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RECENSIONE DELL’ALBUM “ALLA DERIVA” DI BONFANTI E ZANOTTI

Roberto Bonfanti è uno scrittore lombardo di sostanza. Ha scritto sei romanzi e ha una scrittura generosa e originale. Uno che sulla parola non improvvisa, ma costruisce. Pensieri, suggestioni, metafore, simboli.

Max Zanotti è musicista e produttore di provata esperienza nella scena alternativa e progressiva italiana: Deasonica, Casablanca, The Elephan Man, Collaboratore di Rezophonic e co- fondatore dei Bloom. Le sue doti sono l’ecclettismo e il gusto sonoro. Una buona dose di sperimentalismo, mai velleitario nè superfluo.

I due insieme funzionano. L’Album “Alla Deriva” è praticamente un romanzo in otto capitoli e otto tracce. Si potrebbe definire un concept album, anche se i temi trattati sono diversi, c’è il collettivo come nel brano “Poi il tempo” e la sfera individuale, “Clichè”.

Difficile e sbagliato non ascoltarlo tutto, da cima a fondo, anche se l’ascolto richiede una partecipazione attiva, mai distratta o casuale come invece si addice alla canzonetta pop attuale. Un album impegnativo e controcorrente. Tutti brani superano abbondantemente i 5 minuti. Il parlato o se preferite, il recitato di Bonfanti, si snoda senza pause come un reading di un autore che per anni ha scritto in silenzio e d’improvviso rinasce dando anima alla sua voce. La musica di Zanotti segue il racconto, e il compositore è persino troppo cauto nel suo accompagnamento.

Se una critica va fatta a questo nobile e coraggioso album, è quella che forse, in alcuni momenti, il testo di Bonfanti avrebbe dovuto lasciare più spazio alla musica del partner, come accade nei film di Terrence Malick, il regista statunitense unico a portare l’immagine alla musica e la musica all’immagine, così come entrambi alla parola in una continua concatenazione lirica. La musica di Max Zanotti è altamente suggestiva, a volte distopica altre volte disperatamente romantica, per questo in alcuni istanti, era giusto lasciarla sola al suo divenire. Nell’album si respira aria di smarrimento e di inquietudine, a volte l’invettiva tende la mano alla speranza, al dubbio più che alla certezza, perché di certezze oggi in questa epoca malsana, è impossibile averne.

Se poi consideriamo il contesto nel quale “Alla Deriva” viene pubblicato nell’infinito Megastore digitale, non possiamo che apprezzare il gesto di questa particolarissima coppia di autori. Da un po’ di tempo, si notano cenni di risveglio, come in questo caso. Riescono album, prodotti più articolati, nati non a caso, ma da iniziative speciali ed esperienze comuni. Cito ad esempio il disco/libro “L’ora delle distanze” di Andy dei Bluvertigo e lo scrittore Lory Muratti, uscito recentemente. Sono buone avventure per andare oltre il “singolo”, “la canzone scritta apposta per…”, “la cover”, “il tributo”, la “hit” e tutto l’insopportabile cucuzzaro da rumore di fondo pop. Qui invece, si osa, si sperimenta, in un certo senso si provoca, e così l’album “Alla deriva” sembra uscire dagli scaffali degli anni 70, quando uscivano i dischi di Poesia Sonora della Cramps di Gianni Sassi, o “Rapsodia Meccanica” di Currà e Colombo dell’Ultima Spiaggia di Nanni Ricordi.

La parola così come il racconto di Bonfanti, sfugge dai lacci del cantautorato, così come la musica di Zanotti è anni luce lontana dai giri di do di anemiche chitarre acustiche, costrette ad “accompagnare” la voce melanconica del cantautore di turno. “Alla Deriva” è un album diverso, originale, coraggioso e basta questo per ascoltarlo fino in fondo e per silenziare per almeno per 45 minuti, quel disgustoso rumore urbano della canzone artificiale contemporanea. Basta questo per ringraziare Bonfanti e a Zanotti, sperando in un celere quanto salvifico olocausto della canzonetta pop/trap.

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