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Cristicchi, il coltivatore di vigne

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Ci è venuto a trovare un coltivatore di vigne e ci ha tagliato il respiro. Sembrava venisse da dove inizia l’universo, e che avesse il diritto di svegliarci. Noi sentivamo un brusio, neanche un vero suono, come avessimo le orecchie inzaccherate di cera.

Ci ha guardati come fossimo fanciulli: che avevano appena finito di gridare, di fuggire, ed erano tornati a casa con il naso rotto, con la faccia schiacciata. E si è messo davanti per guardarci attento, sperando non fosse già inutile.

“Abbi cura di me prima che io vada completamente a pezzi, prima che la bolgia mi impedisca di parlarti. Io ti somiglio, perché noi facciamo parte dello Spirito creato, della veste illuminata di Dio. Altri uomini hanno sepolto la mia voce: per farsi seguire nei festini, nelle immoralità che chiamano incanto; per far sparire la mia immagine dal tuo cuore. E ti hanno frodato. Abbi cura di me come se io avessi una bella favella, come se avessi delle nobili mani operaie per la tua casa, come fossi capace di far pesare il tuo desiderio. Io sono una scintilla, l’angelo che semina, il canto su questa tua vita barbarica. Abbi cura di me e mi batterò ancora per millenni per qualcosa che ti sappia salvare, vienimi incontro e più di ogni successo avrai l’amore”.

Cristicchi ci è venuto a trovare, nel campo di battaglia, per ricordarci che non è possibile ritoccare i sentimenti; che siamo circondati da scassinatori, da falsi profeti. Cristicchi ci ha insegnato a piangere, dopo ha ammucchiato delle ali ai nostri piedi proponendoci di volare.

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