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LEDA BERTE’ e l’Eredità

Dallo show a La Vita in Diretta per raccontare il dopo Mia.

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di Tiziana Pavone

LO SHOW – Buon compleanno Mimì
Grande successo ieri sera per la terza edizione dello spettacolo tributo “Buon compleanno Mimì”.

Una serata milanese organizzata dall’Associazione Culturale Minuetto-Onlus Mimì Sarà, e da Leda Bertè (coautrice insieme a Gianna Volpi, di un film in fase di sviluppo su Mia Martini), su ideazione del Presidente Vincenzo Adriani, coadiuvato alla direzione artistica da Giancarlo Del Duca, per festeggiare l’anniversario di compleanno di Mia Martini.

La carrellata di artisti già passati sul palco è lunga: Roberto Vecchioni, Teo Teocoli, Mario Lavezzi, Fabrizio Moro, Niccolò Agliardi, Paola Iezzi, Antonio Maggio, Manuel Foresta, Mimmo Cavallo, Sagi Rei nel 2013. Alex Britti, Anna Tatangelo, Annalisa Scarrone, Laura Bono, Loredana Errore, Manuel Foresta, Marco Carta, Michele Bravi, Renzo Rubino nel 2014. Avantieri al Teatro Nuovo è stata la volta di Marco Masini, Chiara Galiazzo, Ivana Spagna, Loredana Errore, Dolcenera, Simona Molinari, La Differenza, Amara, Giovanni Caccamo, Carola Campagna e Chiara Lo Iacovo, ex concorrenti del talent The Voice 2015, e gli emergenti Marco Legnani, Filippo Gimignano, Stefania Mancuso e Clara Aceti, (Premio Mimì Sarà).

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E mentre gli artisti si passavano il microfono per ricordare qualcosa di lei, io pensavo che di Mia ho sempre guardato l’anima. Di quanto lei riuscisse a farla uscire dalla voce. Deve esserle piaciuto farsi immortalare come musa ispiratrice, finire dentro le canzoni degli altri; prendere al contempo la misura della propria altezza, per vestire di anima le poesie dei giganti. Grazie ad autori attenti, Mia ha avuto una strada coerente da percorrere. Ma ha dovuto cucire l’abito tutto da sé. A volte coi pugni e le botte.
Non deve essere stato facile farsi guardare da interprete, senza un costume teatrale. A lavare coscienze fuori dal palco scippato.

Mi è sempre mancata la testimonianza diretta di chi ha vissuto con lei. Avrei voluto percepire ogni sua mossa, ogni suo istante, quel vulcano dentro, e l’urgenza di farlo esplodere. Con la consapevolezza che la gente prima si odia e poi si ama. E’ stata una sfortuna, averla persa, il giorno che è morta la prima volta. Quando ha fatto scelte estreme, ritiri di silenzio in luoghi solitari e mistici, di campagna, per esempio in Umbria.

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Divora, la gigantesca ignoranza di chi ha in mano il tuo successo. Lei si che ha pagato la strada che ha percorso.
Lei ha cantato. Ha smesso. E’ tornata. Con un credo tipico dei grandi. Artisti, che non si piegano neppure se forgiati da un mondo sordo. E’ forse questo che si vede di Mia Martini, sulle foto. Mai un sorriso tanto per. Mai una maschera. Mai una messa in posa banale.

E allora capisco che lei avrebbe potuto fare qualsiasi cosa. Era luce, era consapevolezza piena. Era fascino. Era carisma. L’arte, se ce l’hai, ti impone priorità imprescindibili. Non la puoi portare via con te. E così, ogni respiro che Mia Martini ha voluto regalare ha avuto un peso specifico dentro l’anima collettiva. Sarà stata la sua storia di forte donna, la sua magia di fragile bambina a renderla immortale. O quella storia che “gli uomini non cambiano”, e si ripropongono in ogni fase della vita, al cospetto dell’universo femminile. Universo che assorbe il male, restituisce amore e non diventa mai patrimonio dell’ Umanità (“Io porto i segni del suo dolore e lui respira sopra al ritmo del mio cuore. Quante Volte”). “Sarà la musica che gira intorno”. Non lo so. Ma avantieri il Teatro Nuovo era così diverso. Privo di tensione. La carrellata di canzoni in suo onore teneva basso il volume. Era il bisogno di inchinarsi.


IL FESTIVAL DI SANREMO E IL PECCATO

Dopo il lungo silenzio, Mia tornò alla ribalta e partecipò al Festival di Sanremo per più di una volta. Era radiante. Stava risalendo dal buio del dimenticatoio. La tensione di gareggiare per vincere è devastante e lascia brutti segni. Io me la ricordo, la sofferenza di Mimì. Era l’anno in cui vinse a sorpresa Luca Barbarossa, con Portami a Ballare. Nel 1992 una canzone dedicata alla mamma vinse su Gli Uomini Non Cambiano.

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Mi ricordo anche di un’altra tensione. Più grave. Imperdonabile. Mi pesa pescare dalla roulette, sotto la voce superstizione. Ma il suo nome si è schiantato lì. Sopra a penne di ferro alte come pali, che hanno scritto invano.

La mia testimonianza arriva dalla sala stampa. Vi racconto il contesto dell’epoca.
All’epoca, gli artisti raggiungevano i giornalisti anche di sera, durante la diretta del Festival, nella sala stampa dei vizi mortali. Era una piccola sala da cinema trasformata per l’occasione, mezza buia, puzzava di sigarette fumanti. Si guardava il Festival tutti insieme. A fine settimana ci si arrivava forse odiandosi anche un po’. Il vincitore avrebbe potuto essere chiunque. Ci si scrutava, si ammiccava, ci si studiava. Quelli più arrabbiati li escludevi a priori. Come minimo avevano visto un contratto rescisso. Oltre a un rapporto di amore odio, c’era un dare avere. Pareva il mercatino delle pulci al gran galà del vitello grasso.

Gli artisti avevano un’alta considerazione dei commenti gratuiti che arrivavano dai giornalisti famosi. Erano molto sensibili, ai giudizi e ai voti veri (quelli sussurrati a voce). Al piano di sopra nessuno sospettava niente. C’era il teatro per la televisione. Il pubblico pagante. Nessun red carpet, ma uguale ostentazione del lusso. Direi che il Teatro Ariston di oggi è rimasto uguale. Tranne che per la sala stampa, finita dall’inferno dei sotterranei al paradiso dell’ultimo piano. Se non fosse per tutti quei pass colorati, moltiplicati come pane e pesci. Adesso è proibito, incontrarsi in teatro, se non fai parte della stessa categoria di persone. E la vita da Festival si svolge tutta in altri luoghi. Sempre a caccia di Papaveri e Papere.

Non c’era un bar, nei vecchi sotterranei dell’Ariston. C’erano solo scale da scendere. Qualcuno le aveva anche contate. Erano davvero troppe.
E all’idea di risalirle per un caffè doppio, ti prendeva l’ansia. Stipati per quindici ore di fila là sotto, a domandare per scrivere. A parlar di canzoni e scommesse di segreti e biografie. Altro che luci e paillettes. Dovevi fare una selezione naturale di tutti i mercanti, e scegliere con chi conversare. Le voci di corridoio offuscavano commenti più importanti e umori lontani. Chiudevi e aprivi le tue orecchie, due valvole impazzite. Dovevi essere informato, stare sul pezzo, soprattutto sul posto. Intuire il vincitore. Tutto dipendeva dalla tua rosa di contatti e dal rapporto di fiducia. L’ultima spiaggia era di pescare dalla memoria dell’anno prima.

Non c’era l’informazione della rete. Non c’era internet, per trasmettere articoli alla redazione. Chi parlava, stava prendendo notizie. Chi scriveva, le aveva già prese. Non c’era mai silenzio, insomma. Bisognava sopportare il rumore del vicino, delle sue battute, picchiettate con forza sui tasti della macchina da scrivere. E trovare lo stesso, ispirazione per un incipit.
Ogni tanto qualcuno finiva il pezzo e correva come il vincitore. Verso il centralino. Per dettare alla redazione anche la punteggiatura. Non era mai troppo gentile, farlo davanti a grumi di giornalisti che non avevano ancora smesso di scrivere. Questa era la nostra resistenza.

Dopo le sedie e i banchi c’era un palco molto piccolo. Di lì ci passavano tutti. Era il luogo delle conferenze stampa ufficiali. I più furbi l’intervista se la facevano prima, con appuntamenti privati, esclusivi. A un certo punto volavano pure i flute, sul prelibato buffet sapor “discografica”. Per me si trattava di quel tipo di mangime tappabocche che di solito si offre ai giornalisti. Figuriamoci se potevo anche ungermi le mani! Mi dava alla nausea, quel tipo di buffet. Quasi come il mio panino schiacciato in borsa tra i pocket coffee. Era l’ostentazione dello spreco. E il simbolo di una mentalità precisa. In fondo, le facce, col passare degli anni erano sempre le stesse. Erano facce generazionali.

Gli unici che andavano e venivano erano i cavalli da corsa. Gli artisti. Ma allora andava di moda così. A chi dirlo? A nessuno: tutti brindavano abbondando. Io non perdevo nessuna conferenza, e quindi avevo da scrivere dall’alba al tramonto. Però fiutavo intorno. Ero una spugna di umori. E così quella volta fu l’unica che non disdegnai il banchetto di una casa discografica.

Quella volta …quando tutti si alzarono e andarono a bere. Come spine nel fianco.
Era ancora presto per sapere il nome del vincitore. Le case discografiche non te li facevano nemmeno toccare, se erano quelli da podio.

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Eccola. Era arrivato anche il suo turno.
Ce l’avevo a due metri, il grande angelo sceso tra di noi all’infernetto.
Quello doveva essere l’anno della sua consacrazione. Del suo ingresso nell’Olimpo dei grandi. Io non guardavo il tavolo della conferenza stampa. Studiavo i volti come se avessi dovuto farne un ritratto pittorico. Erano di donne, di uomini. Erano di manager, di accompagnatori. O di cantanti. Gente che non avrebbe nemmeno partecipato al Festival, se avesse saputo che c’era lei. La sala stampa, era piena di “assassini, pugnali e scommesse”. E tu non sapevi da chi doverti guardare le spalle. Nulla a che fare con l’arte di amare, Mimì.

Avevano finito di parlare del progetto Mia Martini. E ora si brindava. Per me cominciò la moviola. Mimì era sola, in piedi. Era un pesce fuor d’acqua. Stava ferma col suo flute in mano. Guardava muoversi le persone.
Sorrideva al suo dolore con sé stessa, tra i mercanti di spade.
Dove erano finiti tutti quanti? Nessuno era andato a brindare da lei? Esatto. Proprio così! Nessuno!
La sala infernale si fece di ghiaccio. E lei lo sciolse lo stesso. In quel momento annusai una devastante assenza di empatia. Pensai: la festa riesce solo se si mangia! Le persone faticano a capire per cosa festeggi. Non tutti gli artisti da podio sono inavvicinabili.

La festa non era per lei? Si, si. Certo.
Mandai al diavolo l’articolo, cambiai idea sul buffet tappabocche e saltai a due a due le scale sbranando intralci fatti di carne umana. A costo di inciampare, montai sul palchetto della festa, con in mano il mieloso flute traboccante. In quel momento avrei potuto bere anche veleno. Davanti ai suoi detrattori, scalpitando andai a brindare. Solo con lei, “la signora” Domenica Bertè, in arte Mia Martini. Si. Ero andata a prendermi un po’ di “sfiga” tutta per me.

Il mio più grande ricordo di Mimì sono i suoi occhi.
Ci guardammo negli occhi perforandoci le anime. Non potei fare altro. E mi vergognai, perché la mia azione fece notare ancora di più l’assenza statistica di altri occhi. Cento puntati sullo spumante. Nessuno su di lei.
Avrebbero mai potuto tali acculturate persone brindare con lei?

Naturalmente io non ero nessuno e la mia secca presa di distanza verso chi pratica superstizione non sortì effetto. Continuai a vedere giornalisti immuni: si mangiavano persino le parole, e piuttosto toccavano qualche oggetto di ferro prima di fare altre domande alla “signora”, senza nominare mai il suo nome.
Erano pochi, erano troppi? Non so. So che c’erano. E si vantavano. E questo era un fatto grave, nel mondo della cultura. Che avrebbe dovuto occuparsi di arte. E di chi ce l’ha.

Nessuno di loro avrà la gloria di Mimì.
Mia invece nell’immaginario collettivo è una icona della musica. Alla pari di Anna Magnani nel cinema. Non è bello paragonarle. Ogni grande stella brilla di luce propria. Lo so. Ma tutte e due queste grandi donne, a riguardarle, generano commozione alla massima potenza. Tranquilli.
Ci si nasce.

Foto Gallery della 3rza Edizione “Buon Compleanno Mimì” 2015 – Teatro Nuovo, Milano


L’EREDITA’ DEL GIORNO DOPO – MIMI’ SARA’

Avantieri al Teatro Nuovo di Milano non si è festeggiato solo un compleanno, a venti anni dalla scomparsa di Mia Martini. C’è un’altra eredità.

Il progetto è in divenire e vuole tutelare l’arte così tanto maltrattata nel nostro Paese. Lo spettacolo di ieri sera dunque è stato solo la punta dell’iceberg. Il primo parto.
Merito di chi ha ideato questa iniziativa perché l’ha amata. Merito di un pubblico che non ha mai dimenticato questa donna straordinaria. Merito dell’arte, che si manifesta nonostante gli uomini

Si. Esiste una eredità. E’ l’altra scuola di pensiero. Se ne è parlato ieri pomeriggio su RAI 1, a La Vita in Diretta in presenza della sorella maggiore della famiglia Bertè, Leda, che ricorda a tutto il pubblico che ieri si festeggiava anche il compleanno di Loredana Bertè.

Come recita il sito, “La musica in televisione instilla nelle coscienze la convinzione che la popolarità sia lo scopo, e la musica solo il mezzo per raggiungerla. La musica invece è un’arte dalle implicazioni profonde che, con l’emozione, non solo può colmare l’ego dell’artista ma, soprattutto, il vuoto esistenziale dell’ascoltatore.” Chi vuole bene all’arte non può che condividere questo concetto. Per questo il progetto della Scuola nominata a Mia Martini nasce da una motivazione importante, in controtendenza: “in molte scuole si commette l’errore di cercare di modificare e plasmare il talento naturale e personalissimo degli allievi, quando gli artisti degli anni ’60-’80 non hanno fatto altro che trasmettere la propria unicità”.

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La scuola permanente altamente qualificata, sarà un luogo di forte identità. Luogo che ospiterà anche un piccolo teatro per esibizioni, un centro di prima accoglienza con vitto e alloggio per musicisti e docenti famosi e non, laboratorio di incontro e confronto creativo e “La Casa” ossia 80 mq. per dare un posto letto a tutti i ragazzi che non hanno la possibilità economica di procurarsene uno in zona.

In omaggio a Mimì, fonte ispiratrice di tutto questo, nel progetto rientra anche un Museo permanente con l’esposizione di oggetti, scritti e abiti personali di Mimì. È previsto un centro di collocamento per casting dedicati a cinema, musica, danza, teatro, per la ricerca di musicisti, ballerini, coreografi, registi, attori, sceneggiatori.

E’ attiva una raccolta fondi sul portale Indiegogo per realizzare il progetto globale.
Il resto lo trovate passeggiando su internet, sul SITO minuettonlus.it

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