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venerdì, Giugno 18, 2021

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A FRANCO BATTIATO – RICORDI INEDITI

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Una volta lo chiamai Maestro con la M maiuscola e Franco con il suo indimenticabile sorriso mi rispose: “Non chiamarmi maestro, mi ricorda i tempi delle elementari quando i maestri mi opprimevano”.
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Svegliarsi una mattina sapendo che Franco ha lasciato questa valle di lacrime, non è una bella mattina per nessuno, neanche per coloro che non hanno mai apprezzato la sua musica, perché Franco Battiato prima di essere un grande artista era una persona gentile, colta, aperta, più unica che rara. Non starò qui a elencare la sua grandezza e la sua spiritualità perché è nota a tutti. Mi limiterò a ricordare qualche esperienza personale che risale addirittura ai tempi del liceo e poi in seguito nella discografia e in qualche occasionale professionale.

La prima volta che lo vidi fu al Teatro Carcano. Il liceo artistico Cimabue invitò la mia classe al Teatro Carcano di Milano dove si sarebbe tenuto uno dei primi concerti di Battiato. Un evento indimenticabile di cui ricordo ogni particolare per quanto mi colpì  la sua originalità ed energia. Erano i tempi in cui lui si presentava sul palco con la faccia tinta di bianco, i capelli lunghi e ricci e i pantaloni a stelle e strisce. Fu un concerto elettrico, con Battiato che si agitava come un tarantolato. Al termine del concerto gettò sulle nostre teste un lunghissimo tubo gonfiabile trasparente. Ce lo facemmo passare sulle nostre teste e il tubo dal palco, arrivò fino a fine platea. Un happening straordinario. Avanguardia pura. Io e i miei compagni rimanemmo esterrefatti, estasiati ed eccitati. Non avevamo mai assistito a niente di simile.

Anni dopo in una puntata di Night Express di Italia Uno glielo ricordai e lui complimentandosi per la mia memoria mi disse che allora fu costretto ad annullare la tournèe perché a fine concerto non aveva più energie da spendere. Troppo estenuante. Eppure tutti lo ricordano per la sua pacatezza, il rispetto e l’omaggio ai tempi dilatati, all’arte del silenzio e alla liturgia dell’ascolto attento e profondo senza alcuna concessione gratuita al facile spettacolo e agli effetti speciali, perché lui stesso era già un effetto speciale talmente era diverso da tutti gli altri.

Quando lavorai alla Rca con Nanni Ricordi, una mattina di aprile mi sorprese di nuovo. Inaspettatamente entrò in ufficio senza appuntamento, accompagnato dal suo produttore Angelo Carrara. “C’è Nanni ?” mi disse con un filo di voce. Nanni era a Roma, così lo accolsi e lo feci accomodare nella nostra sala d’ascolto. Non aveva nessun nastro con sé. Lui e Angelo mi proposero una produzione segreta. L’idea di Franco era quella di impersonare un personaggio fantastico, una sorta di ex nobile che viveva in un castello isolato e che per amore della musica, inviava delle sue composizioni già registrate e prodotte a etichette discografiche disposte a pubblicarle. Ovviamente nessuno avrebbe dovuto sapere che il compositore era lui stesso. L’idea era senz’altro suggestiva così chiesi a Franco di farci ascoltare qualcosa, ma avvertii una certa ritrosia. Oltretutto ai tempi Franco registrava per la Cramps e con Gianni Sassi avevo un ottimo rapporto, per cui pensavo di essere estremamente corretto con tutti, Nanni compreso che ovviamente avrebbe voluto ascoltare le composizioni. Dopo qualche minuto di silenzioso imbarazzo Franco e Angelo si alzarono e uscirono dicendomi sulla porta che si sarebbero fatti vivi. In realtà non accadde mai. Poi arrivò il successo trionfale. Franco prese le distanze dal periodo anni settanta, nonostante la grandezza dei suoi primi album sperimentali, anni luce avanti al cosiddetto prog e al rock-pop importato dall’Inghilterra e dagli Stati Uniti.

Nel 1980 gli proposi di arrangiare un album di mio fratello Gianfranco per la Polygram. Ascoltò i provini dei pezzi e ci confessò che erano praticamente già pronti, per cui si sentiva persino imbarazzato a metterci le mani. Gli arrangiamenti seppur abbozzati, gli piacevano molto, così declinò simpaticamente l’offerta. Incredibile. Non avevo mai visto in vita mia un musicista e arrangiatore che rifiutava un lavoro perché i provini realizzati da altri erano per lui già completi. Franco era così. Ti spiazzava continuamente, con la sua meravigliosa umiltà e gentilezza. Eppure il suo ego ce l’aveva eccome, solo che lo teneva al guinzaglio con grande intelligenza.

Ha scritto di tutto, come Caronte ha attraversato la musica onda su onda, esplorando qualsiasi goccia, qualsiasi soffio del vento. Ha scritto la più bella canzone d’amore del Novecento, “La Cura”, così come la più coraggiosa canzone politica italiana, “Povera Patria”, struggente e al tempo stesso rivoluzionaria nella sua esplicita invettiva contro lo Stato.

Non potremmo mai dimenticare ciò che ci ha lasciato, non solo le sue parole e le sue note ma quel grande insegnamento che molti artisti non hanno ancora saputo cogliere, quel nobile distacco dalla celebrazione del successo, dall’idolatria personale, dalla miseria narcisista dello star system. Una cura che molti dovrebbero seguire.
Ciao Franco, che i dervisci possano danzare ancora con te ovunque tu sia.

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