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giovedì, Giugno 4, 2020

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ISTERIA COLLETTIVA

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Di quanto sta accadendo in questi giorni non voglio parlarne in termini medici perchè medico o virologo non sono i miei mestieri per cui me ne guardo bene dal commentare cose che non so, casomai leggo e mi informo e possibilmente in silenzio.

Detto questo, da un punto di vista psicologico, sociologico e culturale sono assolutamente esterefatto dalla reazione incontrollata dei media e di conseguenza dei cittadini.

Un paio di giorni fa ho preso la metropolitana a Milano e alle 10.30 del mattino, sull’intero treno (non carrozza, dato che è un treno di recentissima produzione) eravamo in due, cosa che non avviene nemmeno a ferragosto a mezzanotte. Ero tentato di scattare una foto per testimoniare lo straordinario evento ma me ne sono guardato dal farlo, perchè facendolo, ho pensato, avrei avvalorato la promozione della paura e del panico.

Mentre uscivo dal metrò ho pensato a mio nonno che, durante la guerra mondiale, da primario dell’ospedale di Senigallia apriva le porte a tutti, perchè quella era una vera emergenza. Anzi, più che emergenza una condizione di vita permanente per almeno un ventennio, vere malattie infettive, vere tragedie belliche, vere paure.

Nonostante questo le famiglie resistevano, vivevano, andavano avanti controllando la paura e, per certi versi, sconfiggendola persino, dato che ne assumevano il controllo e quindi il rapporto.

Le due situazioni sono imparagonabili, lo so, ma vedere una città vuota per una infezione di 359 casi in tutto il Paese, di cui 209 sono ammalati a domicilio, è da congresso a tema antropologico.

Ho superato i sessanta e non ho mai visto una cosa del genere in questo disgraziato Paese. Se mio nonno fosse ancora vivo, andrebbe davanti a un supermercato a prendere a ceffoni tutti quelli che escono con un carrello della spesa di tre mesi.

Che Paese ridicolo è mai diventato questo?

Siamo da primato Guinness dell’ignoranza e dell’egoismo. Dovremmo cominciare a considerare i social come pagine pubblicitarie di una rivista, quindi svuotandoli di ogni significato sociale, perchè la socialità è incontrarsi, parlarsi, guardarsi, stare insieme, condividere esperienze.

Se la democrazia consente tutto questo, cioè la diffusione dell’azzeramento culturale e mentale umano, allora democrazia non è.

Un paese che per colpa di un’infenzione che non sembrerebbe grave quanto la peste bubbonica, la malaria, il tifo, il colera, l’ebola (che peraltro la scienza medica ha sconfitto), rinuncia alla vita sociale, all’arte, che sia cinema o musica, o solo al semplice piacere di condividere del buon cibo, allora non è un Paese normale.

E’ un Paese che ha deciso di fallire. Che ha deciso di rinunciare a quel poco che gli è rimasto e che vuole farsi dare dell’appestato da mezzo mondo.

E’ questo il Paese in cui vogliamo far cerscere i nostri figli?

Qualsiasi ignorante degli anni cinquanta o sessanta a differenza di quelli di oggi, appare come un docente di storia della filosofia. Di cosa si è nutrita culturalmente questa gente negli ultimi trent’anni? Cosa è stato insegnato nelle scuole e nelle famiglie italiane negli ultimi tre decenni? Se qualcuno ha una risposta sensata lo dica, perchè di sensato ormai non è rimasto nulla.

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