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martedì, Gennaio 31, 2023

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IL MASSACRO DEI TRIBUTI MUSICALI

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Anni fa vedemmo Eros Ramazzotti cantare in un improbabile napoletano un brano di Pino Daniele in uno dei primi tributi nazional popolari dedicati ai protagonisti della canzone d’autore italiana. Dopo Pino Daniele  è toccato a Fabrizio De Andrè, Franco Battiato e l’altra  sera a Lucio Dalla.

Il cast è praticamente sempre lo stesso. Fiorella Mannoia imperversa. Peccato interpreti qualsiasi brano allo stesso modo come se i testi fossero tutti identici. La moda dei tributi televisivi è diventato ormai un format televisivo a discapito di tutte le anime che hanno lasciato questa valle di lacrime. L’operazione in sé potrebbe essere utile alle nuove generazioni, a patto che esista una direzione artistica e un rigore stilistico all’altezza, invece tutto si trasforma in una passarella senza capo né coda.

L’unico musicista in grado di celebrare autorevolmente i cantautori è Morgan. Non solo conosce a memoria i brani di tutti i cantautori della musica italiana ma nei suoi concerti spiega i loro testi e la loro poetica come nessun altro. Cosa significa divulgare la canzone d’autore italiana? Trasformare il loro repertorio in uno show interminabile dove si invitano cantanti privi di qualsiasi connessione artistica e culturale con i padri del cantautorato italiano? Ovviamente qualche eccezione c’è, vedi Ron nel tributo a Dalla o Morgan e i Bluvertigo in quello a Battiato, ma sono casi più unici che rari.

Immaginiamoci cosa potrà accadere (spero mai) quando si celebrerà Adriano Celentano o Vasco Rossi. Potete immaginare Achille Lauro cantare “Il Mondo in mi settima”? O Fedez e la Michielin nella “Coppia più bella del mondo” e ancora Il Volo in “Vita Spericolata” o Sferaebbasta in “Alba Chiara”? Dio non voglia, ma purtroppo accadrà.

Intendiamoci, le canzoni se grandi, restano immortali e ognuno ha il diritto di ricantarle a suo piacimento, ma la memoria non è una vetrina di un centro commerciale. Dovrebbe avere un senso, un riconoscimento e un valore.

Questi format partono invece da un’idea di base, cioè un mix di nostalgia e il pallido tentativo di tramandare di generazione in generazione il repertorio dei cantautori storici. Ci ha provato a farlo spesso anche il Club Tenco, ma quando Achille Lauro ha massacrato Luigi Tenco è parso evidente che il meccanismo molto spesso, non funziona, anzi ottiene l’effetto contrario.

Sono anni che la canzone d’autore italiana viene massacrata senza pietà. Hanno iniziato le tribute band nelle birrerie poi è arrivata la tv. Nel primo caso si è oltrepassato l’oltraggio. Anni fa quando facevo la direzione artistica di Opera Rock, un locale che aveva l’ambizione di diventare il nuovo tempio della musica rock, ero bersagliato da centinaia di proposte delle tribute band. Un organizzatore mi propose addirittura un “Ligabue Day” con 12 (dodici) tribute band di Ligabue. Mi mandò persino la scaletta dei brani. Mi accorsi che tutti, dico tutti, avrebbero suonato gli stessi pezzi con arrangiamenti fotocopia. Chiesi all’organizzatore se si era accorto che il concerto fiume di 6 ore sarebbe stato uguale dal primo minuto all’ultimo, con l’unica differenza dell’alternanza delle tribute band. Non se n’era neanche accorto. Rispedii l’offerta al mittente. Poi mi informai. Il tizio aveva già fatto girare il Liga tributo in ben 60 birrerie e locali del nord Italia. Fui orgoglioso di non essere nel gruppo.

Oggi lo stesso meccanismo avviene in tv in prima serata con le partecipazioni di artisti famosi o presunti tali. L’unica differenza è che si scelgono brani diversi, ma resta un mistero come vengano assegnati e da chi, o se gli stesi artisti se li scelgano tra loro. La scomparsa dei direttori artistici in Italia ha portato a questo scempio. La logica non è quella di scrivere un racconto più fedele e attinente possibile e di mettere in scena uno spettacolo celebrativo che vada oltre la convenzionale passarella. La logica è quella di fare un frullato misto con ingredienti scelti alla rinfusa, il melone con le cozze, la banana con il pomodoro, il kiwi con le melanzane.

La competenza è ormai un optional. Non è richiesta, anzi dà persino fastidio perché entra nel merito del progetto. E’ la Svalutation di Celentano messa in scena. Purtroppo lo stesso effetto si ottiene con le fiction e le biopic, a parte qualche rara eccezione, vedi il docufilm De Andrè canta De Andrè dove i protagonisti sono padre e figlio. Ora pare ci sia la corsa per produrre un film su Lucio Dalla. Se ne parla da due anni. All’inizio sembrava un progetto di Cesare Cremonini, poi è stato sorpassato da vari produttori cinematografici. Ora resta un mistero la scelta dell’attore. Chi mai potrebbe interpretare Lucio Dalla? Pensate solo al fisico di Lucio. Esiste un attore italiano che potrebbe interpretarlo credibilmente? Ma dopo aver visto un attore che ha interpretato De Andrè con accento romanesco, tutto può accadere. Magari un Lucio Dalla con un accento sardo. E inoltre cosa si racconterebbe di inedito su Lucio Dalla? Praticamente nulla. La sua omosessualità sarebbe volutamente nascosta, così come le sue proverbiali bugie pensate ad arte, per far spazio a qualche celebre gag tipo la sua imitazione di Braccio di Ferro che smonta il clarino o la sua passione per il Basket.

Ora non si dicano che non esistono bravi autori, biografi e sceneggiatori in Italia. Ce ne sono tanti nascosti che nessun produttore chiama perché neanche li cerca. Del resto se vediamo Scanzi in televisione che racconta Gaber e Jannacci cosa possiamo aspettarci di più? Quindi il massacro continua, nei pub, in tv o nei cinema. I cantautori non se lo meritano. Celebriamoli con rispetto e riconoscenza. In quanto alle tribute band spieghiamogli una volte per tutte che gli originali sono migliori delle fotocopie.

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