Il ritorno di Carlo Conti alla conduzione e direzione del Festival di Sanremo segna un nuovo corso all’insegna di un’unità musicale che butta via solo i lunghi monologhi e le lunghe digressioni. Rimane il pop contemporaneo che ha ridisegnato il Festival con Amadeus e tornano i cantautori prediletti da Claudio Baglioni. Non una rivoluzione, ma un’operazione di sintesi per un nuovo inizio.
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“Ricordatevi sempre, la musica come la vita si può fare solo in un modo: insieme”. Le parole di Ezio Bosso, risuonate solenni sul palco dell’Ariston, hanno dato il tono alla 75ª edizione del Festival di Sanremo, un richiamo all’unità in un’epoca segnata da conflitti globali e divisioni ideologiche. Le sue parole si sono fuse con le note di Following a bird, brano che, nella sua profondità, evoca l’immagine di un uccello simbolo di resistenza e liberazione.
Con Bosso, che nel 2016 fu ospite di Carlo Conti, il conduttore ha segnato il suo ritorno al Festival. Il suo “I Conti tornano” non è stata solo una battuta, ma un segno di continuità dopo sette anni di Sanremo contrassegnati dalle impronte di Claudio Baglioni, che ha celebrato il cantautorato, e di Amadeus, che ha personalizzato il Festival con il pop contemporaneo e l’intrattenimento.
Il nuovo Sanremo 2025 ha visto il conduttore toscano tagliare il nastro d’avvio alle 20:45 di martedì 11 febbraio su Rai 1, prendendo le redini della manifestazione e cercando di unire la tradizione del Festival con le sfide del presente. Una restaurazione che, rispettando il percorso dei suoi predecessori, riafferma il ruolo centrale del Festival nella musica italiana.
Sebbene il bilanciamento tra passato e contemporaneità non sia ancora perfettamente riuscito, sul piano degli ascolti è un trionfo: la prima serata ha registrato 12,6 milioni di telespettatori con il 65,3% di share, superando l’esordio di Amadeus nel 2024. Un sorpasso che segna un nuovo record per il Festival e attesta il forte interesse del pubblico per questa edizione.
Conduzione, senza picchi né strappi
Carlo Conti ha incarnato la rassicurante solidità di un direttore d’orchestra meticoloso, portando avanti una serata che ha fatto della compostezza il suo punto di forza (e di debolezza). Antonella Clerici, con la sua verve materna da cerimoniera della domenica, ha aggiunto il tocco di familiarità, mentre Gerry Scotti, storico volto di Mediaset, ha rappresentato il cortocircuito televisivo della serata: l’ex avversario di Clerici in prima serata su due fronti opposti (“Io Canto” vs “The Voice”) ora alleato, in un’inquadratura che sa di tregua armata più che di sinergia naturale.
Il risultato? Una conduzione quadrata, senza sbavature, ma priva di guizzi, in perfetto stile Eurovision, dove tutto scorre liscio ma nulla davvero sorprende. Il suo esordio, “I Conti tornano”, ha fatto da sigillo a un ritorno che, nonostante un blackout audio di 20 secondi, lo ha visto calmo e padrone del palco. Senza ironizzare sull’incidente, ha proseguito con la stessa precisione di un orologio, guidando il Festival con ritmo e tranquillità.
Selezione, fra aggiornamento e coscienza
L’aspetto musicale ha cercato di tenere insieme gli estremi della scena italiana: dai veterani della canzone d’autore ai nuovi volti del pop virale, passando per le incursioni di un’industria che sempre più punta sulla sintesi tra nostalgia e aggiornamento estetico. La scaletta ha visto alternarsi 29 artisti, disegnando un panorama sonoro sicuramente più eterogeneo rispetto alla musica pop-centrica di Amadeus, ma con pochi scossoni.
A ravvivare la serata, il meraviglioso duetto tra l’israeliana Noa e la palestinese Mira Awad, che hanno riportato al centro del dibattito il tema della pace con una versione intensa di “Imagine” di John Lennon, simbolo pacifista per antonomasia. La performance ha avuto il sapore di un manifesto, più che di un’esibizione: un monito politico in una kermesse che ormai si configura come una vetrina di coscienza collettiva. Questo performance ha creato un trait d’union tra l’omaggio a Ezio Bosso e le parole di Papa Francesco, che ha definito la musica un linguaggio universale capace di unire i popoli.
A spezzare la liturgia del Festival, l’energia travolgente di Jovanotti, che ha rischiato di sembrare una replica di sé stessa, un déjà-vu della sua epopea sanremese di qualche anno fa. Se, da un lato, la sua carica, quasi da showman, ha illuminato il palco, rendendolo quasi ideale per un futuro ruolo da timoniere del Festival, dall’altro, la ballad “Respiri Lenti”, fresca di pubblicazione ma eseguita fuori gara, ha messo in luce la non propensione del cantautore a rimettersi in gioco e a rinnovare il suo percorso artistico.
In un’epoca in cui la musica si consuma rapidamente tra social e piattaforme, Sanremo continua a essere il rito laico per eccellenza, dove il pop diventa narrazione identitaria e lo spettacolo un termometro socioculturale.
Il Festival ha ancora quattro serate per dimostrare che i Conti tornano davvero. Per ora facciamo i conti con la classifica della serata.
CLASSIFICA SALA STAMPA E PERSONALE
La prima serata del Festival di Sanremo 2025 ha visto esibirsi tutti i 29 artisti in gara, offrendo una buona varietà di performance e stili musicali. Al termine delle esibizioni, la Sala Stampa ha stilato una classifica provvisoria dei primi cinque artisti, presentata in ordine casuale: Brunori Sas, Giorgia, Lucio Corsi, Simone Cristicchi, Achille Lauro.
Parallelamente, affianco una selezione personale di cinque artisti che non compaiono nella top five ufficiale, ma che in un modo o nell’altro potrebbero rifarsi durante o dopo il Festival: Joan Thiele, Serena Brancale, Tony Effe, Elodie, Olly.
Di seguito, l’analisi di ciascuna canzone proposta.
TOP 5 Ufficiale della Sala Stampa
Brunori Sas – “L’albero delle noci”
Dario Brunori, con “L’albero delle noci”, si presenta a Sanremo con una ballata che evoca la tradizione cantautorale italiana, richiamando lo stile di Francesco De Gregori. Il brano, intimo e riflessivo, è una meditazione sulla paternità, un canto d’amore per sua figlia Fiammetta, lontano da ogni cliché retorico. Brunori, calabrese di origine, si distingue per la sua capacità di tessere narrazioni sottili e raffinate, costruendo immagini pregne di significato senza mai forzarle. La sua voce, calda e avvolgente, conferisce al pezzo una qualità che sfida il tempo, una dolcezza ruvida che ne garantisce resistenza.
Giorgia – “La cura per me”
Giorgia ritorna all’Ariston con un pezzo che sembra cucito addosso alla sua voce, una ballata intensa e raffinata che gioca tra il classico e il moderno. “La cura per me” porta la firma di Blanco e Michelangelo, e l’intento è chiaro: creare una cornice sonora minimale per far risaltare al massimo la sua estensione vocale. Giorgia non ha bisogno di effetti speciali, perché la sua voce è l’effetto speciale. Qui è in stato di grazia, tra giochi melodici e momenti di sospensione perfetti per amplificare l’emozione. Anche se auspica la vittoria di un giovane, è una delle principali candidate alla vittoria.
Lucio Corsi – “Volevo essere un duro”
Lucio Corsi sembra uscito da un baule di Renato Zero: un folletto glam, un personaggio sospeso tra il cabaret e la canzone d’autore. “Volevo essere un duro” è un brano stralunato, con un testo surreale che gioca tra ironia e disillusione. Musicalmente siamo tra il rock vintage e il pop d’autore, con un piglio teatrale che rende il pezzo vincente. Il cantautore toscano, al suo debutto nazional-popolare, ha un’identità forte e la sua performance lo conferma: carisma, estetica e una scrittura che, pur pregna di riferimenti, trasuda personalità. “Volevo essere un duro / Che non gli importa del futuro / Un robot / Un lottatore di sumo”, canta, contrapponendo il desiderio di essere altro alla consapevolezza di essere semplicemente sé stessi.
Simone Cristicchi – “Quando sarai piccola”
Simone Cristicchi torna al Festival di Sanremo con un brano che gioca sull’effetto lacrima e punta dritto al trofeo. “Quando sarai piccola” affronta con delicatezza il tema dell’Alzheimer, ispirato dalla sua esperienza personale con la madre Luciana. La canzone, scritta insieme alla compagna Amara, racconta di un figlio che si ritrova a prendersi cura della madre, in un’inversione di ruoli che diventa poesia, tra immagini semplici e struggenti. Cristicchi ha la capacità di trasformare la quotidianità in arte, e lo fa con la sua solita sensibilità teatrale. La costruzione musicale è essenziale, perfetta per esaltare il testo. Commovente senza essere patetico.
Achille Lauro – “Incoscienti giovani”
Achille Lauro abbandona la provocazione estrema per abbracciare l’eleganza assoluta e il romanticismo sanremese. La sua poetica resta intatta: si parla “di giovani tormentati, cresciuti ai bordi del Raccordo”. Ma “Incoscienti giovani” sembra un pezzo uscito direttamente dal Festival di Sanremo degli anni ’80, una ballata che richiama le firme di quell’epoca, con un’interpretazione intensa e misurata. Dopo anni di eccessi, il cantautore romano sceglie di puntare tutto sulla musica e sulla scrittura, dimostrando di saper reggere il palco anche senza travestimenti o gesti teatrali che distolgano l’attenzione dalla canzone. Il brano, con il suo fascino nostalgico e una costruzione armonica classica, sorprende chi si aspettava l’ennesima trasgressione.
TOP 5 Ufficiale Personale
Joan Thiele – “Eco”
Joan Thiele si presenta con un pezzo che ha il coraggio di osare senza l’ansia di compiacere: “Eco” è un crocevia di echi e contaminazioni, dove Morricone e Mina flirtano con Meg e Amy Winehouse, in un equilibrio perfetto tra sofisticazione e istinto. La scrittura è cesellata, la produzione urban e ricercata di Mace ne esalta ogni sfumatura, mentre la sua voce ipnotica ammalia e incuriosisce l’ascoltatore, avvolgendolo in atmosfere rarefatte che lo guidano attraverso un paesaggio emotivo complesso. Un invito a seguire le proprie convinzioni senza paura, affrontando con coraggio e senza maschere temi come la paura, l’insicurezza e l’autosabotaggio. Un viaggio tra elettronica, world music, soul e trip-hop che non cerca scorciatoie, ma pretende attenzione. Un debutto che non si limita ad arricchire il Festival: lo alza di livello.
Serena Brancale – “Anema e core”
Serena Brancale porta a Sanremo la sensualità della musica mediterranea, fondendo jazz, soul e la tradizione partenopea in un brano che gioca con le contaminazioni. “Anema e core” è una composizione che oscillaa tra modernità e radici, caratterizzata da un’interpretazione magnetica e da un groove che invita al movimento. La sua voce avvolgente, l’uso del dialetto barese, la costruzione musicale raffinata e la sua presenza scenica esuberante ne fanno una delle proposte più interessanti e originali del Festival. Dopo il debutto a Sanremo Giovani dieci anni fa e il successo ottenuto sui social con brani come “Baccalà” e “La Zia”, la cantautrice pugliese consolida la sua identità artistica, portando la sua musica a un livello di sofisticata universalità.
Tony Effe – “Damme ‘na mano”
Tony Effe abbandona la sua zona di comfort e si cimenta con nuovi linguaggi musicali in “Damme ‘na mano”, un brano che fonde la tradizione messicana con lo spirito verace della canzone romana. Il risultato è un pezzo dal sapore classico, con una melodia accattivante e un arrangiamento ricco di dettagli. Lontano dalle sonorità trap, l’artista romano esplora gli stornelli romani con un omaggio a Gabriella Ferri e arricchisce la proposta con elementi messicani, tra chitarre acustiche e trombe che evocano le atmosfere dei mariachi. Un passo audace che rivela una nuova dimensione artistica, stupendoci con la sua capacità di rinnovarsi senza tradire il suo carisma.
Elodie – “Dimenticarsi alle 7”
Elodie, o meglio “Elodea”, ritorna al Festival di Sanremo con un brano che intreccia sapientemente elettronica ipnotica e suggestioni rétro. “Dimenticarsi alle 7” sembra una Mina che incontra la techno: eleganza e ritmo, espressività e impatto. Il pezzo punta tutto sul magnetismo della cantante, che come sempre domina la scena con una presenza scenica impeccabile e una voce corposa. Come un’orchidea d’acqua pronta a conquistare il suo habitat sonoro, sfodera una sensualità cesellata da elettronica pulsante e melodie che sanno di hit immediata. Un ritorno che lascia il segno, svelando un’artista sempre più consapevole del suo linguaggio.
Olly – “Balorda nostalgia”
Olly arriva a Sanremo con “Balorda nostalgia”, una ballata pop fresca e moderna che mescola leggerezza e intensità. Con un ritornello che rimane in testa subito, il brano racconta la parte felice di un amore finito, affrontando la nostalgia in modo originale e riflessivo. La melodia incalzante e l’influenza degli anni ’80 danno al pezzo un appeal immediato, mentre la sua interpretazione carismatica aggiunge naturalezza. Tra le proposte giovani, Olly è sicuramente quella con maggiore potenziale radiofonico, e la sua superballad lo posiziona come uno dei candidati più forti alla vittoria. Un ritorno che non passa inosservato, che promette scintille e lo proietta verso il futuro.
La resa dei Conti
Sanremo 2025 ha offerto una panoramica variegata della musica italiana contemporanea, con artisti che hanno saputo reinterpretare la tradizione e portare nuove influenze sul palco dell’Ariston. Il livello è mediamente accettabile e la competizione aperta, tra emozione, sperimentazione e qualche colpo di scena.
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HIT NON HIT (dalla musica pop al jazz) – BLOG & PRESS di Ugo Stomeo
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