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Musica Materiale – Una riflessione sulle diverse modalità di fruizione musicale tra analogico e virtuale

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Viste le notizie che arrivano dal mondo e la piega che prendono le cose giorno dopo giorno, del romanticismo forse poco ci può importare. Meglio attenersi a un senso di praticità, di riflessione razionale e – per quanto possibile – di salvaguardia della propria integrità. Quel che segue è un mio pensiero, più o meno ordinato, senza grandi pretese giornalistiche.

Molte persone, fra cui il sottoscritto, provano a coltivare la propria spiritualità attraverso l’arte della musica con la passione di quel che può essere definito il classico fruitore attivo (che Adorno mi perdoni). Ci piace sentirla, cercarla, condividerla, parlarne, confrontarla, studiarla. Ci piace perché è indubbiamente una questione che va oltre la sua definizione: la musica ha un potere, che se intercettato con le giuste antenne, sa essere imparagonabile a molte altre esperienze terrestri. Senza entrare nell’ormai ritrita riflessione per cui siamo costantemente immersi da una quantità di informazioni audio-video che supera la nostra capacità di immagazzinarne, è però un dato di fatto che ad oggi la produzione musicale del passato e del presente sia quasi totalmente nelle mani di chiunque possieda una connessione a internet. Sia Youtube, Spotify & colleghi, Bandcamp, Soundcloud, Internet Archive, in ogni angolo del web possiamo reperire musica d’ogni tipo in ogni momento. E senza essere ipocriti o snob, possiamo anche dire che sia qualcosa di straordinario.

Chiunque abbia vissuto la ricerca musicale pre-internet non può fare a meno di raccontare la difficoltà pratica e lo sforzo economico di arrivare a nuova musica, di conoscere e acculturarsi su questo o quel genere, questo o quell’artista, senza un dispendio di energie, tempo, soldi e senza sapere bene quando una novità interessante comparirà nella vetrina del negozio in città o in fondo a una raccolta di un amico. Io sono nato con internet già in casa, ho vissuto per poco gli ultimi colpi dell’era dei CD e ho avuto a che fare con i siti per scaricare i Torrent (sorpresa per cosa potessi trovarci). Ricordo l’avvento di Spotify come un qualcosa di quasi naturale. Il flusso dello streaming piratato sarebbe sfociato in qualche modo in una forma legale di gestire l’ascolto online. Itunes, a ripensarci, non avrebbe retto il confronto col suo successore. Spotify ha cambiato tutto: ha cambiato la fruizione, l’accessibilità, l’economia dell’industria e il valore che la musica ha in senso monetario, sociale, culturale, affettivo. Ha fatto crollare mercati interi rendendo obsoleti vari mezzi di riproduzione. E adesso, a quasi 15 anni dall’arrivo di questa (ed altre) piattaforme alla portata di tutti, che ne è degli appassionati e di tutti quei supporti fisici? I dati lo dicono: in vent’anni il vinile ha lentamente visto un’ascesa fra i supporti fisici venduti. È un fatto curioso e significativo. Mettiamoci la moda retrò, il fascino dell’oggetto in sé, il collezionismo duro e puro, mettiamoci ogni buona ragione per investire in questo formato. Ma ricordiamoci la prefazione: nessun romanticismo; nessuna sonata. Domandiamoci invece qualcosa di logico: viste le premesse, al giorno d’oggi, ha ancora senso acquistare musica in formato fisico?

Sono abbonato a Qobuz da qualche tempo e con una cifra annuale ragionevole posso pescare da un catalogo di più di 100 milioni (cento milioni!) di brani con una qualità audio che arriva fino a 24bit 192kHz. Beh, già buono, ma metti che sia insoddisfatto? Con Spotify ne avrei un complessivo anche superiore. E Youtube? E tutto ciò che viene caricato dagli utenti, quel che può essere considerato bootleg ? Quindi perché mai qualcuno dovrebbe spendere 10, 20, 30, 40 e più euro per un LP? Togli i collezionisti, togli il romanticismo, la risposta razionale è: per nessun motivo. Da questo punto di vista, considerando il rapporto costi/benefici, non ha senso decidere di comprare musica in formato fisico, confrontata a ciò che è fruibile con un abbonamento a una piattaforma.

Non me ne vogliano gli audiofili, i feticisti del culto del suono della puntina sul disco che è nettamente migliore del tuo store digitale. Non credo sia migliore per definizione… se mai è diverso, anche solo per funzionamento tecnico. Certo, se invece si riproduce musica in streaming con ciò che concede un piano gratuito di una piattaforma come Spotify è sicuro che staremo ascoltando file di minore risoluzione ideati per essere pronti all’uso col minor consumo di dati possibile. Sarà senza dubbio un’esperienza di qualità audio inferiore, però non dimentichiamolo: è gratis. È lì che aspetta un nostro click. Basta un tocco sulle cuffiette bluetooth per aprire un catalogo con otto zeri. Non c’è LP, compilation, CD burn, cassetta o torrent che possa offrirci così tanto con minimo sforzo.

Ma le domande non finiscono qui. Ad esempio, un servizio come Spotify Free possiamo definirlo davvero gratis? In quali termini è gratuito? E se io pago, cosa sto pagando esattamente?

Il primo livello di astrazione ci dice che in effetti se non sborso un euro o un dollaro è un servizio gratuito. Prima se volevi ascoltare un album lo pagavi, anche fosse stato su ITunes. Oggi (che è già ieri) no, puoi inserire una mail, cedere dei dati, sentire qualche pubblicità ed è fatta.

Il secondo livello può farci riflettere sull’ambiguo rapporto fra consumatore e merce nel mondo del capitalismo. Se non stai pagando per un prodotto, allora il prodotto sei tu. Ormai credo che nemmeno questa affermazione suoni come qualcosa di dirompente o scandaloso. Sappiamo bene che nel mondo online gran parte dell’economia gira attorno a questo principio. La caratteristica più promettente della società dei consumi è la trasformazione dei consumatori in merci diceva vent’anni fa Zygmunt Bauman. Ed è stato davvero vantaggioso per chi sta dall’altra parte.

Ma giochiamo di fantasia e immaginiamo quel conoscente al bar che di tutta risposta può affermare: “Che mi frega, che prendano i miei dati e mi sparino le loro pubblicità, per me l’importante è non tirare fuori il portafoglio”. Possiamo dargli torto? In un certo senso no, anche qui la consapevolezza conta e il ragionamento sta in piedi. Se non li prendono da una parte sarà da un’altra, se non li avrò ceduti volontariamente qualcun altro li avrà ottenuti senza il mio consenso. E sulle pubblicità? Dopo una vita di televisione accesa, cosa vuoi che sia qualche minuto di adv su qualche sito.

Il terzo livello è quello che mi ha suggerito una maggiore riflessione. Mettiamo caso che io scelga di abbonarmi a una o più infrastrutture digitali. Sono stanco di essere limitato, di essere succube delle pubblicità, quindi sono disposto a spendere. Pago ed eccomi con in mano (quasi) tutta la musica del mondo. Anzi, non soddisfatto e preso da una certa etica decido anche di supportare le mie band indipendenti preferite con una piattaforma come Bandcamp, o qualche musicista con il proprio Patreon. Benissimo. È probabilmente il miglior modo per dare un aiuto concreto a chi fa musica, oltre a partecipare ai concerti. Ma ora che ho la mia stellina premium e ho archiviato il piano gratuito, cos’è che mi appartiene realmente? Ho comprato qualche cosa? La risposta è nì: ho comprato una licenza temporale per accedere a quei contenuti. Un lasciapassare che dice “tranquillo, ora per 30 giorni puoi cliccare qui e là dove vuoi, salva, fai playlist, usa il nostro servizio”.

In tutto questo, penso ci sia qualcosa di disdicevole o negativo? Assolutamente no. Non sono obbligato a comprare un appartamento in città e di certo non mi viene in mente di polemizzare con il mio padrone di casa perché mi chiede un affitto ogni mese. Mi proponi qualcosa, io pago e prendo ciò che offri. Però nell’esempio immobiliare ho quantomeno un tetto sopra la testa, un luogo che posso chiamare casa. Nel discorso degli abbonamenti, invece, non ho quasi nulla. Ho una connessione, dei dispositivi di riproduzione e una mail di conferma del pagamento. Non possiedo nessun album, brano o playlist, e se domani la mia carta fosse declinata non potrei ascoltare un bel niente.
I servizi in abbonamento online (musica o tv) hanno sostituito la necessità di acquistare merci fisiche, il ché ci ha già portato a non possedere molte delle cose a cui teniamo e su cui investiamo denaro continuamente. Compriamo molti permessi, ma non possediamo nulla.

Se questo può non interessare a chi della musica non ne ha fatto una passione o a chi vive benissimo con soltanto le sue app sull’IPhone, può invece diventare un dilemma importante per chi cerca qualcosa in più dall’esperienza dell’ascolto. Io amo profondamente la musica che mi coinvolge e voglio possederne almeno una parte, anche piccola, selezionata, irrisoria. Ma It’s A Mother di James Brown voglio vederlo lì, davanti a me, senza che nessuno mi conceda il permesso di ascoltarlo per un tempo limite.

Andiamo di distopie (sempre meno improbabili)… Immaginiamo che un qualche bot ben addestrato riesca in un enorme attacco informatico e che – per motivi di sicurezza – venga spento tutto: no store digitali, no streaming. Come ci comporteremmo? Forse accenderemmo la radio, ma poco ci aiuterebbe sul fronte musicale. Dunque, non ci sarebbe molto altro da fare se non mettere sul giradischi un bel disco comprato e portato a casa tempo prima.

Personalmente ho cominciato ad acquistare vinili proseguendo l’eredità dei miei genitori. Musica di un’epoca diversa e lontana. Musica che continuo a scoprire, analizzare, cercare e che mi appassiona nel profondo. Adoro girare per negozi di musica, scartabellare fra le offerte, guardare quante righe ci sono fra i solchi, lasciarmi colpire da belle copertine sconosciute o dalla fama di tale etichetta. Ma qui, oggi, non posso dimenticarmi della regola data di andare oltre ai sentimentalismi.

Si stima che un disco in vinile possa durare oltre 100 anni se ben tenuto. Un CD audio dai 30 agli oltre 50. Sono tantissimi per la prospettiva di vita di una persona. E una volta acquistati saranno lì, dove li hai posati l’ultima volta. Dureranno ben più di un abbonamento o di un ipotetico shutdown dei server di Spotify.

Detto ciò, ha quindi senso nel 2026 comprare un LP o un CD? Trovo che, anche in ottica meramente razionale, una seconda risposta possa essere: sì, ha senso! Sì se vogliamo renderci un minimo indipendenti dalla legge del mercato odierna, ovvero dall’apparente mancanza di alternative ai servizi in abbonamento. Quasi come se ci fossimo dimenticati di come funzionavano le cose in questo ambito fino a una manciata di decenni fa, quando compravi qualcosa e per magia diventava tuo e soltanto tuo. Inoltre, nuovamente sì se vogliamo salvaguardare quel che resta e resterà di noi. Una parte del nostro Io è rappresentata in quelle canzoni e quelle canzoni, quella musica, si materializzano nella realtà fisica solo tramite questi supporti. Ed ecco che il significato che possiamo attribuire a un pezzo di plastica inciso, prende peso e profondità inaspettate. Siamo persone fatte di materia in un mondo materiale. Gli oggetti contano.

*Samuele Puppo, chitarrista, cantante, compositore e membro fondatore di West Riviera, Sample_Gee e altre formazioni.

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