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giovedì, Dicembre 2, 2021

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Cronaca di un Paese musicalmente colonizzato

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Mentre si svolge il Premio Tenco a Sanremo unica manifestazione insieme a Musicultura di Macerata dedicata alla musica d’autore italiana, la tv continua imperterrita a promuovere i nuovi talenti giovanili che ormai cantano solo cover o inediti in lingua inglese.

Quest’anno X Factor ha presentato finora brani prevalentemente cantati in inglese e una concorrente ne ha presentati due in lingua francese. Che futuro possiamo immaginare della musica italiana con questa mania di provincialismo internazionale, se tutti cantano in inglese? Sarà stato l’effetto Maneskin forse, ma come cantava Gianni Morandi, “uno su mille ce la fa”. Gli altri 999 resteranno al buio. E’ inconcepibile come stiamo perdendo qualsiasi traccia, nozione e origine della nostra canzone d’autore e della scrittura musicale italiana che una volta era conosciuta in tutto il mondo.

Il problema più in generale riguarda tutto il campo della cultura italiana, ormai ampiamente colonizzata. Nei maggiori teatri  assistiamo da anni ai musical anglo americani di 30, 40, 50 anni fa. Rappresentiamo opere di autori stranieri traducendole alla lettera senza nemmeno osare di rivisitarle. Le tv italiane sfornano solo format e documentari di produzione estera. Molti di questi vanno in onda doppiati in italiano: facce, idee e protagonisti americani ovunque, compresi gli chef che hanno spodestato i cuochi. E’ incredibile constatare come all’estero, l’Italia sia ancora considerata un Paese ricco di cultura e di creatività, eppure noi italiani siamo i primi a perdere la memoria non solo di tutto ciò che abbiamo prodotto nei secoli, ma persino nel cosiddetto “secolo breve” : il Novecento.

Siamo ormai un Paese totalmente colonizzato, nei consumi, nel gusto, negli orientamenti culturali e persino nelle abitudini e nello stile di vita. Tutto ciò comporta gravissimi danni persino al comparto turismo in cui resistono solo le città d’arte come Venezia, Firenze, Roma. Sembra che l’attenzione sia ormai tutta rivolta agli eventi internazionali da ospitare, vedi il tanto celebrato Eurovision a Torino che nella città porterà al massimo poche centinaia di persone tra concorrenti e staff, meno di una normalissima edizione del Festival di Sanremo. Di rilanciare il marchio Italia non c’è ombra.

Oggi se parli con qualsiasi studente liceale o universitario scopri che pochissimi conoscono un premio Nobel come Dario Fo, uno scrittore di fama mondiale come Umberto Eco o un regista come Federico Fellini. Eppure se facciamo l’elenco delle invenzioni e delle scoperte italiane nella storia c’è da rimanere allibiti.

Noi italiani abbiamo inventato di tutto: la pila elettrica,  la radio, il telefono, la macchina da scrivere, la calcolatrice elettronica, il microchip, la carrucola mobile, la ruota dentata, il propilene, il sismografo, l’aliscafo, la campana, il violino, la scala Mercalli, l’elicottero, il motore a combustione, la carta carbone, il reattore nucleare, la vasca idromassaggio, l’autovelox, l’alta tensione, il radar, la nitroglicerina, la penna a sfera, la matita, il kinetoscopio precursore del proiettore cinematografico, il gravicembalo precursore del pianoforte, la Vespa, la carta telefonica riciclabile, la cambiale, la lotteria, il pantatelegrafo precursore del fax, il caffè istantaneo e la Moka, la moneta bimetallica, la technogym unica, la dinamo, i chiodi in metallo, le autostrade, il tetragramma precursore dello spartito e tanto altro. Invenzioni che hanno cambiato la vita dell’intera umanità.

Il genio italico ha prodotto tutto questo, eppure oggi nel 2021 nell’ambito della cultura e dell’opera di ingegno non siamo più in grado di esportare il cosiddetto made in Italy. Un Paese di creativi millenari, che non conosce neanche bene la propria lingua. L’altra sera parlavo con Roberto Vecchioni e mi raccontava a proposito dei suoi studenti, che se dieci anni fa usavano diecimila vocaboli oggi ne usano cinquecento al massimo, di cui un terzo sono di origine anglosassone.

In termini musicali snobbano persino la melodia e per loro, una canzone deve riconoscersi nei primi 30 secondi. Per quanto riguarda il testo il tema è monotematico, il mondo fa schifo, i valori che contano sono fama, successo, soldi, indipendenza. L’ utilizzo della rima baciata è quasi obbligatorio. E’ impressionante sentire da un professore e da un musicista di 78 anni, che per i suoi studenti  la melodia è diventata un optional.

Le audizioni di X Factor (perché le chiamano auditions se il programma va in onda solo in Italia?) raccontano un panorama musicale che di pane nostro non hanno più nulla. Persino i nomi e gli pseudonimi d’arte dei concorrenti non sono in lingua madre: Bengala Fire, Erio, Mutonia, Westfalia, Nika Paris, Fellow, Karakaz, Versailles, Phil Reynolds, Mambao. Solo due di loro, guarda caso Edoardo Spinsante hanno proposto un brano di un cantautore italiano: “La ballata della moda” di Luigi Tenco” e i Mambao “La Cura” di Franco Battiato, per il resto sembrava di essere sul set del film “Taking Off” di Milos Forman del 1971, ambientato proprio in una sala di audizioni canore.

Da una parte è comprensibile dato che viviamo in un mondo così stretto dove puoi chattare in un nano secondo con un australiano, dall’altra è preoccupante perché si smarrisce la memoria storica del Paese in cui vivi, della sua identità,  della sua cultura e del suo linguaggio. Sentirsi cittadino del mondo non significa non avere più radici. Mai come ora il testo di “Tu vuò fa l’americano” è sembrato così attuale. E così si va avanti tra tutor, cover, auditions,  bootcamp, home visit e talent show in prime time per celebrare lo share dissertando di flow e skill. Nel frattempo la “targhetta a retro” di Nisa e Carosone è diventata un tattoo inciso sulla pelle. Hai voglia a toglierla.

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