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sabato, Luglio 11, 2020

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Voto Autore

 

Alla fine lo hanno fatto, la “strana coppia” formata dall’ex frontman dei Police, Sting, e dal dancehall-rapper di Boombastic Shaggy, presentatasi come ospite all’ultimo Festival di Sanremo con l’anteprima del singolo Don’t make me wait, a soli 17 mesi dal controverso 57th & 9th di Sting (leggi nostra recensione) ha dato alle stampe un album per certi versi spiazzante, ma tutto sommato piacevole.
Del resto lo stesso Sting aveva esordito col Reggae’n’Roll dei Police, per cui si può parlare di un ritorno alle origini per la rockstar di Newcastle.

Non il solito Sting, direi, uno Sting non proprio all’altezza dei suoi capolavori solistici degli anni ’80- ’90, prodotti in collaborazione con fior di musicisti quali Gil Evans, Brandford Marsalis, Darryl Jones, Kenny Kirkland, Omar Hakim, Hiram Bullock, Mark Egan, David Sancious, Vinnie Colaiuta ed il fido Dominic Miller; uno Sting che conferma le proprie paure, già esplicitamente espresse fra le righe dei testi nel precedente album, di una crisi creativa, di una preoccupante mancanza d’ispirazione che probabilmente spera di risolvere attraverso la contaminazione con personaggi che appartengono ad un mondo abbastanza lontano dal suo, in questo caso il ripescato Shaggy del quale si erano un po’ perse le tracce, almeno in Italia, dopo gli exploit di Boombastic nel 1995 e Hey Sexy Lady nel 2000.

Inizialmente il progetto avrebbe dovuto limitarsi al solo singolo Don’t make me wait, una sorta di tributo alla musica caraibica, fonte d’ispirazione per entrambi all’inizio delle rispettive carriere, ma poi si sono evidentemente lasciati prendere la mano, grazie anche al lusinghiero successo di vendite del singolo arrivato al primo posto della classifica di Billboard nella categoria reggae, e hanno finito per registrare insieme un intero album, divertente, spensierato, gradevole all’ascolto anche se assai lontano dalle cose migliori cui Sting ci aveva abituato.

sting

Ad ogni modo, guardando il video, sembra che Sting si stia divertendo un mondo in questo ruolo un po’ defilato, probabilmente perché non avverte tutta la tensione sulle proprie spalle, compartendola con i comprimari, un po’ come successe all’amico Eric Clapton quando, reduce dallo scioglimento dei Cream, era in tour con i Blind Faith ma preferiva esibirsi con gli apripista Delaney & Bonnie.

Ci auguriamo che l’esperienza possa avere un effetto benefico, terapeutico, e che presto possa tornare a deliziarci con cose più egregie, degne del suoi notevoli brillanti trascorsi.

Registrato fra Giamaica e New York, prodotto come il precedente 57th & 9th   dallo stesso Sting assieme a Martin Kierszenbaum e mixato da Tony Lake, con  la collaborazione di vari musicisti  esponenti del genere reggae e dancehall quali Robert Shakespeare del duo Sly & Robbie, Aidonia, Morgan Heritage, Agent Sasco, oltre ai fedelissimi Dominic Miller e Brandford Marsalis, il titolo dell’album si riferisce ai prefissi telefonici internazionali dei paesi d’origine dei due artisti, +44 per l’Inghilterra di Sting, +876 per la Giamaica di Shaggy.

La collaborazione tra i due proseguirà nella prossima estate con un tour europeo in cui, oltre ai brani dell’album, interpreteranno una selezione dei rispettivi successi.

sting

Tracklist e Recensione 44/876 – Sting & Shaggy

  1. 44/876 È un brano in perfetto stile dancehall con la partecipazione del gruppo Morgan Heritage e di Aidonia, ampio uso dell’elettronica per la base su cui si alternano e s’intrecciano le voci di Sting, Shaggy e degli ospiti.
  2. Morning Is Coming. Secondo singolo estratto dall’album, un reggae classico il cui refrain ricalca la stessa melodia di How many people dell’album Flowers in the dirt di Paul McCartney e questo la dice lunga sulla sul difficile momento che sta attraversando Sting sotto l’aspetto creativo.
  3. Waiting For The Break Of Day. Introdotto da una sequenza di accordi di pianoforte cui subentra una ritmica in quarti con un martellante basso raggamuffin su cui s’innesta un tipico brano alla Sting, anche se non dei suoi migliori, “aspettando l’alba del nuovo giorno”.
  4. Gotta Get Back My Baby. Stessa ritmica, ma con un basso più convenzionale, e stesse considerazioni anche per questo brano, appena un po’ più convincente del precedente.
  5. Don’t Make Me Wait. È il brano presentato in anteprima ai Grammy Awards e al Festival di Sanremo. Nella strofa affidata alla voce di Sting riecheggia vagamente la strofa di So lonely dal primo album dei Police Outlandos d’amour
  6. Just One Lifetime. Si torna al reggae più o meno puro, brano gradevole, ma che non credo abbia richiesto grossi sforzi di creatività per la sua composizione. Un refrain molto orecchiabile, radiofonico, probabilmente un prossimo singolo
  7. 22nd Pur senza arrivare all’eccelenza in questo brano ritroviamo lo Sting dei tempi migliori, forse un po’ sdolcinato l’arrangiamento, con una chitarra alla George Benson in evidenza e dei flautini che ricordano Van McCoy.
  8. Dreaming In The U.S.A. Questa traccia sembra uscita dal precedente 57th & 9th e probabilmente per quell’album era stata concepita, uno Sting classico con giusto un pressoché ininfluente intervento di Shaggy.
  9. Crooked Tree. Brano che sembra la filiazione di Moon over Bourbon Street.
  10. To Love And Be Loved. Strofa abbastanza anonima, mentre il refrain ricorda la One world presente sull’album Ghost in the machine dei Police.
  11. Sad Trombone. Reggae lento introdotto da una frase di trombone (triste) che continua a lamentarsi in sottofondo alla voce per tutta la durata del brano.
  12. Night Shift. Ultimo brano della versione economica dell’album, sulla falsariga della Jammin’ di Bob Marley, senza averne la forza dirompente.
  13. If You Can’t Find Love. Prima traccia extra della versione DeLuxe, introdotta da una robusta sezione fiati, avrebbe meritato uno spazio nella versione basica, migliore e più convincente della precedente Night shift.
  14. Love Changes Everything. Cover in stile reggae del brano d’apertura del musical Aspects of Love di Andrew Lloyd Webber, senza infamia, senza lode, “niente da aggiunere né da dividere” direbbe Cocciante (o, più precisamente, Marco Luberti).
  15. 16 Fathoms Stesso discorso fatto per If You Can’t Find Love, un dovuto riconoscimento per chi spende qualcosa di più per comprare la versione DeLuxe.
  16. Don’t Make Me Wait (Dave Audé Rhythmic Radio Remix) Versione remixata Radio Edit del primo singolo.

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