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Intervista a Zärat, giovane talento dell’Officina della Musica e della Parole

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di Claudio Ramponi

Chi scrive ha già avuto modo di parlare di questo talento, Zärat (all’anagrafe Marco Abete), giovane artista che ha, tra le altre, partecipato a delle sessione dell’Officina della Musica e delle Parole (qui il nostro articolo di presentazione), il laboratorio-incubatore artistico di Alberto Salerno.

Quando lo conobbi rimasi colpito dal suo talento e dalla sua maturità, benché molto giovane, pronto ad assorbire i consigli artistici di gente competente come i formatori dell’Officina.

Come già scrissi in un precedente articolo su questo ragazzo, lui è “dotato di un bel timbro di voce che padroneggia con estrema facilità in ogni registro passando agevolmente dalle note basse a quelle più acute, è anche un provetto musicista che si destreggia abilmente fra pianoforte, tastiere elettroniche e percussioni, oltre a comporre musiche e testi dei suoi brani occupandosi anche degli arrangiamenti“.

Il 19 febbraio è uscito il suo album d’esordio, autoprodotto, dal titolo “Perceptions” (disponibile su Spotify e su ITunes), un disco composto da una traclist di 10 brani, tutti cantati in inglese.

zarat
Oggi Zärat è qui, con noi, per una intervista:

Ciao Marco, ci siamo conosciuti in occasione di una sessione all’Officina della Musica e delle Parole lo scorso mese d’ottobre.

Sí, ricordo che parlammo molto e sia tu che Alberto Salerno mi deste una bella spinta affinché cominciassi a scrivere i testi in italiano.

Però l’album che hai appena pubblicato è tutto in inglese…

Sí, certo, ma si tratta di un lavoro precedente la cui realizzazione in studio ha richiesto oltre un anno, praticamente una raccolta dei brani scritti finora, alcuni risalgono a quando avevo 15 anni.

 …vale a dire l’altro ieri, visto che oggi ne hai comunque solo 20.  Mi hai detto che sei di Napoli, ma solo di origine o ci vivi tuttora?

Ci vivo tuttora, come mai me lo chiedi?

Perché ascoltando la tua musica mi viene in mente di tutto, fuorché Napoli. Ti collocherei piuttosto nel Nord Europa, tra immense distese verdi attraversate da ampie e rettilinee strade bagnate di pioggia nella luce crepuscolare…

Sarà perché nella mia precedente vita ero islandese… magari a scrivere con Björk (è la mia più grande aspirazione).

Pensavo piuttosto a Svezia, Olanda, Danimarca…

Eh beh, pure lì è figo… stai riaccendendo in me una fiamma assurda di andare per il mondo.

Chi suona nell’album?

Io suono pianoforte, synth e tutte le tastiere oltre alle percussioni, Giulio Canosa ha suonato gli archi, tranne in un brano (In the middle – Acoustic) nel quale Anita Racca suona le parti di violino oltre a cantare con me, mentre in “My own way” la voce femminile è quella di Marialaura Stanzione; poi ci sono Marco Sica al sax contralto e Francesco Sarnelli (chitarra distorta) su “Enjoy the change”, Umberto Amato (chitarra distorta) in “Resolute reaction”, mentre il coro di “Wake up” è composto dalle voci di Alessandra De Stefano, Gabriella Coppola e Simona Scala.

Come procede la scrittura in italiano? Stai traducendo qualcuno di questi brani o ti dedichi solo alle nuove composizioni?

Ho scritto un nuovo brano che presenterò alla prossima sessione dell’Officina e puó darsi nasca una collaborazione anche con un famoso e stimato autore italiano, ma io non volevo toccare nulla di questi brani, li ho scritti molto tempo fa e non me li sento più addosso; suonerei come una moneta falsa se li traducessi in italiano… e poi le melodie che scrivo oggi sono molto diverse.

Sono curioso di ascoltarle… Ti faccio i complimenti per questo album ed i migliori auguri per la tua carriera.

Grazie di cuore

 

 

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