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Morgan, che perde la pelle nei tamburi

Morgan sul palco è un fuciliere che spara contro l’argento freddo che abbiamo nelle tempie, e salta incauto dal suolo al cielo senza mai fermarsi.

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morgan
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E poi ci sono gli altri che fanno un lavoro consueto, che non hanno una voce come la sua, precisa e torturante. Ci sono quelli che non sanno come far funzionare i nastri del suono, e allora cantano canzoni come fossero potatori sull’albero.

Morgan sul palco è un fuciliere che spara contro l’argento freddo che abbiamo nelle tempie, e salta incauto dal suolo al cielo senza mai fermarsi. Entra come fosse un vomere nel nostro petto e apre un abisso senza che vi siano più possibili né il dolore né la gioia: ci pulisce dalle spine e dai petali secchi, dalle memorie inutili. Ci fa perdere il sapore della sopravvivenza, ci fa sentire un odore di benzina proprio sotto alle nostre poltrone.

Morgan sul palco sembra stia a un passo dal vuoto, a uno forse più breve dall’inferno. È alcolico, per noi anime canoniche e indubbiamente noiose.  Suona e ci insanguina la muffa, con la sua figura da poeta dissacra ogni nostra logica visione.

Morgan non ha nulla di rassicurante, sembra un braccatore un uccello che vola, un camaleonte che lascia la sua pelle nei tamburi nei tasti e nelle corde; ha una testa centenaria ma è un incanto infantile. Morgan sul palco è un esercito in guerra; ha un movente nelle mani, un chiaro e definito scopo: mentre ci alleniamo a morire vuole farci sentire una vibrazione sinfonica che sia una scoperta, la cresima per il nostro amore; cerca tutta la delicatezza che ha la vita, e la sparge affinché non sfugga a nessuno. È un faro, una lucerna piena d’olio di dolcezza; è l’immagine obbediente alla speranza. Così che possiamo diventare tutti, prodigiosamente, sovversivi per necessità di bellezza.

Morgan sul palco del teatro Golden a Roma ha realizzato una percussione di contestazione e gioia, una meraviglia estetica, e si è confermato come l’unico genio audace della nostra modernità.

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