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Forse non lo sapevate – La sedia di lillà

Voto Autore

di ‪Gianfranco Giacomo D’Amato
La sedia di lillà di Alberto Fortis.

Ero adolescente quando le canzoni di Alberto Fortis erano la colonna sonora della vita degli adolescenti ed evidentemente per me lo sono state in modo particolare. I miti di quella età restano per tutta la vita e quando di recente l’ho finalmente incontrato, di adolescente avevo ormai una figlia.

Ma le cose non erano cambiate: incontravo comunque un mito. A poco servono l’età e una certa esperienza per motivi professionali: dominare le emozioni in questo caso non si può. E’ così e basta. Una delle mie bandiere musicali dell’adolescenza era un capolavoro, una poesia vestita con un melodia fantastica, un finale orchestrale da brividi: La sedia di lillà.  Si tratta del racconto amarissimo di un uomo che, costretto sulla sedia a rotelle (la sedia di lillà), parla della sua condizione con un amico che va a trovarlo. Ma non ce la fa più a sopportare il peso dell’esistenza e alla fine cede. L’immagine finale è una delle più indelebili lasciate dalla musica italiana:

Sono andato a casa sua, sono andato con i fiori. Mi hanno detto: adesso è uscito, adesso è andato a passeggiare. Ma io vedevo un’ombra appesa, la vedevo dondolare… non voleva stare sulla sedia di lillà”.

Quello che in pochissimi sanno è che l’uomo della sedia di lillà è esistito davvero e ha ispirato Alberto (che all’epoca era un ragazzo di vent’anni) nella composizione del testo: suo zio Ugo De Gasperis, zio materno. Figura maschile di riferimento più importante per Alberto dopo suo padre, Ugo era un uomo attivissimo. Velista, motociclista, inventore, imprenditore, persona dinamica con una sua genialità e con mille passioni. Alberto da bambino passa molto tempo con questo zio affascinante e sorprendente, divertendosi moltissimo. Dopo una vita di lavoro Ugo va in pensione e si ritira a Noli sulla riviera ligure. Un giorno prende una scala per raccogliere delle albicocche su un albero del suo giardino. E’ un attimo, come spesso accade per le sciagure. Perde l’equilibrio e cade. Rimanendo tetraplegico. E’ il secondo dramma della vita di Alberto che ha già perso la madre giovanissimo. A settant’anni Ugo era ancora attivissimo e da uomo che respirava la vita in quel modo si ritrova a poter muovere solo la testa per cercare di farsi capire. Non parla più, non si muove più. Ma la tempra fisica è forte, lo spirito ancora di più. Dopo alcuni mesi riprende a parlare e poi, dopo un periodo di rieducazione in Inghilterra, anche a muoversi un po’. Dopo qualche anno riesce addirittura ad alzarsi in piedi con l’aiuto delle stampelle. Va avanti in quella situazione ancora per vent’anni. Via via che ascoltavo questa storia dalla bocca di Alberto il mio stupore aumentava, perchè a differenza di quanto accadde in realtà nella vicenda dello zio Ugo, La sedia di lillà ha un finale tragico. Il protagonista si uccide…

Alberto mi ha raccontato che ha trasfigurato il finale rispetto alla realtà rendendolo più drammatico di quanto fosse, perché lo zio Ugo ogni tanto si lasciava andare, pregava che il signore lo portasse via. Non lo fece. Bene. Lo zio Ugo, dopo il fantastico racconto di Alberto, è diventato per me un esempio. Il simbolo della speranza, della forza, dell’ottimismo. In questi tempi difficili ce n’è un gran bisogno. Anzi, ce ne sarebbe bisogno sempre. Ugo De Gasperis è diventato dal quel racconto anche un po’ un mio parente. Alberto invece è rimasto un mito. Perché quella canzone è frutto del talento di un artista geniale, quelli che diventano per forza i miti degli adolescenti.

E perché i miti dell’adolescenza restano per tutta la vita…

 

Gianfranco Giacomo D’Amato (da “Mi ritornano in mente”, scritto con la testimonianza diretta di Alberto Fortis)

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