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Eurovision 2026: chi vincerà il contest più divisivo degli ultimi anni?

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Un favorito c’è, ma manca il dominatore assoluto. Ed è proprio questo a rendere l’Eurovision Song Contest 2026 una delle edizioni più aperte e discusse dell’ultimo decennio.

In anni recenti il copione sembrava scritto con largo anticipo: i Maneskin per l’Italia nel 2021, Loreen per la Svezia nel 2023, la Svizzera con Nemo nel 2024 avevano costruito attorno alla loro esibizione quell’aura da vincitore che spesso accompagna i grandi favoriti del contest Europeo. Quest’anno, invece, il quadro è molto più frammentato. I bookmaker indicano una direzione, ma il distacco resta sottile e la sensazione è che tutto possa cambiare nel giro di una singola esibizione.

La Finlandia parrebbe posizionarsi davanti a tutti. Linda Lampenius e Pete Parkkonen hanno confezionato un brano che sembra progettato al millimetro per l’universo Eurovision: identità immediata, ritornello esplosivo e una messa in scena incendiaria ad alto impatto visivo. È la classica proposta capace di alimentare il televoto al primo ascolto. Ma, almeno per ora, non abbastanza dominante da chiudere la partita.

Dietro la Finlandia la Francia con Monroe, che punta su una strategia improntata su eleganza, costruzione vocale e una performance sofisticata, strizzando l’occhio alla lirica e al bel canto sullo stile della spagnola Rosalìa. È una proposta pensata per convincere le giurie tecniche, ma se riuscisse a creare la necessaria connessione con il pubblico potrebbe trasformarsi nella vera sorpresa della finale.

Occhi puntati anche sulla Danimarca con Soren Torpegaard. Nelle ultime settimane il consenso online nei suoi confronti è cresciuto rapidamente, alimentato dalle prove live e dal passaparola social.

Più divisiva, ma altrettanto interessante la Grecia con Akylas. La sua proposta si allontana dal pop eurovisivo tradizionale e prova a giocare una carta più contemporanea e identitaria. Una scelta che potrebbe rivelarsi vincente: all’Eurovision, quando il livello medio è alto, distinguersi può fare la differenza.

Ed è qui il punto centrale dell’edizione 2026: il livello generale è alto, ma manca la canzone “totale”, quella capace di commuovere, stupire o fare riflettere e monopolizzare consenso, streaming e narrazione mediatica.

E l’Italia? La sensazione è che la proposta italiana abbia spazio per ottenere un buon piazzamento, ma al momento non sembrerebbe avere quella spinta capace di trasformarla in una vittoria, come era avvenuto per i Maneskin.

L’esibizione di Sal da Vinci con il brano “Per Sempre Sì” vincitore di Sanremo 2026 e per il quale tifa tutto il nostro staff, è accompagnata da un’efficace coreografia danzata dai ballerini Marcello Sacchetta e Francesca Tocca. Il successo mediatico del brano dipenderà molto dalla capacità di emergere in una finale che si preannuncia particolarmente competitiva.

Eurovision 2026 non sarà comunque ricordato solo per la musica, ma per le polemiche legate alla partecipazione di Israele. Contestazioni, proteste e tensioni mediatiche e diplomatiche hanno acceso un faro su una domanda che ormai da anni accompagna il contest: fino a che punto l’Eurovision può definirsi “apolitico”?

Il paragone con l’esclusione della Russia dopo l’invasione dell’Ucraina è inevitabile e continua ad alimentare accuse di doppio standard nei confronti dell’European Broadcasting Union (EBU). Per alcuni osservatori la presenza di Israele e l’assenza della Russia rappresentano due decisioni sbilanciate e difficili da giustificare; per gli organizzatori, invece, si tratta di situazioni profondamente diverse e non comparabili.

A gettare ulteriore benzina sul fuoco, una recente inchiesta del New York Times che avrebbe messo in luce che lo stato di Israele stia sfruttando il contest come strumento di soft power, con campagne milionarie e pressioni diplomatiche per influenzare i voti e far vincere Noam Bettam, suo partecipante in gara, che ha conquistato la finale tra tensioni e cori ostili.

Irlanda, Islanda, Paesi Bassi, Slovenia e Spagna, per protesta contro le decisioni dell’EBU e a causa del conflitto in corso nella striscia di Gaza hanno ritirato la loro partecipazione.

Raramente l’Eurovision Song Contest è stato attraversato da tensioni geopolitiche tanto divisive. Il rischio è che questo clima finisca per influenzare non solo il racconto mediatico del contest, ma anche il televoto e la percezione stessa della competizione che dovrebbe essere un’ occasione per unire e non per dividere.

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