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sabato, Maggio 15, 2021

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Come entrare nelle playlist di spotify?

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Ogni volta che mi appresto ad entrare in spotify, mi sento come se mi trovassi all’interno dell’armadio de Le Cronache di Narnia, una sorta di terra di mezzo che segna il passaggio dal reale all’irreale, l’area neutrale compresa tra le dogane del supporto fisico e della musica liquida, quella che segna definitivamente la fine del romanticismo di noi inguaribili nostalgici dello “scartabellamento” di vinili tra gli scaffali di un vecchio negozietto di dischi a Notting Hill.

Quando avevo vent’anni e facevo il deejay in discoteca, molti amici mi chiedevano se potevo aiutarli a farli entrare. A trent’anni mi sono specializzato nella promozione radio e gli artisti speravano che io riuscissi a traghettarli nella programmazione di un network. Ora che ne ho 54, le band e le case discografiche sono concordi nel domandarti una cosa che fino a poco tempo fa era impensabile: “Hai mica la possibilità di inserirmi nelle playlist di spotify?”. Essì, è diventato questo oramai il denominatore comune di tutti quelli che si approcciano al mondo musicale, che sia indie, mainstream non importa. Conta se stai in quante più playlist possibili all’interno di spotify. Perché è questo che contribuisce ad incrementare i tuoi ascolti. E più ascolti hai e più una radio può decidere con maggiore facilità di abbassare le linee della reticenza nei tuoi confronti. “Se hai già un milione di ascolti” pensano i programmatori radio “Quando suonerò la tua canzone avrò meno possibilità di riceverne in cambio uno zapping a favore di una emittente competitor”.

Quando apparve iTunes, per un certo periodo fummo invasi da un esercito di furbetti che acquistavano i loro stessi download musicali. Questo strano fenomeno determinò per un certo periodo, la pubblicazione di chart dove gente sconosciuta ai più, sopravanzava Vasco Rossi o i Pink Floyd, magari anche solo per un giorno.

Poi con la fruizione di YouTube, una tv on demand fatta su misura per ognuno di noi, l’inseguimento delle views ai nostri video, ha determinato i flussi delle maree sulle scelte dei teenager che hanno progressivamente abbandonato la radio per seguire fenomeni per lo più hip-hop, rap e trap che a noi comuni mortali suonavano inspiegabili.

Ora siamo nel pieno dell’era Spotify.

C’è chi venderebbe la mamma per poter entrare nella playlist indie del nuovo colosso dello streaming svedese che ha già più di 140 milioni di utenti attivi mensili (dato di Giugno 2017) e più di 70 milioni di abbonati (dati di Gennaio 2018).

Esistono band che hanno caricato su spotify mille canzoni con i nomi delle città di tutto il mondo, o chi ha depositato un milione di birthday songs cambiando solo il destinatario tipo “Happy birthday monica”, “Happy birthday maria” e così via, in modo che chi va su spotify cercando una canzone da dedicare alla fidanzata o alla amica del cuore, caschi dentro alla rete della propria opera depositata. Geniale no? Seguendo la stessa strategia c’è chi ha depositato canzoni intitolate “Giorgio vuoi sposarmi?” oppure “Jenny will you marry me?”, ma in questo caso il riscontro è stato di minor successo. C’è anche chi ha registrato chitarre distorte riproducendole in centinaia di potenziali dischi etichettati sotto la voce “Special Hard Collection nr 12” e poi 13-14-15 e così via, nella speranza di finire nelle playlist più importanti di metal. Ma i miei idoli in assoluto sono i Vulfpeck che hanno registrato e caricato su spotify migliaia di canzoni intitolate “z” e poi “zz” e ancora “zzz” fino a centinaia di zzzzzzz nel titolo: e dentro al file musicale cosa si sente? Nulla! Assolutamente nulla. Silenzio. I Vulfpeck hanno invitato i loro fans a lanciare di notte gli ascolti delle loro (non) song intitolate con tante “z” quante ne preferite. Così facendo hanno incrementato sensibilmente gli ascolti, incassando da spotify una cifra intorno ai 15mila dollari coi quali si sono pagati un tour intero. Applausi.

C’è stato un tempo nel quale alcuni irriducibili hanno resistito lungamente a non fare assorbire le proprie opere a favore di questa piattaforma. Sfruttando il fatto che per esempio Bob Seger non voleva si caricassero i suoi dischi su spotify, un tizio, che si era registrato col nome di Bob Segar e che cantava le canzoni del suo quasi omonimo, per anni raggranellò migliaia e migliaia di ascolti cavalcando il misunderstanding che negli anni ’90 aveva fatto la fortuna nel settore della dance italica specializzata in re-edit tarocchi del periodo.

Adesso hanno ceduto più o meno tutti alle lusinghe, ma nel caso foste interessati a provarci, tra i più famosi che ancora non albergano su spotify, vi segnalo Lucio Battisti (ma se accettate un consiglio girate alla larga), i Tool, i King Crimson ed alcuni album solisti di Freddy Mercury.

E quindi la conclusione di questo pippone quale sarebbe?
Nulla!

Che viviamo un momento di transizione ve l’avevo scritto prima delle vacanze (leggi articolo), ma ora l’aria sta cambiando. Con la nuova direttiva del copyright appena approvata (leggi articolo) i furbetti non vivranno sonni tranquilli. Lo ha detto anche il nostro nuovo presidente della Siae, con la cui elezione abbiamo deciso di dare una svolta definitiva e un segno di forte cambiamento: Mogol. Ebbasta.

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