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“Western Stars”, l’America anacronistica di Springsteen – Il Boss appende le lotte al chiodo

Da sempre Springsteen è innamorato dell’America di frontiera, quella “on the road”. Da “Western Stars” ci aspettavamo un disco più coraggioso, più diretto

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Da sempre Springsteen è innamorato dell’America di frontiera, quella “on the road”, dei whiskey bar sperduti nei deserti, delle vecchie auto scassate, dei cappelli da cowboy, della polvere, dei grandi tramonti in un cielo infinito.

Chi non è innamorato di quella America descritta da Kerouac, Guthrie e tanti altri artisti e scrittori americani?

Probabilmente tutti, ma al diciannovesimo album (leggi nostro articolo), Springsteen potrebbe anche cantare l’America di oggi, quella di Trump, dei padroni della Silicon Valley che hanno distrutto l’informazione e l’economia globale ad esempio.

L’iconografia dell’America on the road è ormai sorpassata, non esiste più quel viaggio “a perdersi” come nel film “Easy Rider” di Hopper. Fa parte di un passato remoto, di una nostalgia delle belle speranze che furono ideali di una generazione ormai sparita.

Oggi i viaggi sulla Route 66 si fanno guardando le mappe su Google. Non c’è un vecchio indiano in giro nemmeno sulle insegne dei drugstore. Certo, ancora ci sono i paesaggi e gli spazi mozzafiato, ma sono diventati da decenni i set dei blockbuster di Hollywood. E’ dai tempi di Thelma e Louise che lo spirito di quei luoghi è stato completamente rimosso.

Oggi i “fantasmi” americani sono ben altri.

Sono gli impiegati delle multinazionali che escono licenziati dagli uffici con i loro cartoni in mano. Sono gli immigrati messicani che rischiano una pallottola nella schiena, sono ancora gli afroamericani che vengono picchiati o uccisi dalla polizia, se non sono dei rapper multimilionari.

Sono fantasmi peraltro ben visibili, tangibili, reali.

Caro Springsteen, sei sempre un grande, le tue ballate volano sempre in alto, anche se si assomigliano tutte, ma questo disco è intriso di una tradizione che appare ormai anacronistica nel mondo d’oggi, nel medioevo 2.0. Il tuo western ormai è da “cartolina”, da archivio della Library of Congress. Abusa di quelle sonorità country made in Nashville, come nell’omonimo film di Altman. Le stelle del West del tuo album, appaiono meno luminose, forse perché il cielo è sempre più scuro, ammalato, offeso.

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Da Springsteen ci aspettavamo un disco più coraggioso, più diretto, un cambio di passo.

Sappiamo a memoria “Nebraska” e “The River” e forse avevamo bisogno di una scossa, di un “hurricane” violento, di un’energia che potesse ricaricarci, smuovere la coscienza” assopita d’America, quindi di riflesso, anche la nostra.

Invece eccoci ancora qui a pensare agli stivaletti, ai vecchi pickup, ai cactus, alle pompe di benzina, agli sceriffi con la camicia beige e le ascelle pezzate come nei film dei fratelli Cohen.

Ok, tutto sempre molto suggestivo, ma è un ‘America che conosciamo fin troppo. Lascia che le “Luci d’America” le canti Ligabue che vive a Correggio e pensa ancora che la via Emilia sia la Route 66.

Da te avremmo bisogno di altro.

E mi si perdoni il parallelo, ma è come se un nostro cantautore del sud cantasse ancora la Napoli delle pizze, dei marechiaro, delle lune rosse o capresi, dei panni stesi, la Napoli d’antàn, da cartolina insomma, di quella Napoli cantata da Arbore e non da Pino Daniele, tanto per intenderci.

Per carità, è un patrimonio storico, bellissimo e da salvaguardare perché fa parte della nostra cultura, ma oggi c’è la Napoli della terra dei fuochi, dell’amianto sepolto, della camorra internazionale, dei sindaci incazzati… insomma ce n’é da raccontare, oltre le cartoline e le “targhette a retro”.

Ok, Boss, sappi che il mio è un semplice invito, dato che sei rimasto uno degli ultimi songwriter a far dischi. Tom Waits ormai si è ritirato da sette anni. Dylan ormai fa il divulgatore, il musicologo, sempre più esploratore delle origini della canzone popolare americana. Dài, Boss, meno etichette autoadesive sul frigo. Parlaci dei cibi scaduti invece, della puzza di marcio che esce dal frigo, perché l’ America diventi un nuovo “dream” ispiratore.

Le nuove generazioni hanno bisogno di una scossa, non di nostalgia.
Amen.

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Roberto Manfredi
Roberto Manfredi è figlio d’arte. Madre organista alla chiesa Valdese di Milano e insegnante di pianoforte. Padre pittore, musicista di oboe, diplomato al Conservatorio di Pesaro. La musica accompagna Roberto fin dalla tenera età, in cui canta gli inni protestanti, ( gospel e ballate ) e suona in casa con i suoi genitori. Studia il pianoforte e il basso elettrico. Poi terminati gli studi all’Accademia di Belle Arti a Carrara, entra nella discografia nel 1975 alla Produttori Associati dove si occupa di promozione e in particolare della promozione dei dischi di Fabrizio De Andrè, poi diventato suo amico negli anni a seguire. Dopo un anno si sposta alla Editori Associati, l’ Edizione musicale che fa parte della Ricordi e della produttori Associati. Nel 1976 produce il primo disco insieme al fratello Gianfranco e a Claudio Fabi. E’ la registrazione live dell’ultimo Festival di Re Nudo al Parco Lambro. Nel disco figurano artisti come Ricky Gianco, Eugenio Finardi, Area, Tony Esposito, Canzoniere del Lazio e molti altri. Passa poi nel gruppo RCA insieme a Nanni Ricordi seguendo parecchie produzioni discografiche dell’Etichetta indipendente Ultima Spiaggia e per la RCA stessa. In quegli anni produce gli album di Gianfranco Manfredi, David Riondino che lo fa conoscere a De Andrè che lo porta nel suo storico tour con la PFM e soprattutto l’album “Un Gelato al limon” di Paolo Conte. Scopre anche Alberto Fortis presentandolo dopo il periodo della RCA a Claudio Fabi e Mara Maionchi alla Ricordi. Durante questo periodo segue molte registrazioni di Enzo Jannacci, Claudio Lolli, Ricky Gianco, Ivan Cattaneo, etc… Passa poi come vice direttore artistico alla Polygram dove segue contemporaneamente una trentina di artisti sotto contratto, da Massimo Bubola a Carlo Siliotto, da Maria Carta a Roberto Benigni ( L’inno del corpo sciolto ) fino alla compilation “Luci a San Siro” di Roberto Vecchioni. Nel 1981 abbandona la Polygram, resosi conto che l’industria discografica si avviava al fallimento, e si trasferisce a Roma fondando con Pasquale Minieri, Anna Bernardini e Gaetano Ria la Società Multipla. Qui parte la produzione dell’operazione Mister Fantasy. Beppe Starnazza e i Vortici, con Freak Antoni nei panni del front man. Dopo l’album e due tournèe, seguono due singoli distribuiti dalla Cbs. Produce in seguito il supergruppo vocale The Oldies per la Rca ( con Nicola Arigliano, Cocky Mazzetti, Ernesto Bonino, Wilma De Angelis e Claudio Celli ) e l’ultimo album di Gianfranco Manfredi per la Polygram. Produce anche le colonne sonore del film “Liquirizia” di Salvatore Samperi e “Lupo Solitario”, programma di Antonio Ricci con Elio E Le Storie Tese, Banda Osiris e Skiantos. Contemporaneamente passa alla televisione come autore televisivo. Fonda anche la società Sorpresa SoS, che si occupa di promozione e produzione di concerti, servizi stampa e casting televisivi. Organizza e promuove concerti del management di Franco Maimone e Francesco Sanavio, quali Iggy Pop, Suzanne Vega, Lena Lovich e Nina Hagen, James Brown, Depeche Mode, The Kinks, Penguin Cafè Orchestra, Charlie Headen Liberation Orchestra e Sting. Poi decide di specializzarsi nel mondo televisivo e nei format musicali. E’ stato autore e capoprogetto di format quali Lupo Solitario, Fuori Orario, Mister Fantasy, Sanremo Rock, Segnali di Fumo, Tournèe, Super, Night Express, Italian Music Award, e “Supermarket” di e con Piero Chiambretti e di innumerevoli speciali monografici per Italia uno di artisti quali Elton John, Madonna, U2. Contemporaneamente produce gli home video “Mistero Buffo” di Dario Fo e “Storie del signor G” di Giorgio Gaber. Nel 1988 fonda il gruppo satirico “I Figli di Bubba” partecipando al Festival di Sanremo nella sezione Big. In seguito rimane come capoprogetto nella sezione tv della Trident Agency per oltre due anni e infine entra nella società Magnolia di Giorgio Gori come produttore esecutivo e autore. Dopo sette anni in cui produce ben quattro edizioni del format “Markette” di Piero Chiambretti, lavora per la ITC Movies per lo show di Maurizio Crozza “Crozza Alive” occupandosi anche di altre produzioni per Varie case di produzione tra cui Endemol e 3zero2 di Piero Crispino e Mario Rasini di cui è stato autore nel programma RAI DUE : “Delitti Rock”, E’ stato direttore artistico di vari eventi e manifestazioni di carattere nazionale e internazionale come “Il cinquantesimo anniversario della bomba di Hiroshima” presso la Sala Nervi in Vaticano dove ha riunito artisti come Dee Dee Bridgewater, Al Jarreau e Randi Crowford, è stato direttore artistico dei concerti per la Mostra Internazionale del Cinema di Venezia nel 1995 e dell ‘unico Festival di Musica africana a San Siro per il sostegno alla Liberia, insieme a George Whea e a Laura Boldrini, allora dirigente della World Food Program facendo suonare su due palchi paralleli artisti come Alpha Blondie, Youssou ‘n’dour, Salif Keita, Morikante, Buddy Guy, etc… Attualmente è Head manager new format media presso la società Infront per lo sviluppo e la produzione di nuovi format tv “made in Italy” , produttore esecutivo per la Società Magnolia e autore di “Eccezionale Veramente” su La7. Ha scritto quattro libri : “Talent Shop” ( dai talent scout ai talent show ), Nu Ghe Né ( dedicato all’amico Fabrizio de Andrè ) , “Freak, odio il brodo” ( omaggio a Freak Antoni ). Di prossima pubblicazione ( febbraio 2016 ) il volume “ SkANZONATA - Storia della canzone satirica, umoristica e comica italiana, dai futuristi a oggi”, per la Skira Editrice. Regista del film “ Il Sogno di Yar Messi Kirkuk” in emissione 2015 su Sky Sport 24 e di alcuni filmati industriali e video web per aziende quali Academia Barilla, Fiat, Omnitel, etc…

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