Si è chiusa la “settimana santa” milanese di Bruce Springsteen. I suoi fedelissimi in pellegrinaggio hanno riempito due volte lo stadio di San Siro ma soprattutto i social, manco si fosse candidato alla presidenza degli Stati Uniti.
.
Ordunque provo umilmente, senza innervosire i suoi fan, a fare un paio di considerazioni: una di natura artistica, un’altra di natura socio-politica, dato che il monologo politico del Boss ha detestato più attenzione delle sue canzoni, che peraltro il pubblico ormai conosce a memoria.
Ho avuto la fortuna e il piacere di ascoltare Bruce Springsteen da solo con la sua chitarra e armonica a bocca, insieme a pochi intimi al Teatro Ariston di Sanremo, quando fu ospite nel 1996. Ero lì a fare dei servizi per “Segnali di Fumo” di Videomusic. Con me c’era Michele Salvemini, alias Caparezza, che allora non si chiamava ancora così. Il capo ufficio stampa Rai ci invitò sia alle prove che alla diretta. Bruce aveva posto due condizioni per la sua partecipazione. Una quella di suonare da solo senza orchestra, l’altra di non rilasciare nessuna intervista, né sul palco, né dopo. Pippo Baudo che presentava, aveva tentato di tutto per infrangere le sue condizioni, fino a toccargli il braccio per farlo rimanere sul palco a fine esibizione, ma Bruce fu inflessibile.
Quel suo live mi provocò un’emozione intensa. Bruce stava cantando in quella bolla mediatica enorme, con la stessa tranquillità di uno che cantava in uno sperduto pub americano di frontiera davanti a quattro gatti, come nei film dei fratelli Cohen. Apprezzai quella sua straordinaria intimità. Da brividi.
Anni dopo lo vidi a San Siro con tutto il suo circo annesso, circa 18 musicisti, quasi 4 ore di show “muscolare” da primato Guinness, insomma esattamente il contrario di quello che avevo visto anni prima. Tornai a casa esausto, più stanco del Boss. Da allora ebbi la conferma che per me il boss doveva stare spanne dietro al poker d’assi dei cantautori americani che hanno sempre contestato l’ American dream. Ovverossia Woody Guthrie, Bob Dylan, Johnny Cash e Tom Waits, l’ultimo cantore degli “ultimi”. Artisti molto understatement, schivi, molto attenti a non rilasciare nessuna facile o scontata concessione alle convenzioni del mainstream e dello show business più conforme. Gente che va sul palco evitando di compiacere il pubblico, senza neanche sorridere, come nel caso di Dylan.
Non a caso il Bruce Springsteen che ho sempre apprezzato era quello di “Nebraska” e di “The Ghost of Tom Joad”. Ma questa è una mia personalissima valutazione artistica della quale potete benissimo fregarvene.
La seconda considerazione invece, riguarda l’impegno politico-sociale di Springsteen, sempre attivo fin dalla sua canzone “Roulette” che ha per tema l’incidente alla centrale nucleare di Three Mile Island. Il monologo di Bruce a San Siro è sicuramente da applaudire. Difficile e assai improbabile sostenere che Trump non sia un arrogante e avido affarista e un pericolosissimo uomo per il destino del Paese che rappresenta e per il mondo. Quindi Springsteen fa benissimo a lanciare messaggi per la salvaguardia della democrazia e della pace.
Il problema non è quindi lui o quello che dice, quanto quello che viene recepito dai suoi fans e dal pubblico in generale. Se Springsteen volente o nolente, così come De Niro, Lady Gaga, Taylor Swift, Benjoncè, etc, etc…incarnano il ruolo dei leader di opposizione al Sistema nei confronti dei partiti conservatori e di estrema destra, che fine fanno quelli che dovrebbero esserlo sul serio, cioè quelli della politica? E’ una domanda che i lavoratori americani, così come quelli europei e italiani, si sono posti spesso. Forse l’operaio del Michigan, così come il carpentiere di Varese o il disoccupato che vive nelle banlieues francesi, desiderano che a rappresentarli siano gente come loro, non certo una pop star o un miliardario di Hollywood che sul Red Carpet va a ritirare un Oscar.
E’ un bene che nella società civile si schierino gli artisti, ma dove sono finiti i veri leader politici capaci di scuotere la coscienza delle masse? Capaci di sovvertire le imposizioni del Sistema? Ed ecco che in mancanza dei veri leader, il popolo della cosiddetta sinistra o di quella che è rimasta, si sente deluso e sconfitto, di conseguenza o non va a votare o addirittura si fa sedurre da ogni tipo di populismo fino a votare per protesta a destra. Così è accaduto negli Stati Uniti, in Germania, In Ungheria, in Francia, in Austria e anche in Italia. Come può un addetto sottopagato di Amazon o di Mac Donald o un addetto a tempo determinato in un call center, o un insegnante, o un infermiere, desiderare che a rappresentarli politicamente siano delle pop star o i divi del cinema e della tv? Quindi, attenzione. Non glorifichiamo questi ultimi come i nostri leader d’opposizione. Non facciamo di Elodie una nuova Nilde Iotti o di Bruce Springsteen un nuovo Julian Assange. Altrimenti a vincere saranno sempre gli squali che seminano emergenza, paura, violenza, povertà, guerra.
Il Boss va applaudito ma occhio alla retorica dei suoi superfan. Forse hanno dimenticato che tanti anni prima c’era già un certo Dylan che in “master of War” cantava: “Padroni della guerra, un giorno verrò a pisciare sulle vostre tombe”.
Facebook Comments