Home "Il Tasso del Miele" di Michele Monina A volte nevica in aprile

A volte nevica in aprile

1981
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di Michele Monina

Ricordo perfettamente quando la mia vita è entrata in collisione con la musica di Prince. Intendo davvero, non solo così, casualmente, alla radio in tv. Ho sempre fatto i miei incontri importanti attraverso amici schivi, che mi hanno passato, manco fossero pusher, dischi, perché all’epoca la musica viaggiava in vinile, che mi hanno cambiato la vita.

Prince me l’ha fatto conoscere, davvero, Emanuele, un ragazzo che parlava pochissimo, coi capelli perennemente tirati indietro da uno strato pesante di gel. Mi invitò a casa sua e mi consegnò con fare solenne una decina di vinili. Senza, ricordo, aggiungere altro. Li portai a casa, li appoggiai sul piatto e me ne innamorai follemente. Era la metà degli anni Ottanta, e Prince era già Prince. Ma io ero un ragazzino, e per me la musica passava solo dalla televisione o dalle radio, per cui di Prince conoscevo, forse, solo qualche singolo di successo. Me ne innamorai follemente. Perché era qualcosa di totalmente diverso. O meglio, era tutto. Rock, pop, soul, funky. Generi che ancora faticavo a inquadrare, magari, ma che mischiati tra loro, attraverso il genio di Prince, diventavano musica speciale, unica.

Da quel momento, grazie anche alla generosità con cui dispensava album con cadenza annua, ogni volta che usciva un suo album correvo a comprarlo, con l’attesa che, all’epoca, accompagnava questi eventi. L’uscita di un nuovo album di Prince. C’era la curiosità di sapere dove avrebbe spostato l’asticella della musica, e quindi di capire, con buone probabilità, dove la musica sarebbe andata negli anni a venire. Questo, ovviamente, all’epoca non lo comprendevo. Cioè, capivo che i suoi lavori non erano come tutti gli altri, ma non ne capivo la portata, non decifravo il miracolo che trovava spazio nei suoi album. Capivo invece, da ragazzo di provincia, come lui affrontasse la diversità, l’ambiguità, come si divertisse a giocare coi canoni anche estetici, ovviamente senza io riuscire a chiamarli così, per mischiarli, esattamente come faceva con le note e i suoni.

Prince era diverso da tutti gli altri. Io, senza la sua genialità, ero diverso da tutti gli altri. Prince non era uno di noi, ma mi faceva capire che si poteva essere qualcosa d’altro rispetto a quello che ci si sarebbe aspettati da noi, aspirare all’altrove.

Poi c’è stato di tutto. Sign o’ the Times. Parade. Graffiti Bridge che ho comprato a Parigi, durante il mio primo viaggio all’estero con quella che poi sarebbe diventata mia moglie e la madre dei miei quattro figli. Graffiti Bridge. Lì dentro c’è una delle mie canzoni di Prince preferite, Still Would Stand All Time, che ho scelto come brano per chiudere la cerimonia del mio matrimonio con Marina, cantato in chiesa da alcune nostre amiche e accompagnate all’organo da mio cognato. Non credo ci sia mai stato, in vita mia, un momento senza la sua musica, anche quando la sua stella poteva sembrare appannata, quando il suo modo di lottare contro il sistema sembrava aver preso il sopravvento sulle note. E del resto, anche quel suo lottare contro i mulini a vento, si sarà notato, è finito dentro la mia vita, lasciando un segno profondo.

La musica è sempre stata parte importante della mia vita. La musica di Prince in modo particolare. Quando nel 1997, arrivato a Milano, ho smesso di suonare, perché avevo deciso che la musica avrebbe preso posto nelle mie parole, l’ultima canzone che ho suonato in pubblico è stata The Cross, ballata mistica per voce e chitarra. Quando poi, nel 2000, è uscito il mio romanzo più musicale di sempre, Anime a losanghe, l’ho fatto chiudere con una citazione di Prince, e così non poteva che essere.

Mi capitò, a metà degli anni zero, quando scrivere di musica era in effetti diventato il mio mestiere, l’opportunità di andare a Minneapolis per incontrarlo. Per Panorama. Ma rifiutai. Perché, credevo allora come oggi, i miti vanno visti da lontano. Minneapolis. Città strana, dove sono nati anche altri tre miei miti personali, gli Husker Du. Musica assai distante da quella di Prince, perché a me, come a lui, come a molti di noi, questa faccenda degli steccati e dei generi non è mai andata giù. Minneapolis non l’ho mai vista, come non ho mai incontrato Prince, che però ho visto in concerto. Non ne sono pentito, perché la sua musica mi arrivava e mi arriva forte e chiara.

Adesso il folletto se n’è andato. Lasciandoci una eredità immensa e la consapevolezza che, fosse nato venti anni fa e non quasi sessanta, probabilmente non ne avremmo mai sentito parlare, perché la discografia, quella stessa discografia che ha a lungo combattuto, lo avrebbe ignorato e costretto a diventare altro da sé.

Questo 2016 si sta portando via pezzi importanti della nostra vita di amanti della musica. Io che di parole ci vivo vorrei averne per aiutarmi e aiutarvi a trovare un senso a tutto ciò. Ma non ci riesco. Sometimes it snows in april, sometimes I feel so sad.

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