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La musica è un lavoro – #difendilamusica

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di Stefano De Maco

Credo e rispetto il lavoro. Il mio e degli altri. Nella musica come nella vita quotidiana. Credo che la Musica sia un lavoro, nel senso più nobile del termine. Che non si esaurisce nei pochi minuti di un brano o nelle note di un live.

Come ho già scritto, è un lavoro continuo, da artigiano.

La notizia che vorrei commentare oggi arriva  da  MusicBusinessWorldwide, testata giornalistica online che si occupa a 360 gradi del Business legato alla discografia e l’attività musicale. Tim Hingam, autore dell’articolo riporta che un gruppo nutrito di Big della Musica americana ha preso in mano la penna non per scrivere un ennesimo brano “For-Something”, bensì per contrastare la prassi consolidata di utilizzare gratuitamente contenuti musicali (brani ufficiali) su Youtube senza riconoscerne i dovuti Diritti. Un passo decisivo per ridimensionare il Digital Millennium Copyright Act, che nei suoi risvolti legali permette un ombrello di elusioni a favore dei colosso di Google.

Con la connettività orizzontale che Internet fornisce, la visibilità e la diffusione diventa una moneta a due facce, il problema dei contenuti e del collecting dei relativi diritti è un risvolto sempre più grave, visto che da un lato dà accesso a una ricchezza di risorse pressochè infinite, ma dall’altro invece depaupera in maniera sistematica e barbarica, creando un grosso problema etico, morale ed economico. Avete presente le polemiche che più di dieci anni fa sollevò il caso Napster? Ecco, adesso è dieci volte tanto.

Cosa vogliono queste Star? Solamente più soldi? Non credo proprio.

Semplicemente chiedono che Youtube si adegui alle norme legali per la distribuzione di materiale coperto da copyright, e se necessario riscrivere tali norme allo scopo.

YT guadagna in maniera vertiginosa con le inserzioni pubblicitarie che piazza prima o durante i video. Nulla da eccepire. Ci mancherebbe. La questione non è quanto “guadagna” ma se lo fa lecitamente o sfruttando illecitamente materiale  coperto da Copyright.

Sì è vero, nelle clausole di pubblicazione viene chiaramente indicata l’assunzione di responsabilità per chi pubblica, ma a conti fatti sembra più un lavaggio di mani pilatesco. Soundcloud ad esempio è molto più severa a riguardo.

Le royalties che poi YT gira ai diretti interessati, ai reali detentori dei Diritti,  sono irrisorie, nell’ordine di centesimi o millesimi di euro per click. Meno di iTunes, meno di Spotify. E su che base fa questi conteggi?

Alcuni artisti e produttori potrebbero esserne felici, molta promozione, zero spese di marketing. Prima o poi ci faranno pure un premio da dare in TV…Una vittoria di Pirro, però.

E il resto del mondo?

Cosa succede se posso  scaricare gratuitamente un prodotto musicale frutto del lavoro di molte persone, dall’artista, al fonico, all’autore fino alla segretaria della discografica? Cosa significa per i milioni di persone, che lavorano ogni giorno come artigiani della nota?

Che si taglia alla base il fusto di una pianta, con una ricaduta negativa inesorabile sul mondo del lavoro e la ricchezza che può generare e soprattutto sulla produzione di cultura. Ah, dimenticavo, la Musica è “anche” un valore culturale, è Cultura nella sua accezione più ampia. Ce lo siamo dimenticati?

A nessuno verrebbe in mente di andare al supermercato e bypassare le casse col carrello pieno. Nessun idraulico verrebbe a farci un lavoro se gli dicessimo, “se mi trovo bene, poi la seconda volta ti pago”. Eppure il caso contrario succede molto spesso nella musica.

Insomma nessun scambio di beni, nessuna transazione economica segue questa logica.

Con la Musica invece, pare di sì..

Poi se abbiamo un Ministro della Cultura che invece di difendere il valore culturale e professionale del settore, “bonariamente” chiede ai musicisti di suonare gratuitamente per la Festa della Musica…

Come se già non accadesse di norma…

Anche questo è un sintomo del poco (quasi zero) rispetto del lavoro del Musicista!

Quindi perché un gruppo sempre più numeroso di Artisti americani senza problemi economici né di risonanza mediatica, ha preso questa iniziativa? Chi glielo fa fare di invischiarsi in un’azione simile e magari inimicarsi un colosso come Google? (E poi domani chissà chi altri?)

Pubblicità? Nahh…

Penso piuttosto che a spingerli sia una visione ampia e profonda della questione, etica oltre che economica.

Perché forse sono abituati a rispettare il proprio lavoro e quello dei propri collaboratori. Ogni figura professionale ha il suo spazio, il suo merito. Non a caso per un musicista straniero è richiesto un regolare permesso di lavoro per suonare nelle tournée in USA, con un versamento di contributi a favore del sindacato locale.

Anche da noi succede così vero?…

Perché YT e soci si possono arricchire gratis con contenuti per i quali non ha investito nemmeno un millesimo?

Rifletto: visto che non si può fermare questo trend, perché non obbligare questi colossi a devolvere una consistente fetta degli introiti generati da questo sfruttamento in investimenti nell’industria di settore? Oltre ai diritti spettanti, a prescindere. Così come avviene  per le tasse, che vengono raccolte e poi (in teoria) ridistribuite alla comunità, tutti i soggetti che  maturano profitti da contenuti cui non hanno contribuito in alcun modo, dovrebbero restituire una parte del ricavo a titolo di investimento.

Altrimenti è come entrare in un campo coltivato, arato, innaffiato dal contadino e portargli via tutta la frutta e gli ortaggi senza lasciare nulla in cambio.  O entrare nella bottega dell’artigiano ricoprendolo di complimenti e portando via i suoi manufatti solo con un sorriso.

Perché questa logica lapalissiana per la Musica diventa inconcepibile? #difendilamusica

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