Milano 4 febbraio 2025. Cronaca di una conferenza stampa poetica, quella di Simone Cristicchi.
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Luogo: “Nonostantemarras”, tra music club e show room, in mezzo a tessuti che ornano persino le ringhiere e i rami di un albero nel giardino.
Protagonista: Simone Cristicchi che inizia la conferenza recitando una poesia densa di speranza, luce e grazia. Una frase che mi colpisce in fronte come un raggio di luce è:
“Non chiediamoci se è la bellezza che salverà il mondo, pensiamo invece a salvare la bellezza in questo mondo”.
Alla fine scatta un applauso fragoroso e sentito. Noto qualche occhio umido tra i sessanta giornalisti e addetti ai lavori presenti. Cristicchi punta ai sentimenti, ma senza retorica nè compiacimento. E’ la sua natura, la sua formazione, il suo credo. Poi legge un racconto tratto da un suo libro pubblicato dalla Nave di Teseo. E’ storia vera, parla di sua madre in ospedale dove tutti si aspettano l’annuncio della sua scomparsa e invece appare un dottore sbigottito che annuncia che lei incredibilmente si è risvegliata. Un altro segno “dalle tenebre alla luce”, come il titolo del suo ultimo album in uscita in formato digitale, cd e vinile il prossimo 14 febbraio.
Cristicchi è l’ultimo dei mohicani rimasti nella riserva indiana dei cantautori, anzi degli autori, perchè nell’ambito della scrittura ha superato la canzone per viaggiare nella poesia e nella letteratura, a lui tanto care. Di parola in parola, la luce aumenta di intensità al punto che finalmente, anche le domande dei presenti risultano illuminanti, mai banali…anzi della sua partecipazione al Festival di Sanremo si parla pochissimo.
Cristicchi ha la capacità di rapirti nella sua poetica, nella sua diversità, perchè non appare diverso, lo è autenticamente nel mondo della canzone italiana, dove invece sembrano tutti uguali. Tutto ciò che lo riguarda è estremamente naturale, anche la fotografia della copertina dell’album alle sue spalle, realizzata da Andrea Arbizzi, che rappresenta la nebulosa Helix Nabula NGC7293, più conosciuta come “Occhio di Dio”. La fotografia, di cui ci sono voluti bel 11 anni per farla, rappresenta l’eplosione di una nebulosa nel buio profondo. Esplosione che illumina le tenebre inondando lo spazio di particelle luminose.
C’è una profonda ricerca nel lavoro di Cristicchi, ma mai artefatta, costruita e al servizio del banale intrattenimento. Al contrario, suscita emozione, pensiero, a volte anche amarezza, come solo la poesia sa fare. Così, anzichè parlare di Carlo Conti, dei testi rap misogeni a Sanremo, di polemiche fragili come le canzoni floreali, si parla degli anziani, degli ultimi, degli innocenti.
Sublime l’aneddoto ricordato da Cristicchi in un suo recital per studenti delle scuole superiori. Cristicchi sente schiamazzi, urla, vede gli studenti che si tirano palle di carta, casino a non finire, fa per andarsene, ma le luci si spengono. Prende coraggio, l’improvviso silenzio lo aiuta. Dopo quaranta minuti del suo monologo, vede scorgere nelle prime file le luci dei display dei telefonini. Finito il recital se ne va scoraggiato perchè pare evidente che non sia riuscito a coinvolgere i ragazzi. Invece il giorno dopo, riceve una lettera da parte degli studenti che lo ringraziano per il bellissimo spettacolo, precisando che le luci accese dei telefonini non erano le loro, ma quelle dei professori.
Ecco cosa succede quando in scena agisce un poeta. Solo nella notte oscura brillano le stelle. Parafrasando il baratro in cui versa la musica italiana, gli abissi e le tenebre in cui è sprofondata, nell’epoca più distratta e ignorante di sempre, il luminoso occhio sul mondo di Cristicchi può solo farci del bene. Grazie Simone.
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