1 milione di copie vendute, mentre in altri paesi come l’Italia, il disco di platino lo si ottiene con numeri di vendite molto più basse.

Per cercare una soluzione alla crisi, è nata l’era dello streaming e così piattaforme come Spotify e similari, hanno preso quota.
Numeri alla mano, facendo una stima su quanto, in questo breve periodo di vita della musica in streaming, abbiano guadagnato gli artisti, i risultati sono deludenti…almeno per il momento.

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L’unica artista che nel 2014 in America ha venduto circa 1milione e 300mila copie, è stata Taylor Swift con l’album 1989.
Forte di queste vendite e prendendo atto che al momento, da piattaforme come Spotify non arrivano grossi introiti, la Swift ha ritirato le sue canzoni da Spotify.

I dirigenti di Spotify hanno fatto di tutto per convincere l’artista a ripensarci, e riportare sulla piattaforma un bacino d’utenza pari a 16 milioni di contatti (tanti sono quelli che genera la Swift), ma  Taylor è stata irremovibile.

Sicuramente quella della Swift è una provocazione, perché l’artista sa bene che senza le realtà dello streaming oggi si è “fuori” e che comunque, se non gli streaming legali, ci sono comunque gli streaming e i download come quelli, ad esempio, dei Torrent.

A riprova del fatto che gli artisti sono insofferenti sul fatto che non c’è una limpida comprensione su come si maturino eventuali introiti dagli streaming e sulla fruizione virtuale della musica, su come chi gestisce gli stessi, per il momento, non facciano nulla per migliorare questa situazione, lo fa capire anche un’altra “provocazione” estrema di un altro artista, Beck, che con “Song reader ha deciso di mettere in un cd gli spartiti dei suoi brani invece che i file audio, facendo così di fatto un clamoroso salto indietro nel tempo, a quando la musica la si ascoltare solo dal vivo.

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Tutto questo fa capire che la soluzione alla crisi discografica non è nello streaming, o almeno non solo in quello.

Partendo dal presupposto che effettivamente gli orologi indietro non si possono portare, che la fruizione della musica in rete è comunque in buona parte “gratis” (legale o illegale che sia), allora bisogna trovare delle soluzioni per cui, anche se gratis, la musica venga pagata, vengano pagate tutte le figure che producono musica, e questo per scongiurare una morte irreversibile del settore,  una morte dovuta anche all’appiattimento delle offerte artistiche, perché allo stato di fatto, solo chi può produce ad un certo livello, e lo fa come e con chi vuole.

Quali siano le soluzioni ora è difficile dirlo, ma sicuramente, una delle soluzioni può essere quella di cercare “sponsor” che paghino a chi produce (artisti, musicisti, produttori, tecnici, ecc ecc.) in anticipo i progetti musicali, che poi verranno messi a disposizione dei fruitori tramite gli “streaming free” o i “download free”.

Realtà del genere cominciano a prendere corpo, come il crowdfunding (finanziamento collettivo e collaborativo di un gruppo di persone che decidono di investire privatamente su un progetto di un artista) o come l’operazione Apple con il nuovo progetto discografico in tre step degli U2.
Si spera che investimenti/sponsorizzazioni simili vengano fatte da sponsor meno famosi e ad artisti meno popolari.

Apple CEO Tim Cook stands with Irish rock band U2 as he speaks during an Apple event announcing the iPhone 6 and the Apple Watch at the Flint Center in Cupertino

E se anche chi ci governa decidesse di legiferare leggi che aiutino CONCRETAMENTE il settore e gli artisti, con investimenti/contributi statali (come già succede in Francia ad esempio), certo non guasterebbe e sarebbe una grande aiuto, soprattutto per giovani artisti emergenti.

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