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Tappa di Assago del “Back to the Who Tour 51” degli Who – RECENSIONE

Voto Autore

di Athos Enrile

Descrivere un concerto degli Who (meglio togliere l’articolo davanti!) mi costringe ad un grande sforzo di obiettività, ma so già che difficilmente riuscirò a mantenere l’equilibrio. E’ la seconda volta che mi capita (terza se considero il tour di “Tommy”, di Roger Daltrey), e ancora una volta ho avuto l’impressione di essere davanti all’essenza della musica rock, alla vera band per eccellenza, per l’energia che riesce a liberare e per l’entusiasmo che provoca in tutti quelli che vengono toccati dalla loro arte.

Gli Who propongono ciò che più di trasversale possa esistere: lo sanno bene quelli che come me li seguono da 50 anni e oltre; lo sanno bene le nuove leve che sono arrivate a loro, magari, attraverso la colonna sonora delle svariate fiction televisive; lo sa bene anche chi va allo stadio, negli Stati Uniti ad esempio, dove nell’intervallo di una partita di football può capitare che una mega banda si impossessi della scena (parlo di una vera, con trombe, rullanti e clarinetti), e invece di brani tradizionali proponga Baba O’Riley!

Ho scritto pagine intere nel ricordo del concerto del 2007, quello dell’Arena di Verona, ma ciò che è accaduto al Forum di Assago non è da meno, almeno dal punto di vista dell’entusiasmo suscitato e del coinvolgimento generale.

Davanti e intorno a me nessuno spazio vuoto, una presenza massiccia di anime,  nonostante la performance di due giorni prima a Bologna.

Crediti Foto Athos Enrile
Crediti Foto Athos Enrile

I rumors arrivati a seguito del primo concerto davano un Daltrey con voce sul tendente al precario, e un Townshend spettacolare.

E ciò che ci si aspetta alla fine arriva: una scaletta collaudata e basata su tutta una vita di repertorio, un set con un tempo ben prestabilito e con nessuna concessione al bis (dopo un timido incitamento le luci si sono accese e il pubblico ha… capito!) e un ensemble musicale da brividi, con la formazione ormai super conosciuta che prevede – oltre a Pete Townshend e Roger DaltreyZak Starkey (figlio di Ringo Starr) alla batteria, Pino Palladino al basso, Simon Townshend alla chitarra, e un terzetto che non conoscevo: i tastieristi John Corey e Loren Gold e il direttore musicale Frank Simes.

A fine articolo propongo l’intera scaletta, ma esiste un momento preciso che vale la pena di ricordare: il quarto brano è appena terminato (The Kids Are Alright) e Pete annuncia il successivo con questa frase: “Questo brano è stato scritto nel 1966, quando NESSUNO, di voi ancora esisteva!”. Boato dei presenti che, in ogni caso, dimostrano di conoscere perfettamente I Can See For Miles.

Crediti Foto Athos Enrile
Crediti Foto Athos Enrile

Il palco è abbastanza lontano dalla tribuna centrale in cui sono, ma il mega schermo centrale – che propone soprattutto immagini storiche -, unitamente ai due laterali – dove scorrono invece sezioni di concerto -, aiutano e sollecitano almeno un paio di considerazioni: la prima riguarda la necessità assoluta di visual, uno spettacolo nello spettacolo, dove i ricordi emergono copiosi, a volte dolorosi; esiste poi il grande contrasto tra passato e presente, tra ciò che gli Who erano – ed eravamo – e il momento contingente, un’attualità che ci spinge a riflettere sulla qualità presente on stage, proposta da chi ha superato i 70 anni (sono Pete e Roger gli unici due rimasti rispetto alle origini), l’unico gruppo che ha suonato a Monterrey, Woodstock e Wight, la storia che va inscena davanti a chi storia sta per diventare, attraverso la partecipazione.

Il compito di scaldare gli animi  tocca ad una band inglese che non conoscevo, gli Slydigs: non riesco a concentrarmi a sufficienza, preso come sono dalla voglia di  impregnarmi nell’atmosfera della serata, ma appaiono in assoluta sintonia con ciò che  sta per arrivare e meritano un approfondimento futuro. Da indagare.

E quando appare sul mega display “Rimanete calmi, arrivano gli Who”, l’emozione sale.

Crediti Foto © ELENA DI VINCENZO
Crediti Foto © ELENA DI VINCENZO

Alle 20:50 entrano Pete e soci, con un po’ di anticipo che spiazza chi, dotato di biglietto numerato, ha aspettato l’ultimo minuto.

Il giovane addetto all’ordine, a pochi metri da me, è impalato, con le spalle al palco, e così resterà per tutta la serata, insensibile alla musica, agli applausi, agli urli, a tutto ciò che dovrebbe scaldare, senza la minima tentazione di voltarsi, magari girare solo la faccia di 180 gradi, nemmeno per un attimo: che delusione!

In compenso Finardi, una fila sotto alla mia, dimostrerà durante il concerto la voglia di rapire una testimonianza video, anche lui catturato da un sound poderoso.

Il concerto inizia con I Can’t Explain e l’occhio e l’orecchio si focalizzano sui due uomini “antichi”: Pete difficilmente delude, ma mi incuriosisce lo stato vocale di Roger Daltrey, anche perché  mi resta difficile rimuovere quanto accaduto Verona nel 2007, quando toccò a Townshend prendere in mano le redini del gioco e portare a casa il risultato. Ma Daltrey, a dispetto di quanto si vociferava, si scioglie col passare dei minuti, e alla fine la sua performance – fatta anche di cura dell’aspetto scenico e microfono al cielo, of course – sarà più che dignitosa e in linea con il “Tommy” del passato.

Crediti Foto © ELENA DI VINCENZO
Crediti Foto © ELENA DI VINCENZO

Pete è scatenato e abusa di mulinello, per la felicità dell’audience, ma è davvero un guitar hero, capace di momenti solistici eccelsi e di parti ritmiche uniche.

La musica degli Who è in gran parte la SUA musica!

Il fratellino Simon fa la sua bella parte – anche vocale – mentre Zak e Pino Palladino dimostrano ancora una volta tecnica e senso della misura, ma d’altro canto per suonare in un gruppo del genere occorre essere super, da ogni punto di vista. E baciati dalla fortuna.

Non c’è Jonh “The Rabbit” Bundrick, il collaboratore di sempre, perennemente defilato, ma chi lo sostituisce svolge il compito in maniera impeccabile.

Passano i brani storici, uno dopo l’altro, toccando opere come Tommy e Quadrophenia, pezzi simbolo come My Generation e The Kids Are Alright, sino ad arrivare all’apoteosi che tutti aspettano, quella che conduce a Baba O’Riley (video che propongo a seguire, non di grande qualità, ma perfetto per raccontare il mood in gioco) e alla conclusiva Won’t Get Fooled Again, brano in cui Pete Townshend, nel tentativo di azione acrobatica, si ritrova a terra, supino, con la chitarra sulla pancia.

Poco male, tutto fa spettacolo e tutto fa godere, in questa giornata per me memorabile. Ma non solo per me!

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Non è mancata una bella nota organizzativa, quella che ha ricordato a tutti che esiste una parte d’Italia che è appena stata colpita da eventi tragici, che è bene avere chiari nella mente, nonostante il momento gioioso.

Se la musica che amiamo ha un forte potere curativo, capace di anestetizzarci per i 120 minuti di un concerto, quella degli Who può fare molto meglio (almeno questa è la mia esperienza) e a volte la felicità da evento è anticipata dall’attesa e si prolunga nel post concerto, e quei brividi che spesso colpiscono alcune parti del corpo sono una efficace medicina, di breve durata, certo, ma un vero ausilio che permette di accantonare  per un momento i disagi che ci colpiscono nel quotidiano.

Avevo nove anni quando ascoltai per la prima volta Substitute (in questa occasione “dimenticata”), e sono esattamente cinquantuno anni che la musica dei The Who (ora l’articolo davanti ci vuole!) mi accompagna: il Back To The Who Tour 51! mi appartiene di diritto!

E mi sento anche io dentro alla storia!

 

[youtube id=”u1u94l_Tx5o&feature=youtu.be”]


SET LIST “
Back To The Who Tour 51″, Assago:

1.I Can’t Explain
2.The Seeker
3.Who Are You
4.The Kids Are Alright
5.I Can See For Miles
6.My generation
7.Behind Blue Eyes
8.Bargain
9.Join Together
10.You Better You Bet
11.5:15
12.I’m One
13.The Rock
14.Love, Reign O’er Me
15.Amazing Journey
16.Acid Queen
17.Pinball Wizard
18.See me feel me
19.Baba O’Riley
20.Won’t Get Fooled Again

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