‘Dedalo‘ è il nuovo album di Luigi Friotto, cantautore abruzzese colto e riservato.
.
‘Rosmarì’, dopo ‘Babele’, è il secondo singolo estratto, che ha nei contenuti e nella forma tutti gli ingredienti della musica di Friotto, ‘Rosmarì’ è un biglietto da visita con immagini che raccontano con semplicità importanti riflessioni del cantautore che, con uno stile inconfondibile, libero da condizionamenti, esprime la propria creatività con garbo ed un’eleganza fuori dal tempo.
Incontro Luigi in un assolato pomeriggio milanese, Milano è in fermento per la settimana del mobile, attorno al tavolo in cui sorseggiamo un caffè e prendiamo una spremuta, la nostra attenzione è concentrata sulla musica.
Questa è anche l’occasione per rivedere vecchi amici e per conoscerne di nuovi, tutte situazioni che non ci fanno perdere la direzione: parlare della musica di Luigi, di arte, di parole poetiche, di filosofia, ebbene sì, anche di economia!

Ciao Luigi, ti chiedo subito chi è Rosmarì? Cosa vuoi raccontare con questa canzone?
Ciao Antonino, se intendi se Rosmarì esiste veramente ti dico di no, mi piaceva il suono del nome, il fatto che fosse un nome tronco. Questa è una canzone che mi dà l’occasione di fare una riflessione sul valore delle cose e quanto le cose a volte condizionano la nostra vita. È un viaggio tra personaggi che appartengono alla quotidianità, vicini di casa, gente comune, vecchi e bambini, ciascuno con la sua individuale dolcezza, per riflettere sulla necessità di fare spazio dentro di noi, lasciando andare quello che non è davvero necessario. In un mondo che spinge al possesso compulsivo, a trattenere anche il superfluo, che siano cose o sentimenti, con un atto ancora una volta rivoluzionario, ‘Rosmarì’ è un invito a lasciar andare.
Mi piace questo concetto anche se è difficile da mettere in atto, mi riporta a fare delle riflessioni su un mio recente viaggio in India.
In realtà è proprio indiana la filosofia a cui ho pensato, riminiscenze di cose lette che ho poi inserito in questo brano. Credo che sia il tempo di lasciar andare le cose, le persone, i privilegi, i rancori. È solo il tempo di non aggrapparci più a quella che crediamo la nostra salvezza, al piatto pieno, alla luna dentro il pozzo, alle mani che chiamiamo in aiuto, spesso invano. È ora il tempo di non passare più sulla strada che ci riporta alla partenza. È davvero il tempo di non legare il nostro destino a ciò che è fuori dalla porta e non ci appartiene. È finalmente il tempo di baciare chi ci ha fatto male, e lo ha fatto per bene, forse solo per farsi perdonare senza rimorsi o, in fondo, per donarci un’occasione di pietà. Io nel mio piccolo ho fatto delle scelte che mi hanno portato a rinunciare a delle cose, se vogliamo, che potevo avere subito, per coerenza, anche per rispetto di chi viene ai miei concerti e paga il biglietto.
Com’è nata? Come nascono in genere le tue canzoni?
Scrivere una canzone ha una gestazione complessa, non credo a quelle canzoni scritte per un’ispirazione presa al volo, sì, forse ci può essere un’idea di base, ma poi scrivere una canzone è una cosa complessa. Non c’è una ricetta, mi piace comporre al piano e alla chitarra, a volte, se parto da un testo, ascolto il suono delle parole. Ma è sempre più difficile, soprattutto se ti affezioni ad un testo, rimani come intrappolato in una forma che non percepisci ancora come quella giusta.
Ho letto nella tua biografia che sei un “artigiano della musica”. L’album di intitola Dedalo, come mai hai scelto questo titolo?
Dedalo è il labirinto che apre e chiude le porte dell’animo umano senza la pretesa di trascinarlo fuori. Il corridoio verso l’uscita esiste ma è solo la via finale da percorrere: prima della salvezza, per chi vorrà trovarla, ci sono innumerevoli stanze in cui far luce. È un lavoro tanto nuovo, quanto antico, una culla di canzoni che sono nate, cresciute e rinate con gli anni per somigliare, come ti dicevo prima, ancora di più a sé stesse. Questo album al momento è la fine di una corsa durata a lungo, con le mie canzoni, conservate in un caveau, che diventano la rincorsa per tutto quello che mi sento ancora di raccontare da qui al futuro.
Qual è il primo ricordo che hai da piccolo con la musica? Quando hai capito che questa era la tua strada?
Tutto parte, loro malgrado, dai miei genitori. Ho cominciato a studiare pianoforte a dieci anni, andavo da una maestra di pianoforte bravissima, io ho continuato a studiare piano da piccolo più per senso di responsabilità che altro. Percepivo che i miei genitori ci tenevano, pensa che mi divertivo a strimpellare coi tasti, mia madre va dalla mia maestra di canto e le dice che secondo lei io non eseguivo gli esercizi che mi assegnava in maniera adeguata, “lo lasci fare, è giusto che si diverta” le rispondeva lei. Poi pian piano la musica è entrata in maniera viscerale nella mia vita. Mi sono laureato in Economia e ho appeso, come si dice, la pergamena al muro. Mio padre rimase deluso quando gli dissi che non avrei lavorato in quel ramo, che avevo compiuto gli studi per una formazione personale e che volevo dedicarmi alla musica. Oggi scrivo per il teatro, è una cosa che mi appassiona molto, do lezioni di pianoforte, ho allievi che hanno dieci anni e i più grandi che ne hanno trenta, credo che si possa imparare a tutte le età. L’età non deve mai precludere nulla. Fare musica è una cosa di cui oggi non potrei fare a meno nonostante non sia facile restare a galla in questo mondo che richiede tante spese. Però è un piacere vedere che c’è gente che viene ad un tuo concerto, che assiste, che partecipa. Mi capita di fare un concerto particolare su una zattera, una piattaforma galleggiante di quattro metri per dieci, ci stiamo in sei o quattro musicisti, suoniamo e stiamo a qualche metro dalla riva, è una modalità molto emozionante, la gente sta nella battigia, sdraiata sui propri teli.


Facebook Comments