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mercoledì, Settembre 23, 2020

COME CAMBIERA’ L’ESTETICA DELLO SPETTACOLO LIVE

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COME CAMBIERA’ L’ESTETICA DELLO SPETTACOLO LIVE

Voto Autore

Di capelli ne ho persi qualche migliaio, molti di più dei concerti live. La prima volta che i miei mi portarono al Teatro La Scala di Milano portavo i pantaloni corti. Da liceale quando non avevo soldi per il biglietto  mi univo a quelli che “sfondavano” pur di non perderne uno. Come molti miei coetanei mi sono beccato i lacrimogeni al concerto dei Led Zeppelin a Milano e la molotov sul palco di Santana e poi per vincere l’embargo dei concerti in Italia, che lo stesso Carlos promosse in mezza America (giustificabilissimo dato che rischiò la pelle) cominciai a organizzarli anche io.

Il primo fu il famigerato Festival di Re Nudo al Parco Lambro nel 76. Allora le macchine da fumo erano un optional perché bastavano i lacrimogeni della polizia sotto il palco. Si badava al sodo: musica innanzitutto e niente scenografie, luci basiche tanto per illuminare il palco per non inciampare nei cavi e nei jack degli strumenti. Non avevamo ancora sviluppato il concetto di un vero spettacolo live.

Unica illuminazione scenica che mi accecò artisticamente fu quando in terza liceo vidi un concerto di Franco Battiato al Teatro Carcano di Milano. Il teatro era illuminato a giorno con le luci di servizio, così Battiato, che allora si presentava con la faccia dipinta di bianco, i capelli sparati e i pantaloni a stelle e strisce, ci gettò addosso un lunghissimo tubo gonfiabile di plastica bianca. Una sorta di mega profilattico che ci facemmo passare sulle teste spingendolo con le braccia alzate fino in fondo alla platea. Un colpo di teatro fantastico.

Da quel giorno cominciai a vedere i concerti con un altro occhio, dando più importanza all’aspetto scenico, alle luci, alle immagini. Me ne resi conto quando vidi i Genesis e le trovate del folletto Peter Gabriel, con i suoi cappelli magici con specchietti riflettenti simili a quelli delle palle rotanti da discoteca anni settanta. Così ebbi modo di apprezzare tanti concerti dove la musica magari non era straordinaria ma in compenso gli effetti scenici suggestivi e visionari li impreziosivano.

Poi negli anni ottanta nacquero i videoclip e  l’immagine pop cambiò radicalmente creando la cosiddetta civiltà dell’ immagine. Tutte le tecnologie audio e video arrivarono dall’Inghilterra e dagli States e noi pur cercando di adeguarci non eravamo all’altezza del loro utilizzo.

Ricordo quando partecipai a “Mister Fantasy” su Rai 1 con Beppe Starnazza e i Vortici. Il primo giorno litigammo subito con il regista perché non sapeva fare il cromakey. Alcuni effetti erano di una qualità pessima ma allora passavano ugualmente per grandi innovazioni. Nell’82 portai alcuni artisti RCA a Premiatissima, uno dei primi show in prime time della Fininvest. Il regista era Valerio Lazarov, maniacale sul cromakey. Ricordo che passò sei ore per cercare di togliere il contorno verde sui capelli di Riccardo Cocciante, riccio dopo riccio, frame by frame. Un delirio.

Così grazie alla televisione che cambiava decisamente passo, anche l’estetica e le tecnologie dei concerti live cambiarono del tutto. Ledwall imponenti e ingombranti, mega schermi e luci sempre più sofisticate, dalle strobo ai laser. L’estetica cercava di interpretare il futuro. Artisti androgeni come Annie Lennox, Devo, David Bowie, Klaus Nomi spazzarono via l’estetica anni settanta, i capelli lunghi e i residui hippy.

Nel decennio successivo si imposero i mega concerti, i palchi enormi, gli schermi sempre più invasivi, gigantismi da stadio. Furono pochissimi gli artisti a privilegiare la musica da ascoltare a discapito della musica da vedere. Tra questi ricordo con estremo piacere i Pearl Jam in assoluta controtendenza.

E anno dopo anno, invecchiando ma sempre cercando di stupirci del “nuovo” eccoci arrivati al nuovo corso: l’olografia, una rivoluzione che in pochi anni cambierà radicalmente la concezione stessa del concerto live. Ci lavoro da appena un paio d’anni ma grazie alla Società Naumachia Events ho appreso come utilizzarla nel miglior modo possibile.

live

Il 29 agosto scorso, a Cinecittà World ho debuttato come regista del primo concerto olografico live prodotto in Italia: Il Brigante”. Lo ha prodotto Mauro Paoluzzi, l’ultimo dei produttori artistici “mohicani” in Italia. Uno che quando si innamora artisticamente di un progetto, va dritto come un treno lanciato a folle velocità. Di produttori così in Italia non ne ho mai conosciuti. Paoluzzi è uno che ci mette un anno e mezzo per produrre un album concept coi fiocchi, lanciare una rock-prog band di ventenni  (Deshedus) facendoli debuttare in un teatro da 1500 posti su un palco di ventiquattro metri con uno show olografico in altissima definizione.

La storia nasce quasi per caso.

Un giorno ci incontriamo da Carlo Lecchi, presidente dell’associazione Vinile Italiana. Nel suo studio stracolmo di vinili vintage da collezione, gli parlo dell’olografia, poi lo invito a una dimostrazione e il giorno dopo Mauro mi sceglie come regista. Mi butto a capofitto perché l’esperienza è unica e inedita dato in Italia nessuno l’ha mai fatto prima. Solo l’anno precedente avevo fatto la regia del concerto di Shapiro e Vandelli per la Trident, montando 22 clip digitali, quasi uno per canzone, che dovevano apparire su un gigantesco ledwall alle spalle degli artisti.

Nel caso dei Deshedus però, ho dovuto pensare esattamente al contrario. Con l’olografia le immagini sono immersive, sono davanti, sopra, di lato, sotto e “dentro” ai musicisti, non dietro. Viaggiano nell’aria a dimensioni e velocità variabili secondo la narrazione e la sceneggiatura dello spettacolo. Il focus della visione è obbligatoriamente tridimensionale e non servono occhialini o visori come nella realtà aumentata.

Fondamentale è la luce, anche in questo caso va rivoluzionata totalmente rispetto al concerto tradizionale. Qui la luce dev’essere al servizio dell’olografia, le luci di taglio devono essere perfette, mai troppo invasive. Rispetto ai tradizionali concerti bisogna operare all’incontrario, in modo sintetico, essenziale, concettualmente teatrale. Tutto dev’essere dimensionato rispetto alla profondità e all’altezza del palco, all’assenza di strutture riflettenti sul fondo palco e intorno.

Tutto questo è affascinante perché ti obbliga a studiare ogni minimo particolare e devi stare attento a non farti prendere troppo la mano, perché la scienza olografica ti cattura inesorabilmente e ti obbliga a fantasticare su ogni immagine. La perfetta soluzione è la commistione tra personaggi fisici reali e immagini olografiche che devono interagire tra loro come in una perfetta coreografia.

Ma ci sono altre ragioni che a tempi brevi  renderanno necessaria l’olografia nei live:  risparmio notevole di consumi energetici, ingombri minimi degli hardware (bastano dei semplici furgoni, non bilici o Tir), rapidità e semplicità di allestimento e disallestimento, ma soprattutto abbinata allo streaming di ultima generazione, l’olografia è in grado di “teletrasportare” da remoto qualsiasi musicista, facendolo apparire in diretta sul palco.

Questo fenomeno si chiama “streaming con telepresenza olografica” e ha una latenza vicina allo zero, quindi senza nessun ritardo audio video e senza problemi di connessione o segnale.

Con l’olografia non saranno più necessarie scenografie fisiche ingombranti e costose, nessun maiale volante o nessun muro di mattoni che crolla (Pink Floyd), nessun robot o tranformers gigante (l’alieno dei Muse), nessun mega gonfiabile ai lati del palco (le bambolone dei Rolling Stones), ma lo stesso effetto spettacolare da gigantismo scenico sarà ugualmente garantito dagli ologrammi e allo stesso tempo un solista da remoto collegato da una qualsiasi città del mondo potrà duettare in diretta con una band apparendo sul palco come fosse lì fisicamente.

Questo è il futuro ed in Italia grazie a Naumachia Events è già arrivato.

Ma la differenza come sempre, la fa il contenuto. Se gli americani preferiscono “resuscitare” artisti deceduti trasformandoli in ologrammi per farli esibire nei casinò di Las Vegas, noi possiamo fare molto di più, connettere artisti viventi insieme e trasportarli in scenari fantastici e in mondi immaginari.

Non dobbiamo aver paura della tecnologia, né diffidare, perché essa è dinamica per definizione, non è statica come la nostalgia. Nasce e si sviluppa rapidamente e ciò che possiamo fare è solo saperla usare bene, dominandola e non facendoci dominare da essa. Non male per chi come me è partito dalla televisione in bianco e nero e da cubi di legno grezzo su cui appoggiare una tastiera su palchi improvvisati.
Buon futuro a tutti.

 

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