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lunedì, Aprile 12, 2021

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Maneskin: rock o non rock, analisi dell’esplosione di una generazione soffocata

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Al 71° Festival di Sanremo hanno vinto i Maneskin, hanno vinto i giovani, il collettivo, la voglia di contatto, di libertà, di stare insieme, di casino e di live. Quello che insomma distingue chi ha ancora dei segni vitali da chi si è ormai barricato dietro alla tastiera e anche quando sarà il momento della libertà, rimarrà aggrappato a questa e non vorrà comunque più uscire dal suo ruolo di difensore della giustizia e della verità del rock.

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Così immagino oggi i “veri rockettari”, infastiditi e interdetti dalla vittoria dei Maneskin. Andiamo dunque a misurare la temperatura di queste due parti all’indomani di Sanremo 2021, non nell’ottica di decidere chi abbia ragione, ma piuttosto per analizzare il significato di questa vittoria a livello sociale.

La vittoria dei Maneskin rappresenta i giovani costretti a casa in un’implosione di energia e il loro legittimo andare “fuori di testa”.

Con un sorriso riconosco che ci fa vivere attraverso lo schermo – passatemi il termine –  l’ammucchiata, quella credo tutti sogniamo ad oggi, qua dove “manca l’aria”. Istinti a parte e in una lettura più ampia, “Zitti e buoni” può essere agilmente riappropriata come espressione della rabbia di tutti contro l’arresto delle attività come ordine imposto, nella sfiducia totale e giustificata verso l’autorità, e in mancanza di provvedimenti volti a risanare il sistema e l’educazione, la cultura in particolare. L’energia fatta esplodere dai Maneskin sul palco dell’Ariston è quella della generazione che forse ha più sofferto il lockdown e la chiusura.

I Maneskin invalidano, in maniera parziale, la canzone di Willie Peyote nella concretezza dei fatti. Se Willie Peyote è sembrato avvicinarsi al podio, ha vinto poi ciò che è propositivo e fa collettivo intorno a una statement, invece di farlo in reazione a – in una parola che è solo contro-, che si limita alla critica e alla distruzione senza bersaglio preciso, pur rimanedendo condivisibile. La statement è quella di una generazione o meglio di un’età soffocata, schiacciata dal controllo, che ha bisogno di correre in un altrove musicale e non per respirare. Oltre la critica, c’è questo: un’energia imbrigliata che invece di implodere come succede nella trap, esplode nel pop-rock.

 

I Maneskin rappresentano una fetta di 16-25enni che rispondono “Rolling Stones” quando gli si chiede cosa ascoltano. Ho scoperto questa nuance negli ascolti degli  adolescenti e post-adolescenti in una mia recente inchiesta di campo in antropologia della musica. Il tema che se ne trae è quello della nostalgia di un passato che questi ragazzi non hanno vissuto in prima persona ma di cui riconoscono il valore, anche rischiando la marginalità dal gruppo che ascolta trap. “Diversi da loro”, eppure non vanno comunque bene ai molti, forse perché non si tratta di una vera controtendenza ma di una differenza strutturale programmata. Di certo i Maneskin non hanno portato chissà quale capolavoro di canzone, non fanno la rivoluzione a livello musicale né nello stile, restano un ascolto fruibile da un pubblico adolescenziale e post-adolescenziale. Ma nel contesto di un Sanremo che rischiava di essere dirottato dal peso degli influencer e dove anche i 40enni del cantautorato pop “citano” due o tre canzoni nella propria (mi riferisco qui all’accusa di plagio da parte dei Maneskin di F.D.T. degli Anthony Laszo, poi caduta, forse ingiustamente) o peggio cercano in tutti i modi di inseguire lo stile del cantato trap, questa vittoria è bella linguaccia al successo ricercato a tutti i costi.

I Maneskin sono ventenni e suonano degli strumenti che si possono toccare, invece di fare basi con strumenti digitali : tutto ciò che gran parte degli operatori del settore ha sempre cercato di salvare per il futuro della musica e che le scuole di musica, in un auspicato guizzo di furbizia, spero porteranno ad esempio di quanto imparare a suonare uno strumento non sia una perdita di tempo, ma al contrario permetta di diventare dei gran fighi, quasi dei dissidenti oggi, dei vincitori. Ma soprattutto, oggi è più importante sottolineare che studiare uno strumento permette di suonare sul palco insieme ad altre persone. Questa è la più grande differenza con l’individualismo delle produzioni trap e pop mainstream ad oggi, dove il vero Dio osannato e fisicamente assente nella performance è il producer, una presenza senza corpo, e dove la gang della trap appare più come una partnership lavorativa ma senza vicinanza reale sul palco. Qua si ritorna alla fisicità, al contatto, alla “skin” che il nome delle band inevitabilmente evoca per fonetica, seppure nel suo significato originale dal danese “chiaro di luna”.

“Zitti e buoni” è forse il peggior pezzo dei Maneskin e probabilmente non avrebbe funzionato senza il sostegno della presentazione del pezzo a Sanremo. La linea vocale è identitaria, vi sono gli stilemi melodici che ritornano nelle loro canzoni e che li rendono dunque riconoscibili accostando il cantato rock graffiato a un parlato che si avvicina al rap di solito nell’inserto dello special, spesso con delle parentesi di ritmiche raggamuffin o latin. Tanti elementi concorrono a definirne un suono e un’identità coerente sin dai tempi di Chosen. Ricordo oggi l’impressione che ebbi al primo ascolto proprio del loro primo singolo, quella della precisione e della qualità del suono dello stick della batteria in apertura e del basso. A parte i dubbi su a chi vada il merito, il lavoro fatto sin dall’inizio da e intorno a questa band è stato ottimo.

La band romana ha rappresentato uno stile rock-glam sul palco di Sanremo, mentre i nostalgici del rock non li accettano e, facendo appello al concetto di autenticità, portano avanti la loro sentenza: i Maneskin non sono il vero rock. Ecco che emerge quel forte bisogno di etichettare, distinguere ciò che è giusto e ciò che non lo è per erigersi a detentori della verità, insomma ci informa più su chi muove la critica che non sull’oggetto della discordia.

Da decenni e non solo oggi nella polemica del Festival, il caso dei cultori del rock è esemplare per l’ossessione di distinguere tra ciò si può fare e ciò che non si può fare, ossessione che cela una voglia innata di mollare il controllo iper-razionale della critica e fare tutto ciò che non rientra nei canoni, come ad esempio riappropriarsi della musica che si ama per fare ciò che ci fa piacere, più che ciò che si debba o meno fare, se no non si è rock.

Il concetto di autenticità mobilizzato nella vicenda-Maneskin è amico di un altro pericolosissimo concetto, quello di purezza, che non esiste, né in arte né in natura, ma solo in laboratorio – ergo, è una costruzione fatta per delegittimare ed escludere in maniera del tutto arbitraria. Io credo che in musica sia più utile il laissez-faire e il relativizzare il peso del passato che altrimenti rende immobili. Ad esempio, nei commenti sui social c’è chi dice che i veri gruppi rock italiani si rivoltano nella tomba per la vittoria dei Maneskin, eppure il primo produttore nell’esperienza di X-factor è stato Lucio Fabbri della PFM. I nostalgici over 30 ma soprattutto over 40 e 50 si scagliano forse verso le opportunità che loro non hanno avuto. La critica all’autenticità non ci informa su nient’altro che sui paletti di chi la fa, coscienti o meno di soffocare ogni riappropriazione – da relativizzare come tale – che potrebbe portare al cambiamento.

I Maneskin si trovano dunque oggi in un limbo tra la soluzione che apportano alle lamentele sul tema giovani&musica e il non-riconoscimento da parte dei cultori del rock. Io trovo più interessante fare una lettura pragmatica di come tutto il pubblico, non solo quello adolescenziale, possa riappropriarsi e sentirsi rappresentato da questa vittoria.

“Loro non sanno di che parlo – Voi siete sporchi, fra’, di fango (…)”

“E buonasera signore e signori – Fuori gli attori – Vi conviene toccarvi i coglioni –  Vi conviene stare zitti e buoni – Qui la gente è strana tipo spacciatori” diventano versi necessari se rivolti al sistema-Sanremo stesso come destinatario. Personalmente, da 30enne, avrei sempre voluto, oggi più che mai, mettere questa serpe in seno a Sanremo e trovo come unica soluzione allo stare dentro Sanremo quella di insinuarsi dentro al sistema per prenderlo per i fondelli.

I Maneskin non sono IL rock, i conservatori non troveranno quello che si sono convinti sia l’unica via giusta e ammissibile, questo è certo, così come non vincono in rappresentanza di quella categoria del pensiero che è il ‘rock italiano’. Ma lasciatemelo dire, meglio i Maneskin del restare immobili nella convinzione di un passato idealizzato dove sarebbe rimasta incastrata la verità.

Il plauso va anche alla gender-fluidity che il gruppo porta avanti nell’immagine e negli outfit e alla presenza del loro front-man, indubbiamente nato per stare sul palco, scrivere e cantare. Da osservare anche il fatto che se non altro a livello simbolico, l’ossatura che in background tiene in piedi il tutto, ovvero il basso, è quello di una donna. Questo piace assai a chi come me osserva le strutture del potere.

In conclusione, la forte dimensione teatrale e performativa della band ha paradossalmente reso i Maneskin perfetti per un Sanremo senza pubblico, orientato dunque per forza di cose verso la performance strictu sensu (si vedano i quadri di Achille Lauro). Il prestito seppur superficiale dal rock, la forma musicale più presentational che esista, ha risolto questa impasse, facendone uno dei pezzi che ci hanno svegliato dal torpore sanremese aggravato dall’assenza di pubblico.

I vecchi rocckettari che sono finiti a fare pop per seguire la moda ma non risultando credibili, tornino allora a fare il “vero” rock. Una band di 20enni gli ha insegnato che restare fedeli ai propri desideri, contro ogni moda o hype, vuol dire vincere.

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