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mercoledì, Febbraio 1, 2023

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Baglioni e l’opera del sublime (dopo il concerto di Caserta)

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Che poi anche Burke avrebbe subito quell’invasione poderosa del sublime, e allora avrebbe detto “eccovi il mio sacco di sangue anche se l’ho raccolto inutilmente, sono davvero tante le terre dell’uomo: io credevo di poter portare scompiglio anche nella Bellezza, per poi mettere tutto in un orizzonte fermo, definito; pensavo di non farvi più dire nulla”.  A Caserta si sarebbe sentito confuso, avrebbe cambiato idea. Perché Burke non ci aveva mai parlato con Claudio: lui credeva di non dover mai parlare con nessuno, temeva comparissero alla porta i suoi oppositori, e che avrebbe avuto paura per i suoi occhi, che avrebbe coperto di paglie il suo viso e avrebbe fatto finta di cadere stremato dal sole. Avrebbe ceduto, Burke, non sarebbe più stato impassibile saldo e sicuro. A Caserta sarebbe diventato incerto.

Baglioni ha pensato di ridefinire l’idea del sublime, nella nostra nullità nell’interminabile gioia. E si è presentato come un signore in una trattoria, o un Dio assoluto un fiore di fuoco, magro.

Ha voluto estinguere la nostra morte nei centri commerciali nelle grandi città, ha cercato confidenti, fossero anche per un fatto.

Ad ascoltarlo le nostre vite passano ancora vive, negli imbrogli in quelli che hanno tradito nei nuovi rulli per dire nelle macine di tutte le carogne maledette che ci hanno ucciso.

Claudio ha richiamato il suo mezzo secolo, la vacanza, quanto gli sarebbe rimasto da aspettare. Ha pensato che sarebbe arrivato Dio con la sua inesprimibile gioia, che davvero ci fosse, quella stessa sera, al suo concerto.

Claudio ha voluto una cascata di voci, e ai cori le figlie dell’aria.

Lui lo sa che ogni canzone non è come quella di prima, che a ognuno di noi vorrebbe chiedere di farci avanti, di fargli vedere quanta forza abbiamo.

La Reggia ha avuto le nicchie e i cuori spezzati, per dire l’oratoria, tutte le cosce nude, l’altisonante.

Claudio era messo più in alto, era radice e sacrario, era vestito a festa. Noi pensavamo fosse rischioso guardarsi, forse temevamo arrivasse un raggio luminoso qualche nuovo dolore che andasse su e giù per i muri.

Se Claudio non avesse cantato avrebbe pianto, per la schiavitù la libertà l’oppressione

Claudio, alla Reggia, ha raso senza sapone tutti i nostri tormenti, ci ha chiesto di saltare come esseri felici o un qualsiasi altro animale capace di ruotare la coda.

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