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lunedì, Dicembre 15, 2025

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La terza serata di Sanremo – Nel mezzo del cammin, il viaggio della musica fa avanti e indietro nel tempo

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Ieri sera è andata in scena la terza serata della 75esima edizione del Festival di Sanremo e sul palco sono saliti altri tre co-conduttori, quattordici big, il vincitore delle nuove proposte, ospiti e tanto altro.

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”Se tu vieni, per esempio, tutti i pomeriggi, alle quattro, dalle tre io comincerò ad essere felice. Col passare dell’ora aumenterà la mia felicità. Quando saranno le quattro, incomincerò ad agitarmi e ad inquietarmi; scoprirò il prezzo della felicità!”.

Così , viene descritta l’attesa ne “Il Piccolo Principe” di Antoine de Saint-Exupery.

L’attesa è di chi desidera ritrovarsi per condividere qualcosa di bello come  lo stare insieme e  l’amicizia.

La stesse emozioni nel petto di chi  aspetta la terza serata  del Festival con l’adrenalina del riascolto e la voglia di confermare alcune sensazioni delle puntate precedenti.

L’edizione 75 di Carlo Conti, confermata anche dagli ascolti, può vantare, ormai, qualche certezza:  intanto l’idea di essere stata concepita come il ritorno a una  sobrietà tradizionale e l’obiettivo di non trasformarla in uno show-contenitore di intrattenimento politico e sociale.

Meglio che la kermesse sia un musichiere eccelso dei nostri tempi con qualche salto festoso nel passato, affidato, in questa occasione, a Edoardo Bennato.

Più che il tempio del mainstream, di matrice amadeussiana, Conti vuole imprimere una proposta artistica che vada ben oltre  il pezzo in sé.

Impomatato nei look dei cantanti, decisamente più curati rispetto agli ultimi anni, il Festival presenta artisti eclettici e cangianti, chiamati a calcare il palcoscenico di un varietà, sbirciato in diverse parti di mondo, con l’intento  di farsi ammirare, talvolta stupire, o quantomeno non lasciare indifferenti.

Rapendo dalle cose solite, questo Sanremo mette a margine spunti di riflessione collettiva  per  tornare a parlare d’amore nelle sue diverse declinazioni ed esiti non previsti.

Sia che si tratti di un sentimento di coppia, o del bene di un figlio verso la madre, di un padre per sua figlia, o dell’amore che dobbiamo a noi stessi per come siamo,  forse aspettiamo il Festival anche per questo e lo cerchiamo ogni santa sera di tutta questa settimana  in nome dell’arte e della bellezza.

Parole d’ordine di un Sanremo che ha voluto, perfino,  i ballerini fin dalla prima serata,  spalmando l’attenzione degli spettatori sulla bellezza delle forme fisiche e la plasticità magistrale dei corpi in movimento.

In nome dell’arte e della bellezza, la co-conduzione tutta al femminile della serata ha consacrato le capacità, la personalità e l’ironia dell’attrice e conduttrice neomamma Miriam Leone, della cantante Elettra Lamborghini e della comica Katia Follesa. La  triade si rivela  la composizione artistica meglio riuscita finora, sapendo stare al gioco delle parti tra eleganza istituzionale, tendente al glamour, e civettuola leggerezza.

È  la serata della musica senza confini  generazionali, con la consegna a Iva Zanicchi del Premio alla carriera e la finale delle Nuove Proposte a sancire la meritata vittoria del diciassettenne Settembre con “Vertebre”.

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Di fatto, un simbolico passaggio di testimone nella staffetta festivaliera che vede in mezzo i 14 Big in gara.

Niente di nuovo per Clara, di elodiana bellezza, che pare non trovare la strada dell’originalità. Cambiato il titolo ai “Diamanti grezzi” dell’anno scorso, cerca la cura per la “Febbre” d’amore.

L’amato Brunori SAS ci fa cadere direttamente da “L’albero delle noci”. Godibile nel riascolto, resta troppo sovrapponibile al repertorio più noto di Francesco De Gregori.

Sul filo di tante, troppe produzioni attuali, trite e ritrite “una lacrima mi scende “ con “Amarcord” di Sarah Toscano che scricchiola sulla respirazione diaframmatica. Perché  “non mi rimane niente”?

Come un nettare degli dei, Massimo Ranieri si fa gustare a tutto tondo, anche in questo caso, dove la canzone non conta quanto chi la canta, perché a darle voce è “La voce” per eccellenza di questo festival.

Convince Joan Thiele per il sound conturbante e sofisticato della sua  “Eco”:  sostenere la forza delle idee contro la paura e l’indifferenza del nostro tempo, è la vera sfida di una giovane penna che trarrà grande visibilità dalla vetrina sanremese … sperando di non perderla lungo le vie del pop più commerciale a svantaggio della scrittura riflessiva che oggi resta la nota caratterizzante. – “La mia parola” è un grande SI per Shablo feat. Guè, Joshua e Tormento. Quartetto funzionante e funzionale alla memoria storica della musica, porta l’hip hop puro sul palco dell’Ariston. La loro “street Song” è un salto negli anni d’oro della musica di strada, “che parla di come la gente muore e vive senza soldi e alternative”.

Noemi c’è … e si fa ascoltare nella pienezza del suo timbro consapevole e, ormai, maturo di “Se t’innamori muori”  che salva  i travagli dell’amore con la bellezza dell’innamoramento fino alla fine dei nostri giorni.  Applausi scroscianti, a fine esibizione.

Meglio, perciò, la “Balorda nostalgia” di Olly che sembra sapere già tutto: da come vuole stare su un palco per narrare d’amore, con parole nuove, ma soprattutto senza metafore stereotipate, preferendo il vero alla poesia, secondo uno stile e un motto completamente suo che sa di “tutta vita”.

Quota tormentone garantita con “Cuoricini” dei Coma Cose, pronti a diventare loro stessi una forma di cuore pur di vendere con un pezzo che  sentiremo e canticchieremo a lungo, ovunque,  senza che il cuore ne sia scalfito .

Anima, cuore e personalità per i Modà con “Non ti dimentico”.  Tornati in gran lustro, dopo una parabola discendente di carriera, si chiedono cosa c’è dopo la paura?  “è l’ora del ritorno, è l’ora del coraggio”, e noi ne siamo convinti!

Rimandata a ulteriore ascolto, “Damme ‘na mano”;  non si riesce a capire dove vuole andare Tony Effe con questa ballata triste su Roma. A poco serve citare Califano e intortare di romanesco qualche vaghezza hip hop: il risultato è un camouflage che quantomeno stasera lascia i tatuaggi a vista.

Irama si farà capire  e apprezzare “Lentamente” nel tempo: tanto sentimento e  tanto autotune; troppo Blanco in questo Irama che si rivaluta rispetto alla prima esibizione, ma che ha bisogno di decantare ancora.

Francesco Gabbani … d’accordo il messaggio profondo di “Viva la vita”, ma perché  quella melodia che sa di passato remoto  e di insegnamento religioso? Non è presto per il ruolo di maestro predicatore?!

Indecisa sul da farsi, con “Chiamo io chiami tu”, Gaia ha la sola certezza di avere più un prodotto commerciale che un sentimento da cantare.

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Prima di Noemi,  il  Teatro Patologico innesca l’inno corale  “Musica, musica, la vita è musica!” che culmina in una standing ovation, di cui il pubblico in sala non sembra essere avaro in questa edizione.

Il  Sukuzi Stage di piazza Colombo ospita  Ermal Meta: la sua “Vietato morire” mantiene l’osmosi con l’esterno del teatro.

Dopo Olly , il  salto nella musica si fa internazionale e vede tornare sul palco del Festival i  mitici Duran Duran: a quarant’anni di distanza, quando Pippo Baudo era al timone, è di nuovo magia. Victoria De Angelis dei Maneskin è la bassista d’eccezione nella performance del gruppo. Chi, come la Follesa, vorrebbe sposare ancora Simon Le Bon?

La serata duetti è alle porte: è tempo di una nuova attesa, quella dei duetti prima del gran finale .

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