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Bruce Springsteen canta la speranza per l’Italia – “My City of Ruins” per i Terremotati

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di Tiziana Pavone

Bruce Springsteen, the Boss scrisse un tempo una canzone. Questa canzone venne incisa sull’ultima traccia del concept album “The Rising”, uscito nel 2002.

In queste ore di aggiornamenti mediatici sul terremoto che ha colpito nuovamente l’Umbria, si  riparla di lei perchè Springsteen l’ha cantata l’altra sera nel New Jersey pensando alla popolazione italiana. E non è la prima volta che lo fa: la cantò  nel 2009 dedicandola agli aquilani. Lui, che al polo universitario de L’Aquila, mise piede portando il suo diciottesimo disco, “High Hopes, News Town” per dibattere sulla letteratura americana.

Stiamo parlando del brano My City of Ruins, canzone nata nel dicembre del 2000 dalle ceneri della desertificazione di fine secolo, che ha visto fare razzia di umanità e di centenari. Di origine italiana per parte materna, Bruce, icona del rock nell’anima e nel cuore, e voce tra le più influenti in America, non solo nel mondo della cultura, ma anche nella vita politica, questa volta ha speso parole da lontano, col cuore vicino. La scelta di cantare My City of Ruins è stata determinata dalla lettura di un cartello mostratogli da basso il palco da un fan abruzzese, presente al concerto tra migliaia di fans. E dalla presenza tra il pubblico di sua madre, Adele Ann Zerilli.

Crediti Foto Giovanni Cozzani
Il fan, Giovanni Cozzani, un architetto che si è trasferito a New York per uno stage, come lui stesso spiega a FMD prima di parlare del suo incontro speciale.

“Sono un architetto di Roma, mi sono laureato in Italia e ora vivo a New York, per seguire un master in architettura. Mi sono trasferito pochi mesi fa, pensavo di seguire Springsteen anche nei concerti italiani, ma per via del trasferimento ho venduto i biglietti per comprare quello del concerto dell’altro ieri qui in New Jersey (lo stadio si trova vicino a New York). Ero tornato per le vacanze 10 giorni in italia, e il mio volo per tornare a New York era proprio la mattina del sisma. Da casa mia a Roma ho sentito distintamente la scossa. Mentre andavo in aeroporto ho letto delle notizie, e ho saputo anche di amici stretti che avevano casa ad Amatrice, e che ora sono completamente distrutte (per fortuna nessuno era all’interno quel giorno, per cui non si è fatto male nessuno). Durante il volo, dopo aver letto appelli per donare il sangue, vestiti, coperte, o comunque per supportare le popolazioni colpite, mi sono chiesto come potevo contribuire anche in minima parte, e mi è venuta in mente l’idea del cartello. Io sono un fan di Springsteen da anni, questo è stato il mio settimo concerto, e non avevo mai preparato una “request” per il boss (come fanno invece moltissimi fan come me che cercano sempre di stare nelle prime file). La mattina seguente ho preso un pezzo di cartone e un pennarello e sono andato al concerto con la mia ragazza (appena arrivata anche lei dall’Italia, ma in vacanza per venirmi a trovare). Mentre facevamo le infinite file e attese che sono necessarie per avere accesso alle prime file ho realizzato la scritta sul cartello. Devo dire che tutti gli americani incontrati, quasi tutti del New Jersey, sono stati di grande supporto anche e soprattutto quando è arrivato il momento di fare arrivare al Boss il cartello. Dopo 7 canzoni fatte tutte di un fiato, il Boss si è avvicinato al pubblico per raccogliere le request dei fan (come fa per ogni concerto), e appena ha visto la mia ha subito detto “Give me that one from Italy“. Subito dopo è partita la bellissima dedica e quindi la canzone. E’ stata una emozione incredibile, ci speravo davvero. Alla fine sono molto contento perchè penso che le persone che stanno soffrendo in questo momento a causa del sisma, possono trovare un minimo di sollievo nel fatto che dall’altra parte del mondo ci sono state centomila americani che hanno cantato tutte insieme per loro

Di cosa parla la canzone, così attuale? Proviamo a guardarla dalla luna.

Di quella vita difficile nata ai bordi di periferia non vi è descrizione. Nel testo esiste il divenire, il passaggio da un precedente stato di serenità, a uno di sconforto. Che ci è accaduto crescendo. O trapassando i secoli. Con l’arrivo del 2000 il secolo breve cede il passo alla globale incertezza del mondo liquido, bevuto in fretta. Ora che tutto è possibile, anche tatuarsi per diventare uguali, non c’è solo il degrado dei ceti poveri, ma anche l’attentato al ceto medio. Diventiamo uguali al ribasso. Mentre la moneta unica spicca il volo. Credevamo forse che di catastrofi universali non avremmo mai più sentito parlare? Sbagliato. Mai come ora viviamo tra le rovine. Come ratti di fogna adattati a discariche tossiche. Tutto ereditato dal secolo delle grandi scoperte geniali, il ‘900. Un secolo che ha consumato tutto ciò che poteva, per auto estinguersi. Lo scopo di questo testo parrebbe essere quello di chiedere un riscatto al futuro. Come singola persona e come collettività.

Come storia a due e come storia di gruppo. Ma è possibile chiedere un riscatto, se abbiamo perduto identità di gruppo, identità individuale e soprattutto, futuro?

Nel testo di Springsteen questi dubbi non vengono presi in considerazione. Davvero. Sembra dire “non importa”. Le cose accadono. E anche se non c’è un motivo, ciò che possiamo fare è aggrapparci alla grande speranza della fede. Solo così si puo’ vivere,  e piuttosto che stare a sopravvivere dobbiamo rialzarci dopo una brutta caduta.

 Crediti Foto ANSA/CLAUDIO PERI

Crediti Foto ANSA/CLAUDIO PERI

Una struttura lenta, pensante. Come il ritmo di un sogno da tramutare in realtà. Forse quando Bruce la scrisse pensò a come sarebbe stato un futuro surreale per Desolation Road di Bob Dylan. O forse pensava al Dio delle Saette cadente sugli uomini scudo. In molti giurano che lui invece pensò al volto duro della periferia americana, la sua, che ti butta in faccia il disagio sociale: il testo era già nel cassetto prima dell’11 settembre 2001. Come già ricordato, almeno da dicembre 2000.

Comunque siano andate le cose, di certo Bruce non poteva sospettare fin da allora che gli scenari del degrado si sarebbero infittiti, aiutati da guerre di precisione chirurgica. E da  lancieri di notizie, dirottabili come aerei. La sua è stata lungimiranza?

Così, questa ninna nanna, che forse era stata antidoto di una resa alla vita immutabile suburbana, ingrandisce la scena come se fosse su un drone. E come un mutante posa le ali della preghiera sul deserto che tocca ogni livello della società. Un deserto di anime corrotte ancora fumanti. Un deserto di sentimenti. Perchè è da questo scenario che dobbiamo scamparla, oggi. Da guerre interne alle nazioni, non più ideologiche o metropolitane, ma guerre mediatiche contro tutti. Scappiamo da guerre ancora più interne, quelle con noi stessi. Dobbiamo scappare un po’ ovunque sapendoci disperdere ancora  forti: viviamo da sani, calati in una società malata. La scalata verticale è impraticabile. Si sale a fatica e si vien giù in un attimo, in caduta libera. Privi di “identità da lavoro”, ma riconoscibili dall’ impronta digitale. Prima di ora la tua identità te la dava il tuo lavoro a vita. E adesso quante identità abbiamo? Tante quanti sono i lavori, che dobbiamo scambiarci come figurine. Oggi chiudi la bottega tu che apro io. Domani chiudo tutto e scappo via. Magari io vengo a fare il tuo lavoro. Visto che tu stai facendo il mio.

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Bisogna essere tanti, soprattutto uguali. Proprio mentre nascono nuovi riscatti di antiche lobby. Per la psicologia dei salotti culturali, prima che lei finisse in fascicoli da collezione, questo era un concetto positivo. Jung lo tradusse con due parole: coscienza collettiva. Era una gran bella roba. Ma noi incoscienti ci siamo allontanati anni luce dalla coscienza. Condividiamo il caos dell’informazione, troppa, che oscilla tra censura e mercato nero. Quante vite ci occorrerebbero se dovessimo leggere tutte le brevi del mondo? Non importa. Noi siamo la generazione che dal titolo capisce già dove si va a parare. Siamo tuttologi stracotti e sfiniti. Ognuno può descrivere il proprio urlo e anche leggerselo in santa pace. Così nelle statistiche sbilanciate, tra lettori e scrittori si va in pari. Destinati a non capire che senza torre di Babele siamo tutti troppo uguali. Noi riusciamo a decontestualizzare. Come se l’arricchito fosse uguale all’impoverito. Come se tu fossi me. Sui social del resto mica ti chiedono di trovare le differenze come farebbero sulla settimana enigmistica. Gli aggiornamenti perpetui stanno chiusi in televisione: sciolti tra parapsicologia e gossip di criminologia. Si interagisce con gli assassini. La fila del circo è lunga e si entra uno alla volta. Per odiarsi. Davanti a un giudice puoi diventare eroe o antieroe. Spesso è una sola persona, a finire in cella e a scrivere libri. Senza meriti. Dando il via alla catena disumana di emulatori accaniti, armati fino alla gola (il pubblico è tanto. Magari in fila a cantare che uno su mille ce la fa, a essere figlio di Totò Riina). E’ così che si forgia il carattere della popolazione. Ne basta uno.

Ma il Boss sapeva di tutto questo, quando scrisse la canzone del funerale ecoinsostenibile?

O pensava solo alla perdita di una donna, di un amore? Questo ultimo dubbio si dipana, dal momento che nella canzone la donna della vita sta nella terza strofa e solo dopo altri accidenti.

Questa potrebbe essere la storia di un caso di morte fisica collettiva. Per sopraggiunta catastrofe naturale. A confermarlo ci sono le premesse.
Leggere per credere.

Crediti Foto Giovanni Cozzani
Crediti Foto Giovanni Cozzani

LA MIA CITTÀ DI ROVINE

C’è un cerchio rosso sangue
sulla fredda terra scura
e la pioggia cade
la porta della chiesa
è spalancata
sento il canto dell’organo
ma i fedeli non ci sono più
la mia città di rovine
la mia città di rovine

E le dolci campane
della misericordia
si diffondono fra gli
alberi della sera
i ragazzi all’angolo
come foglie disperse
le finestre sbarrate
le strade vuote
mentre il mio fratello
cade in ginocchio
la mia città di rovine
la mia città di rovine

Avanti, alzati!
Avanti, alzatevi!
Avanti, alzati!
Avanti, alzatevi!
Avanti, alzati!
Avanti, alzatevi!

Ci sono lacrime adesso sul cuscino
dove dormivamo, cara
ti sei portata il mio cuore
quando sei andata via
senza il tuo dolce bacio
la mia anima è
sperduta, amica mia
dimmi, come faccio a
ricominciare?
la mia città è in rovina
la mia città è in rovina

E con queste mani
con queste mani,
io prego Signore
con queste mani
con queste mani
prego di avere la forza,
Signore
con queste mani,
con queste mani
prego di avere la fede,
Signore
preghiamo per il
tuo amore, Signore
preghiamo per i perduti,
Signore
preghiamo per questo mondo,
Signore
preghiamo di avere
la forza, Signore
preghiamo di avere
la fede, Signore Avanti,
avanti,
avanti, alzati!
avanti, alzatevi!

(tratto dal libretto del cd italiano)

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