Non è stato un concerto quello dei Litfiba a Bari. È stato un viaggio dentro un tempo che sembrava perduto. Ci sono dischi che segnano un’epoca. E poi ci sono dischi che, con il passare degli anni, diventano luoghi dell’anima. 17 Re appartiene a questa seconda categoria.
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Alla Fiera del Levante di Bari, il 2 luglio, i Litfiba non hanno semplicemente celebrato il quarantesimo anniversario del loro album più visionario: hanno restituito al pubblico un’opera rimasta sospesa nel tempo, eseguita nella sua interezza dalla formazione che la concepì nel 1986. Piero Pelù, Ghigo Renzulli, Gianni Maroccolo e Antonio Aiazzi con l’aggiunta alla batteria di Luca Martelli sono tornati insieme per chiudere un cerchio rimasto aperto per quattro decenni.
L’attesa era quella riservata agli appuntamenti che hanno il sapore della storia. Sotto il cielo di Bari, con i fan che facevano la danza della pioggia dal primo pomeriggio, riuscendo a scampare il pericolo almeno nell’ora cruciale, si avvertiva l’emozione delle grandi rimpatriate. Un pubblico che in gran parte ha scoperto la new wave anni ’80 grazie a quel gruppo nato in uno scantinato fiorentino. Un pubblico che sembrava consapevole di assistere a qualcosa che andava oltre il semplice concerto. Non la celebrazione di un passato glorioso, ma il ritorno di un linguaggio musicale dal carisma intatto.

Quando le luci si sono abbassate e le prime note hanno preso forma, il tempo ha perso consistenza.
Al centro del palco c’era Piero Pelù. Indossava le cuffie protettive che lo accompagnano da quando combatte con l’acufene, ma la sua presenza scenica resta intatta. Non forza il ruolo del frontman, lo abita con naturalezza. La voce conserva il graffio, il corpo segue ancora il ritmo delle canzoni con un’energia che non sembra piegarsi agli anni. È il volto di un artista che ha imparato a convivere con i propri limiti senza rinunciare alla propria identità. Commenta con la tipica tagliente ironia toscana: “Sono uno dei pochi rimasti a cantare col filo e a non avere il gobbo, quindi qualche errore ci sta”.
Accanto a lui, Ghigo Renzulli a cesellare ogni riff con la precisione di chi conosce il valore del silenzio tra una nota e l’altra. Le tastiere di Antonio Aiazzi a ricostruire quelle atmosfere sospese che hanno reso unico il primo periodo della band, mentre il basso di Gianni Maroccolo continua a essere la spina dorsale di un suono che non ha mai smesso di influenzare il rock italiano e regala giri di basso con l’arte del maestro. Il pubblico conosceva in gran parte a memoria i brani, c’era uno zoccolo duro della fan base che, come in una processione, seguirà i propri dei in tutte le tappe.

La prima parte del concerto ha richiesto reale ascolto. Non si cercava l’applauso facile, ma l’immersione. Un rito, nel quale il pubblico ha accettato di lasciarsi guidare dentro un’opera complessa, lontana dalle logiche della hit. 17 Re è tornato a respirare nella sua sequenza originale. Dall’intro strumentale di Febbre a 17 re, da Oro nero che Pelù introduce facendo riferimenti al tema delle armi, ad Apapaia in cui non sono mancati riferimenti politici, come da anni Pelù fa nei suoi concerti. “Ci sono troppo opportunisti nella musica” ha ribadito con la certezzza chi da sempre si espone in prima persona, sbandierando e coprendo il suo corpo con la bandiera della Palestina prima, e quella dell’Italia dopo, ricordando la nascita della Costituzione.
Hanno continuato con Sulla Terra, Universo, Tango, Rosita, Ballata, Re del Silenzio, Gira nel mio cerchio: brani che non chiedono di essere ricordati, ma ascoltati di nuovo, come se il tempo trascorso avesse aggiunto nuove sfumature invece di consumarle.

Poi, il momento della “liberazione”.
Con Istanbul, Santiago, Eroi nel vento dedicata dal palco a Ringo De Palma, Tex e Cangaceiro la tensione accumulata è esplosa. L’area del concerto si sé scaldata a ritmo di pogo e mani alzate. Per qualche minuto sono scomparse le differenze d’età: chi quei brani li ha scoperti su vinile cantava accanto a chi li ha incontrati sulle piattaforme digitali. La musica che unisce.
La musica dei Litfiba di quegli anni conserva un’identità difficilmente imitabile. Rock, new wave, suggestioni mediterranee, echi orientali, poesia visionaria e tensione elettrica convivono in un equilibrio che ancora oggi appare sorprendentemente moderno. Non c’è nulla di museale in queste canzoni che trasmettono ancora il suono dell’inquietudine.

Questo tour ha anche un valore documentale. Ogni concerto viene registrato per il futuro album live 17 Re 1986–2026, come a fissare definitivamente un incontro in cui molti avevano smesso di sperare.
Pelù, con questa operazione, si è discostato dal recente passato e ha scelto di rimettere al centro un disco difficile e coraggioso, quello dell’alba. Non hanno costruito uno spettacolo basato soltanto sui successi: hanno chiesto al pubblico di entrare nel loro laboratorio creativo, di ascoltare un’opera nella sua interezza, rispettandone il respiro originale.
E l’impresa pare essere stata accolta alla grande.
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