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Nati schiavi

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di Alberto Salerno

Quando mai è stata libera di muoversi come voleva la discografia italiana?

Da quando io ci lavoro, più o meno 45 anni, non ricordo momenti in cui le allora case discografiche italiane non fossero prede di qualche potere, a cominciare dalla censura radiofonica della Rai, dagli stessi dirigenti della Rai, da Gianni Ravera che gestiva autonomamente il Festival di Sanremo, alternato ogni tanto da Ezio Radaelli, patron del Cantagiro, forse una volta da Vittorio Salvetti, re dell’estate con il Festivalbar.

Per qualche arcano motivo, dunque, i discografici italiani sono sempre stati sottomessi a qualche potere, e con quello dovevano trattare, ma sempre da perdenti, raramente alla pari.

Poi, con l’avvento delle radio pirata, diventate poi radio libere, hanno creduto ingenuamente di potersi liberare della Rai, ma solo per gettarsi allegramente dalla padella nella brace, al punto da diventare altrettanto perdenti e ossequiosi anche nei confronti di queste ultime.

Personalmente, tanto per fare un esempio, mi ricordo di cosa accadde con Radio Deejay quando con la BMG gli portammo “MI piace” di Leandro Barsotti, ovviamente fu bocciato. Ma quando soltanto un mese dopo “Mi piace” era diventato un successo, ecco che Radio Deejay richiamò per dire alla BMG di rimandargli il disco che lo avrebbero passato. Fosse stato per me li avrei mandati a cagare, così almeno lo avrebbero dovuto comprare il disco. Invece ecco che la BMG non ci pensò neppure un momento, e in giornata il disco di Barsotti era già sulla scrivania del direttore artistico della radio. Questo non è forse schiavitù?

Ma i veri padroni si sono succeduti senza requie. Dopo Ravera è arrivato Pippo Baudo, che decideva perfino di fare cambiare l’arrangiamento di un pezzo, e tutti zitti, con la testa china.
Poi c’è stato Fabio Fazio, e poi Gianni Morandi, e adesso Carlo Conti. Tutti padroni e decisionisti a fare dei festival secondo i loro gusti.

Siamo arrivati al punto che gli artisti sanno di esserci da una diretta televisiva, costretti a fare la comunicazione sui social per ringraziare. Ecco, questa è ed è sempre stata la discografia italiana. Non ha mai contato nulla, se non in qualche occasione che ovviamente non fa la regola, e comunque relativa a grandi ospiti stranieri, grazie ai quali poteva magari trattare un giovane in più nella kermesse sanremese.

Naturalmente, non ho parlato del potere che esercitavano in radio Renzo Arbore e Gianni Boncompagni, la fatica che si faceva per entrare nella playlist di Supersonic o avere un passaggio a Disco Ring.
Schiavi, mai padroni, i discografici italiani, da sempre.

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