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sabato, Dicembre 5, 2020

STORIA DI UN ALBUM: DAVID RIONDINO E IL SUO OMONIMO ALBUM DEL ’79, UN ALBUM PER CASO

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La REPUBBLICA delle banane – L’addio di Lerner, Corrias, Deaglio e forse Saviano, Serra e Mauro

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Da quando John Elkann è Presidente del gruppo Gedi che ingloba tra gli altri giornali La Repubblica, Stampa ed Espresso, molte firme eccellenti hanno lasciato La Repubblica.

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Licenziato senza preavviso l’ex direttore Carlo Verdelli, con l’ingresso del nuovo direttore Maurizio Molinari hanno abbandonato Enrico Deaglio, Pino Corrias e Gad Lerner che in una nota ha precisato:

In poche settimane Repubblica è già cambiata. Non la riconosco più. Per questo, pur ringraziando il nuovo direttore che mi aveva chiesto di proseguire la collaborazione, preferisco interromperla qui”.

Sulla linea di partenza sembrano esserci anche Ezio Mauro, Roberto Saviano e Michele Serra anche se l’addio non è ancora ufficiale, ma una cosa è certa, la libera stampa ed editoria che conoscevamo una volta, aldilà della professionalità dei singoli giornalisti, non esiste più.

la repubblica

Imbarazzante il caso de La Repubblica che non ha stigmatizzato affatto la richiesta della FCA (che ha acquisito Gedi), del prestito di 6,5 miliardi con la promessa di produrre in Italia e non all’estero, ma spostando la sede legale in Olanda per benefici fiscali (cosa legale ma non propriamente etica) e con l’intenzione di effettuare il dividendo agli azionisti.
Cose che non accadono in nessun Paese al mondo, ma evidentemente in Italia ci si prova sempre.

I soldi in prestito si investono, non si dividono.

Uno dei pochi politici che si è affrettato a contestare il piano è stato Carlo Calenda, per altro amico e stimatore di John Elkan da anni…. Ora se Calenda sta più a sinistra de La Repubblica appare chiaro il nuovo corso editoriale del quotidiano. Questo è il quadro su cui ognuno di noi può individuare segni chiari o sfumature non definite.

Ma è evidente che il giornalismo 2.0 è lontano anni luce da quello che conoscevamo.

Da una parte c’è l’informazione controllata dal Potere politico e finanziario, dall’altra c’è l’informazione-contro dei complottisti, di quelli che per contrasto tirano fuori le opinioni più inverosimili anziché fatti, dati, nomi e cognomi.

Poi ci sono le inevitabili mosche bianche, come la Milena Gabanelli per esempio, che non guarda in faccia a nessuno e gli inviati esteri come la Giovanna Botteri che perlomeno non sono condizionati dai poteri nazionali, occupandosi di altri Stati. Mosche bianche che volano tra sciami di mosconi e moscerini.

la repubblica

In questo scenario, dove ognuno di noi ogni giorno condivide articoli che gli appaiono sul cellulare, magari leggendo solo il titolo e non il contenuto, e dove in televisione l’informazione viene sostituita dall’opinionismo di qualche infetto da narcisismo compulsivo, mi è venuta in mente una risposta di Giampiero Mughini (ex giornalista e neo opinionista) quando, cinque anni fa, lo intervistai in una mia trasmissione su Radio Popolare che aveva per tema l’informazione 2.0:

“In questa scenario, e lo dico da giornalista, sono favorevole all’abolizione dell’ordine dei giornalisti”, disse candidamente.

Non da meno fu Roberto D’Agostino, fondatore di Dagospia, che nella stessa puntata, disse:

“Il successo della mia testata è che io arrivo prima degli altri. Pubblico le notizie subito perché non ho nessuna riunione di redazione, caporedattori, editori responsabili, etc… Mentre loro si riuniscono e decidono cosa e come pubblicare, io ho già pubblicato la notizia da ore. Oggi contano più i tempi che gli editoriali”.

Preciso, per cronaca di informazione, che quella fu la mia ultima puntata a Radio Popolare perché persino lì, in una radio storicamente pluralista, qualche giornalista del direttivo fu infastidito, con tanto di mail che giudicò la puntata: “inopportuna”.

Dunque, passati cinque anni da quella trasmissione su Radio Popolare, mi chiedo, quando una multinazionale compra e controlla il più forte gruppo editoriale nazionale, di quale giornalismo parliamo? O meglio, esiste ancora il giornalismo? Può esistere ancora un giornalista come Enzo Biagi? Uno che per preparare un’intervista ci lavorava settimane e poi faceva domande di dieci secondi al massimo per lasciare parlare l’intervistato, fino a fargli svuotare il sacco?

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Esiste ancora il concetto di inchiesta laica e libera che non strizza l’occhio al complottismo internazionale? Esistono ancora gli esperti in tv? O gli esperti sono quei tipi alla Burioni e similari che le sparano grosse salvo poi smentirsi il giorno dopo? O sono gli Scanzi e gli Sgarbi che si autofilmano sul cellulare per scambiarsi insulti e glorificare i loro follower? Io vendo più copie di libri di te, io ho più visualizzazioni, io riempio i teatri, io ce l’ho più lungo… insomma. Esistono ancora gli editori che pubblicano volentieri articoli anche se in disaccordo con chi li ha scritti?

Non so voi, ma io non riesco a vederli. E mi dispiace un sacco, perché fino a qualche anno fa di giornali ne compravo due ogni giorno e li leggevo tutti, a parte la pubblicità e gli annunci funerari.

Oggi per informarsi non ci restano che i libri, i saggi, tutta roba che non si vende ma che, per fortuna, si trova ancora in qualche angolo di una qualsiasi libreria. Informazione che chiede tempo, impegno, da parte di chi scrive e da parte di chi legge. Tutto il resto è noia conformista, ruggine, polvere, canto di cigni agonizzanti tra risse e bontòn da salotto, tra fake news e smentite, tra “sembrerebbe che”, “da indiscrezioni e voci di corridoio”, “non è detto che…”, “forse” e “gomblotti”.

Amici miei salvate libri, biblioteche e librerie, non ci resta che informarci di nuovo, come un tempo che fu.
Ah… Ultimo avvertimento, dato che siamo nel 2020, questo articolo non l’ho mai scritto e Mela Giannini, il direttore di questa testata, non lo ha mai pubblicato, nemmeno ora in cui lo state leggendo.

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