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Tanto rumore per nulla sulle quote in radio? Facciamo un po’ di chiarezza

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A prescindere dall’annuncio di un proposta di legge di un esponente della Lega su delle quote di musica italiana in radio, proposta fatta più per creare divisioni e un polverone propagandistico che per dare i natali ad una vera proposta di legge concreta che aiuti il settore musicale e culturale (magari anche con investimenti e sgravi fiscali per tutta la filiera musicale), c’è bisogno di fare un po’ di chiarezza

Cominciamo con il dire che di una legge sulle radio se ne parla da decenni in Italia. Diciamo anche che i “soggetti” che hanno fatto propria questa battaglia e che da anni la portano ostinatamente avanti hanno delle argomentazioni e istanze sacrosante. Parlo soprattutto di realtà che da sempre si battono per la musica indipendente, associazioni come il MEI, o Audiocoop e tanti altri, professionisti che amano la cultura e la musica, e che non sono certo dei pseudo nazionalisti. E’ comprensibile il loro approccio alla suddetta proposta, che rappresenta per loro, forse un po’ ingenuamente, la speranza di trovare un modo di istruire un tavolo di trattativa da cui cominciare a discutere seriamente, soprattutto in merito alla musica emergente, così come hanno cercato di fare con altri esponenti politici di sinistra in passato.
Si può essere d’accordo o meno ma così stanno i fatti.

Le loro proposte sono valide, piene di contenuti, anche se si vanno a confrontare con proposte e disegno di legge populistico e superficiale, una speculazione meramente partitica, che verte solo a proporre il “protezionismo”, un contenitore giuridico e legislativo sostanzialmente vuoto, che da solo non risolve nulla dell’attuale situazione del settore musicale italiano.

Giordano Sangiorgi del MEI – Meeting Degli Indipendenti, in merito ha scritto quanto segue:

E’ importante rompere il business nascosto tra major e radio per fare passare sempre gli stessi grazie a soldi, spot e conflitti di interesse editoriali, o in combutta con loro. La levata di scudi c’e’ per questo motivo. Se i dati di musica italiana in radio fossero addirittura piu’ alti che problemi avrebbero a fare la legge che ne chiederebbe addirittura meno? Quindi: 1, i dati non sono veri e le 10 big radio fanno solo il 23% di italiani; 2, vogliono continuare a farsi gli affari loro con le major & amici affini promuovendo artisti che hanno le edizioni musicali della radio in conflitto di interesse; 3, temono di dover aprire le porte ai veri indipendenti ed emergenti che hanno qualita’ e innovazione da portare ma non soldi e affari con major“.

Forse, l’unico appunto che si può fare oggi a questa “battaglia” è che ormai è un po’ anacronistica, è un po’ tardi (non per colpa loro, ovviamente, ma per colpa di tutte le trattative politiche saltate in passato), perché nel frattempo molte cose sono cambiate negli anni. Nel frattempo c’è stata la rivoluzione della fruizione della musica con l’avvento della musica liquida arrivata dalla rete e la nascita delle piattaforme streaming, realtà che hanno snaturato di molto la valenza promozionale che la radio esercita sulla musica.

Discorso diverso sono invece i diritti editoriali relativi ai passaggi radiofonici.

E qui il discorso sul monopolio editoriale e radiofonico di alcuni network è noto da anni. Un esempio su tutti, il potente “gruppo/editoria discografica” della ULTRASUONI, costituito sostanzialmente da tre network di cui fanno parte, oltre alla Baraonda di Suraci (RTL 102.5), anche Mario Volanti, presidente di Radio Italia, e da Eduardo Montefusco, presidente di RDS (il tutto amministrato dal solo Suraci).

Quando i talent televisivi, qualche anno fa, erano ancora potenti (oggi grazie a Dio lo sono meno, perché la gente sta perdendo sempre più interesse verso certi programmi), si era addirittura formato, nel settore musicale italiano, una sorta di  “MONOPOLIO INVIOLABILE”, figlio di un consociativismo nella cui “pancia” si muovevano diversi interessi, fatti di complicati giri di cessione di edizioni, di diritti, di pacchetti musica-pubblicità (basti pensare alle sinergie radio-televisive), del business dei Tour, delle ospitate televisive e radio o ad eventi importanti.
In quegli anni vigeva il potere della “TRIADE”. Ora la rete e la musica liquida ha ridimensionato un po’ tutto. Di musica se ne vende poca. Rimangono i passaggi radiofonici e gli introiti che arrivano dai diritti.

Gli affari e gli interessi ora si sono spostati nel settore di chi gestisce i Live degli artisti (vedi, ad esempio, la polemica nata sullo strapotere della F&P Group a Sanremo).

Ora il grosso delle royalty, a dirla tutta, ruota intorno le piattaforme in streaming. Ed è proprio verso queste che bisognerebbe oggi direzionare le vere battaglie, soprattutto quelle relative alle percentuali sui diritti, che oggi sono una vera miseria.

E per concludere, cosa dire sulla “letterina” mandata da Mogol, in veste di presidente della SIAE, a tutti gli associati, testo in cui si invita questi ultimi ad aderire alla proposta del leghista Morelli. Una iniziativa davvero discutibile, superficiale e triste, visto il modo e la forma con cui è stata fatta, cosa che fa sembrare Mogol un addetto dello staff che cura la campagna elettorale leghista.

Comunque, vorremmo rassicurare le due fazioni che si sono venute a creare (e scontrare) dopo l’ennesima provocazione leghista (la capacità divisiva di “certa” politica si sta rivelando sempre più inquietante, qualsiasi argomento venga toccato, e lo hanno dimostrato anche in questa occasione): sicuramente, in merito alle quote radio, non se ne farà nulla concretamente, perché ci sono troppi interessi di mezzo (tra major e radio, tra radio e altri “soggetti”). Insomma, tanto rumore per niente alla fine.

Un esempio: chi ha comprato Radio Padania? Sarà per caso “colui” che più di tutti sta protestando per questa proposta? E figuriamoci se si “scontentano” gli “amici”. Guarda caso, all’indomani della proposta di Morelli e arrivato il buon Capitan Salvini a tranquillizzare chi di dovere, dicendo che lo Stato non può decidere per gli editori radiofonici.
Le parole son giuste, il fine delle sue parole invece sono ben altro.

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