Alla terza serata il 76° Festival di Sanremo riesce a invertire la rotta degli ascolti e a smentire parte delle previsioni più pessimistiche, nonostante canzoni deboli al decollo e cantanti mediamente mediocri.
Nicolò Filippucci è il vincitore della categoria Nuove Proposte, mentre tra i Big avanza Sal Da Vinci.
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Nel bel mezzo della settimana santa della canzone italiana, il Festival di Sanremo 2026 guadagna punti di share e telespettatori, ribaltando il trend in decrescita delle prime due puntate e respingendo l’affondo critico e pessimistico di gran parte dei giornalisti e opinionisti, da Andrea Scanzi a Selvaggia Lucarelli.
Oltre alla mancanza di appeal di cantanti e canzoni, e a una narrazione sempliciotta, incline agli scivoloni e parsimoniosa di intermezzi di grande spettacolo, la ragione di una partenza “faticosa” della kermesse è riconducibile anche alla concorrenza diretta di eventi calcistici di forte richiamo televisivo: nella prima puntata, la sfida di UEFA Champions League tra Inter e Bodo/Glimt; nella seconda serata, un’altra partita di Champions, Juventus-Galatasaray, che ha confermato la pressione competitiva sul prime time.
A giovare, invece, sull’ottimo risultato della terza puntata è stata la presenza di un po’ di tutto: dal super ospite internazionale al vincitore della categoria Nuove Proposte, passando per i comici, gli omaggi, i moniti civili, lo spettacolo e la presenza di cantanti più televisivi. Il mix ha avuto un chiaro effetto aggregante.
Il conduttore e direttore artistico Carlo Conti, tanto amato dalle major e dai poteri forti quanto criticato da chi rivendica una visione più alta e baudesca della musica, giunto al suo ultimo Sanremo assieme alla partner Laura Pausini, simbolo di un’italianità forte all’estero ma divisiva in patria, ha portato a casa un risultato importante.
La terza puntata – andata in onda giovedì 26 febbraio dal Teatro Ariston – ha spalmato su circa cinque ore 9 milioni e 543 mila spettatori con il 60,6% di share: il risultato più alto per una terza serata dal 1990, quando il Festival aveva un direttore artistico come Adriano Aragozzini e sul palco si alternavano Mietta e Minghi, Mango, Milva, Mia Martini, Oxa e Pooh.
La macchina di distrazione di massa per eccellenza, che congela per una settimana i disastri nazionali – dal caro vita a un governo sempre più assertivo e vicino a posizioni di destra radicale – senza servirsi dei soliti casi mediatici come Garlasco o “famiglie nel bosco”, ma affidandosi alla sola potenza delle sette note, inizia a carburare.
Il mio osservatorio, spietato e sentimentale insieme, apre la finestra sulla serata con un rapido riavvolgimento del nastro, in linea con lo stile essenziale di Carlo Conti, che, come si sta vedendo nelle nuove conferenze stampa del Festival, fatica ad accettare critiche e contributi per migliorarsi.
I Big della serata
Partiamo dalla seconda metà dei cantanti Big in gara che si sono alternati sul palco.
Maria Antonietta e Colombre, con La felicità e basta, ci ricordano, con un baustelliano mix pop di cose già sentite, che siamo tutti debuttanti, centrando il mood di questo Sanremo: banale, talmente leggero da volare via come un aquilone sfuggito di mano.
Leo Gassmann, in versione romantica con Naturale, sogna un futuro da idolo pop alla Olly, ma sarebbe forse più forte se impugnasse la penna del suo amico e collega romano Aiello. Godevole, ma più ficcante quando si affida all’arte di famiglia: la recitazione.
Malika Ayane, con Animali notturni, sfodera la sua animalità da palco. Esibizione perfetta e scenica, tra le migliori della serata, che ci riporta alla pop-disco anni ’80 più pura, senza filtri contemporanei né sperimentazioni.
Sal Da Vinci, con Per sempre sì, regala il momento più pop-trash e furbo: una canzone destinata a diventare la colonna sonora ai matrimoni futuri a Napoli e dintorni. Il pubblico a casa e in platea è dalla sua parte e lui piange.
Tredici Pietro, con Uomo che cade – con tutti i limiti del caso – ha una cifra stilistica sicuramente più contemporanea e interessante, tra soul, rap e cantautorato alla Silvestri.
Raf, con Ora e per sempre, offre la conferma plastica di quanto abbia smarrito i suoi attributi musicali. Il testo rispolvera le banalità più note del suo repertorio e la musica, priva di peso artistico e emozionale, appesantisce il tutto, consigliandoci di abbassare il volume.
Francesco Renga non impara dagli sbagli e ci riprova con Il meglio di me e il peggio di sé: la sua solita canzone pop senza futuro.
Eddie Brock, con Avvoltoi, empatizza con gli stonati e ci fa sanguinare le orecchie. Una canzonetta che guarda a Kekko dei Modà e che può piacere solo a un direttore artistico come Conti.
Serena Brancale, con Qui con me, tira fuori dal suo armadio vocale gli abiti preferiti – Giorgia e Whitney Houston – personalizzandoli. Ed è qui la bravura maturata nel tempo, con la sua scalata verso le stelle per raggiungere la mamma Maria, portata via troppo presto, e verso la vittoria finale. Preparate i fazzoletti.
Samuray Jay, con Ossessione, rispolvera i peggiori motivetti da aperitivo estivo sul mare.
Arisa, con Magica favola, è più dolce e disneyana che mai. La sua voce, così bella, intonata e antica, prova nuovi slanci e trova nel palco dell’Ariston il suo habitat naturale.
Michele Bravi, con Prima o poi, ci riporta alle canzoni autobiografiche e interpretate, con toni nostalgici e romantici, ma senza la forza di uscire davvero dalla cameretta.
Luché, con Labirinto, propone una canzone che scivola via e lucida con vibes notturne l’autotune, mai come in questa edizione sanremese così indispensabile.
Mara Sattei, con Le cose che non sai di me, apre un grande punto interrogativo: come mai una voce così sciatta e una canzoncina così insignificante sono sul palco dei Big?
Sayf, con Tu mi piaci tanto, regala una serenata pop che mixa idealmente Toto Cutugno e Rocco Hunt, da ascoltare davanti a una bella bottiglia di vino rosso. Sarà una delle poche vere hit destinate a primeggiare a Sanremo Top.
Nuove Proposte e ospiti
La terza serata si è focalizzata soprattutto sullo scontatissimo duello finale nella categoria Nuove Proposte tra Angelica Bove – a cui sono andati giustamente il Premio della Critica “Mia Martini” e il Premio Sala Stampa “Lucio Dalla” per la solidità artistica – e Nicolò Filippucci, sicuro di sé, che con il suo pop ben costruito e ben cantato ha meritato la vittoria, senza sorprese e senza lacrime.
Ciliegina sulla torta l’ospite internazionale nel momento dedicato a Eros Ramazzotti, a quarant’anni dalla vittoria con Adesso tu: Alicia Keys. In inglese sfodera tutta la sua straordinaria vocalità, ricordandoci quanto sia importante una presenza internazionale sul palco, mentre, in italiano, sulle note de L’Aurora, è più fragile di un’Antonella Bucci qualunque.
Altro momento di forte coinvolgimento televisivo l’esecuzione di Heal the World di Michael Jackson da parte di Laura Pausini, accompagnata dai Piccoli Cori dell’Antoniano e dai ragazzi di Caivano. Uno spot musicale sulla pace, altamente scenico, simbolico e necessario, che ci riporta, ahimè, ai tempi in cui la cantante sui social solidarizzava con le critiche strumentalmente cavalcate dalla destra sul caso dei fantomatici ladri di bambini di Bibbiano e alla semplicioneria con cui i Festival di Conti trattano tematiche importanti come il bullismo e il femminicidio, soprattutto in un Festival in cui le cantanti donne – per scelta – rappresentano solo un terzo del cast.
Sul versante show hanno funzionato anche i comici, quelli veri, non alla Pucci per intenderci: Ubaldo Pantani, con la sua imitazione di Lapo Elkann inserita nel tessuto della conduzione, Virginia Raffaele, tornata all’Ariston con la sua energia snodabile accanto a Fabio De Luigi, suo partner anche nel film in uscita Un bel giorno, e l’immancabile Vincenzo De Lucia, esilarante nella vesti di una Pausini megalomane.
Premio alla carriera
Il Premio alla carriera è andato, giustamente ma tardivamente, a Mogol, il più celebre dei parolieri italiani, che ha dovuto attendere i 90 anni – li compirà il 17 agosto – per ricevere il riconoscimento.
Sul palco dell’Ariston il Maestro è stato accolto con una standing ovation e celebrato per gli oltre 1.700 brani depositati alla SIAE e per i 523 milioni di dischi venduti nel mondo, simbolo della storia della canzone italiana.
La serata si è conclusa con una polemica di natura politica e pubblica, non sul premio in sé, sicuramente agevolato da TeleMeloni, ma sull’uso di un elicottero operativo dei Vigili del Fuoco per trasferire Mogol e sua moglie da Sanremo a Roma. Il volo, autorizzato dal Ministero dell’Interno, è stato motivato da “attività istituzionali non direttamente connesse al soccorso”.
Speriamo almeno che il premio alla carriera dedicato agli autori continui anche nei Sanremo a venire, perché di parolieri e compositori che hanno fatto grande la canzone italiana, pur senza santi in paradiso, ce ne sono tanti altri. Cito, ad esempio, Pasquale Panella e Maurizio Fabrizio.
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