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martedì, Febbraio 3, 2026

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ESCE L’ALBUM D’ESORDIO DEI DOW – INTERVISTA A DIEGO GALERI EX TIMORIA

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Nel rumore di fondo del pop odierno, si notano suoni di risveglio da parte di molte realtà artistiche indipendenti. Una di queste fa parte del nuovo progetto dei Dow, trio di musicisti professionisti di lunga esperienza, che udite, udite non pubblicano un album di canzoni ma un album di musica strumentale di ben 12 tracce di varie durate.

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La band è formata da Francesco Capasso (guitar, bass), Giovanni Calella (guitar,synt) e da Diego Galeri (drums,vox) già batterista dei Timoria. Tutto autoprodotto, mixato e masterizzato da Giovanni Calella al Diabolicus Studio di Milano, dove ho intervistato Diego Galeri. Intervista doverosa, perché l’album ha un suono meraviglioso, coraggioso e innovativo, ma è l’idea stessa dei Dow a rappresentare perfettamente il risveglio nei confronti della spazzatura da Fm che ha invaso le discariche musicale urbane.

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Come è nato il progetto Dow ?

Francesco, Giovanni e io, prima di questo progetto, abbiamo già lavorato in tre album di musica strumentale, addirittura con doppia sezione ritmica. Ci piace sperimentare e innovare la nostra musica, per cui anche nel caso dei Dow, abbiamo mantenuto lo stesso processo creativo. E’ dal 2014 che componiamo musica strumentale. Io la mastico da una decina d’anni e ci sguazzo pienamente, perché mi permette di esprimermi con molta più libertà e mi dà la possibilità di viaggiare con la mente. La voce, il testo, la struttura stessa della canzone, pongono sempre dei paletti, e nel momento che ti togli di dosso questi vincoli, ti si aprono mondi espressivi inesauribili. Per un musicista che voglia trasmettere emozioni, la musica strumentale rappresenta il massimo delle espressioni possibili.

Come si sviluppa il vostro processo compositivo?

In questo album ci sono idee di tutti noi. A volte partiamo da pattern ritmici, dai riff di batteria, altre volte da frasi melodiche di chitarra o addirittura da suoni che elaboriamo in studio. Diciamo che l’impianto nasce principalmente dalla batteria e da due chitarre, tutto il resto si aggiunge in un secondo momento.

In un mondo in cui la registrazione musicale è ormai dipendente da plug in, pack sonori, sampler, audio library, voi avete ancora un processo creativo tradizionale, quasi analogico, direi, nel senso che componete tutto con strumenti fisici abituali…..

Si, amiamo gli strumenti tradizionali elettrici, compresi i microfoni, che per noi restano fondamentali. Chiaramente la tecnologia oggi ci permette di ottenere alcune cose in più, ma nel nostro album tutte le riprese sono state fatte in studio con i nostri amplificatori, i nostri microfoni, le nostre attrezzature di base, compresi anche i sintetizzatori analogici.

 Mi hanno sorpreso i titoli dei vostri brani, sembrano usciti da un frullato di psichedelia lisergica, molto curiosi e quasi intraducibili, come ad esempio Kick-Ass Grand Finale, Fresh from Gulag, Toxic Inner Peace, etc… Chi è il titolista dei tre?

Si, sono piuttosto curiosi. Ci siamo divertiti a utilizzare titoli strambi con qualche doppio senso, dato che non abbiamo per scelta, la forza comunicativa dei testi, però hanno comunque un senso  dal punto di vista del contenuto musicale e sonoro. L’album racconta comunque il disagio di una Società complessa, distopica, frenetica e nervosa, che è quella in cui viviamo tutti, quindi volendo, ognuno ci può trovare qualcosa che vive e conosce. Il progetto Dow è concepito essenzialmente per il puro ascolto. Non stiamo pensando a concerti, a video, a immagini o reel per i social network. Niente di tutto questo. Solo un album di musica da ascoltare, possibilmente in cuffia. Poi, chissà? Magari in un futuro prossimo ci penseremo, ma per ora non è nelle nostre aspettative.

Il vostro è un progetto sicuramente coraggioso e innovativo, che sfugge alle regole imposte del mainstream, quindi da promuovere assolutamente, anche perché c’è una notevole cultura sonora… io ci ho sentito echi di Robert Fripp, tempi dispari etnici che si usavano molto negli anni settanta, ad esempio….

Si esatto. E’ una ricerca che faccio da qualche anno, i riferimenti in realtà sono tantissimi, tutti e tre ascoltiamo musica a 360 gradi, non abbiamo nessun standard di genere Ma diverse inclinazioni. Fripp ad esempio è sicuramente una buona ispirazione per Giovanni, come lo sono per me Bill Bruford e Patrick Mastelotto. Confluisce un po’ tutto, il post rock, i Mogwai, la musica elettronica, l’ambient. Ci sono sicuramente influenze nel nostro album, ma è un disco molto libero e aperto. Una libertà espressiva che abbiamo preteso e preso, letteralmente. 

Ti faccio una domanda che normalmente non si fa perché apre il coperchio del diavolo, ma credo sia molto importante da rivolgere ai musicisti, e per tutti quelli come voi, che hanno una grande passione per la qualità del suono e della produzione. Sappiamo tutti che la compressione di Spotify nuoce alla qualità del suono e del master nativo di un album. Un disco suona diversamente su ognuna delle piattaforme digitali esistenti. Il problema non si pone per le canzoni pop, ma per un album come il vostro, credo di sì. Vi siete posto il problema?

Oddio… io tendenzialmente non uso più Spotify, all’inizio ho avuto un periodo di infatuazione quando sono usciti i primi portali di streaming, in realtà con il passare del tempo mi sono reso conto che hanno impoverito la cultura musicale perché hai l’illusione di ascoltare tutto ma in realtà ascolti solo quello che vogliono loro. L’algoritmo è una delle cose più terribili che ci sono in questo momento, insomma è tutto molto codificato. Dal punto di vista del sound hai ragione, la compressione di Spotify è nociva all’ascolto…esistono piattaforme di qualità migliore come ad esempio Bandcamp, ma fare a meno di Spotify risulta comunque difficile, se non imprescindibile, almeno dal punto di vista essenzialmente “di vetrina”.

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Diego Galeri coglie il segno. Difficile estraniarsi dalla dittatura tecnocratica digitale, come ad esempio dal proliferare delle famigerate play list, nelle quali si mettono insieme musicisti che magari non hanno nulla a che vedere tra di loro, o dalla dipendenza adolescenziale del fenomeno bulimico dello “skippare”, ovverossia saltare o passare oltre dopo pochi secondi di una canzone o di un video. Sono tutti fenomeni di manifesta nevrosi, di schizofrenia da consumo. Una buona soluzione sta nel produrre dischi e album come quello dei Dow, dove la qualità stessa della musica, impedisce di mescolarla a presunti “generi tematici” inventati da pasticcioni digitali che assemblano play list sotto il nome di “musica d’atmosfera” o “musica relax” o “indie pop” e altre stronzate del genere. La musica dei Dow non è concepita per essere skippata. O la ascolti tutta per intero e fino in fondo o non la ascolti neppure. Sarebbe come andare al cinema a vedere un film dei fratelli Cohen e non restare fino ai titoli di coda, ma uscire dopo i titoli di testa. Non esiste proprio. Si torni all’ascolto puro, approfondito, attento. Non si paga per questo, si dà solo valore al proprio tempo. L’album come quello omonimo dei Dow ci insegna a farlo. Consigliatissimo.

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