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mercoledì, Agosto 12, 2020

Storie di Musica: gli anni d’oro

Abbiamo vissuto tempi meravigliosi nella musica, ma allora non ci sembravano così  meravigliosi. Li abbiamo vissuti attraversandoli con i capelli al vento

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La musica del “divertimento” è colpa di anni di scelte discografiche sbagliate e non di uno sbaglio semantico

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Alcuni discografici si indignano se la musica, per uno sbaglio semantico, la definiscono “divertimento”, ma a ben vedere la colpa è anche la loro.

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Nell’ennesima conferenza stampa del Governo, in questo drammatico momento segnato dall’emergenza da Coronavirus, appuntamento in cui doveva essere presentato il “Decreto Rilancio”, per quanto riguarda il settore dello spettacolo, musica, cinema, teatro, il Presidente del Consiglio Conte ha fatto un altro “scivolone” comunicativo, dicendo che gli “artisti ci fanno divertire“.

Certo, su questa affermazione, e sulla semantica, si potrebbero (e lo stanno facendo) costruire castelli di parole polemiche. Vero è che l’arte è prima di tutto “cultura” e poi mille altre cose, tra cui il “divertimento”. Ma è anche vero, se di arte vogliamo davvero parlare, che è lecito porsi la domanda se quello che produce oggi il comparto discografico ed editoriale italiano sia davvero “arte” o “altro”.

Ma a parte questa riflessione, che meriterebbe un articolo a sè, personalmente penso che in quel contesto, dopo ore e ore di trattative politiche e di lavoro per scrivere in fretta un decreto complesso e di notevole portata come quello presentato, si possa concedere il beneficio del dubbio a chiunque. Non penso che il Presidente del Consiglio volesse sottovalutare l’aspetto culturale del comparto musica-tetro-cinema italiano.

E soprattutto penso che il ministro Franceschini sappia bene le problematiche del settore. Come sempre, e più di tutti, il problema in certe conferenze stampa, da due mesi a questa parte, è la COMUNICAZIONE, che in alcuni frangenti ha lasciato molto a desiderare.

Ma tornado a monte, nel decreto effettivamente non ci sono grandi mezzi a sostegno dell’editoria e della discografia italiana (lo Stato aiuta il settore concedendo un aiuto a fondo perduto pari al 20% di quanto si è fatturato nel mese di aprile 2019).

Ma è anche vero che la crisi discografica esiste da ben prima del coronavirus: nasce dall’inizio della “musica liquida”; nasce dai tempi di Napster, nasce dalla mancanza di lungimiranza della discografia nel capire come la fruizione della musica stava cambiando; nasce dal momento in cui le case discografiche hanno totalmente ceduto a piattaforme come Spotify, e similari, la distribuzione della musica; nasce nel momento in cui i discografici (non tutti per fortuna) hanno smesso di fare il lavoro a cui erano stati destinati, ossia quello di scoprire, investire, seguire e coltivare artisti talentuosi; nasce nel momento esatto in cui la maggiorparte della discografia ha inspiegabilmente deciso di affidarsi ai talent televisivi per proporre “personaggi” a discapito di veri talenti che, intanto, erano in giro altrove e che, non avevano altro sbocco, hanno cominciato ad autoprodursi.

E potrei continuare per ore e ore a snocciolare e spiegare le colpe di un settore che oggi punta il dito verso chi ha sbagliato ad esprimersi in una conferenza stampa, senza poi guardarsi allo specchio e ammettere anche le proprie di colpe, lunghe decenni e decenni.

Forse è ora che tutto il settore discografico si “ristrutturi” e studi idee nuove e coraggiose per tirarsi fuori da un tunnel che dura da troppi troppi anni. E’ ora di tornare per strada a scovare vera arte e talento… e poi proponga idee valide al Ministero preposto e al Governo, perchè i decreti possono essere anche migliorati prima di passare al vaglio del Parlamento.
E’ finita l’ora di piangersi addosso, ora c’è bisogno di risorgere dalle proprie ceneri prodotte da una lunga, inesorabile e triste autocombustione.

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